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Sudafrica: la questione morale dell’ANC

 

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Nel Paese che meno di tutti gli altri Brics – Brasile, Russia, India e Cina – merita di essere considerato emergente, nulla cambierà per i prossimi cinque anni. Nonostante sia stato il peggior presidente del Sudafrica del post-apartheid, a 70 anni Jacob Zuma è stato eletto di nuovo alla guida dell’African National Congress: di conseguenza ne sarà il candidato per le elezioni presidenziali del 2014. E per scontata conseguenza, sarà il presidente del Sudafrica fino al 2019, dato il vasto e inattaccabile consenso dell’Anc.

  Ci vorranno ancora molti e molti anni prima che venga scalzato dal governo il partito della lotta all’apartheid, della liberazione, di tre premi Nobel (l’unica forza politica al mondo che possa vantarne tanti): in un nome, il partito di Nelson Mandela. Hellen Zille, la leader della principale forza di opposizione, Democratic Alliance che già è al potere a Cape Town e nella provincia occidentale del Capo, sostiene che nel 2019 vincerà lei.

 E’ una data piuttosto prematura per il Sudafrica di oggi. DA viene percepito per quello che è: un partito fortemente bianco che raccoglie consensi fra i colorati della provincia dl Capo, non fra i neri del resto del Paese. Come quasi esclusivamente nero continua ad essere l’Anc. Negli ultimi cinque anni di presidenza, Zuma ha rafforzato anziché diminuire, come avrebbe dovuto, l’essenza razziale del partito. Di più: su questo e su un diffuso clientelismo ha consolidato il suo potere.

  La vittoria indiscutibile di Zuma al congresso
del partito di Mangaung sull’unico oppositore, il vicepresidente uscente
Kgalema Motlanthe, è come il premio che un partito sempre più autoreferente ha
voluto elargire a se stesso. Ancora più triste è pensare che a Mangaung dove
l’Anc ha celebrato la sua incapacità di riformarsi, si festeggiavano i cento
anni del partito più antico e più glorioso d’Africa.

  Mangaung è il nome di Bloemfontein dove
esattamente nacque l’Anc. Il significato del luogo geografico è magnifico in
qualsiasi lingua lo si voglia chiamare: in afrikaans Bloemfontein è la fontana
dei fiori, in sesotho Mangaung è il luogo dove vivono i leopardi. Era a questa
sovrapposizione, alla convivenza nello stesso luogo di culture diverse ma tutte
africane, che il partito voleva arrivare, riuscendoci, alla fine di un lungo
cammino. E’ quell’obiettivo politico e umano pensato dai padri fondatori, che
molti anni più tardi Desmond Tutu avrebbe chiamato “Nazione Arcobaleno”.

  Jacob Zuma ha fatto poco per preservare e
rafforzare la grande conquista. Gli scandali che lo avevano coinvolto e quelli
nuovi sul tenore di vita al di sopra dei mezzi di un presidente della repubblica,
hanno abbassato la tenuta morale del Paese e dell’Anc. (Naturalmente anche in
questa occasione scrivo da osservatore, non da italiano cosciente di camminare
su un terreno minato in caso di comparazioni fra etica della nostra classe
politica e quella degli altri). In alcune province sudafricane il 75% degli
appalti elargiti dal governo sono sotto osservazione dei giudici. Un tempo si
entrava nell’Anc per lottare, oggi troppo spesso per l’arricchimento personale.

  Quando il coefficiente Gini descrive il
Sudafrica come uno dei Paesi con le più alte disparità economiche del mondo,
non parla solo della differenza fra bianchi e neri: che pure restano abissali.
E’ anche un implicito riferimento ai pochi neri che hanno beneficiato delle
leggi economiche anti aparthaid, e a tutti gli altri che invece non hanno avuto
nulla. Ancora Helen Zille, definisce tutto questo “il precipitoso collasso
dell’autorità morale dell’Anc”.

   Il
congresso di Mangaung non ha trovato risposte, ha semplicemente riconfermato
l’uomo e la classe dirigente incapaci di dare all’Anc un nuovo vigore morale.
Mentre in un ospedale di Pretoria Madiba Mandela cerca di resistere a un’infezione
polmonare, conseguenza di una tubercolosi contratta 40 anni fa nella prigione
di Robben Island. C’è troppa differenza fra l’Anc di Jacob Zuma e quello di
Nelson Mandela, fra un leader che difende un potere mediocre senza progetti per
il futuro e uno che ha offerto a tutti un miracolo. Da punto di vista morale e
ideale, è una voragine.

  Cyril Ramaphosa, scelto come vicepresidente
al posto di Motlanthe, non è la soluzione. Cyril (lo chiamo così per affetto,
avendolo conosciuto insieme a tutti i giovani leaders attorno a Madiba nella
prima metà degli anni ’90: lui, Trevor Manuel, Jay Naidoo) doveva essere il successore
di Nelson Mandela. Il partito aveva però scelto Thabo Mbeki. Mandela non lo
stimava molto ma per quella disciplina e obbedienza che Madiba aveva sempre
avuto verso l’Anc, accettò. Ramaphosa, il negoziatore della nuova Costituzione
assieme a un altro giovane brillante, Roelf Meyer, fu dirottato sul più
difficile dei fronti, quello economico. Mandela gli affidò l’incarico di essere
il più importante degli imprenditori neri del nuovo Sudafrica, di entrare nel
sistema dominato dai bianchi ed essere un esempio per i neri. Per molti versi
ci è riuscito, grazie alle sue abilità indiscusse. Ma diventando uno degli
uomini più ricchi del Paese anche per i legami strettissimi con il vertice
dell’Anc, Cyril è pure una prova del clientelismo di cui è malato il partito
della Liberazione. Il partito di Madiba.

 

 

Tags:
  • ddp |

    dunque,”alla fin della fiera”, l’aumento di libertà porta alla corruzione di tutti

  • carl |

    Dott. Tramballi ha cambiato area? Dal Vicino Oriente all’Africa Australe..
    Forse memore della regal battuta:” “Toujours perdrix, toujours perdrix..”..:o)
    Quanto al S.Africa, la nomenklatura, diciamo, “juventina” ha saldamente in mano i settori economici che rendono.. Del rimanente non credo proprio che se ne curino (nè che abbiano la necessaria intelligenza per farlo..).
    In un mondo razionale, sia ciò che rende, che ciò che gli sta tutt’intorno, sarebbe affidato ai migliori specialisti (macro-economisti,ecc.) ma mi dica Lei dove ciò accade…:o) ???
    Sorrido ma c’è proprio poco da ridere in un mondo che in tutta evidenza è così irrazionalmente gestito.
    Amen
    Carl

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