Non c’è giornalista – almeno del mondo libero – che non vorrebbe intervistare un importante capo di governo. Anche quando domande e risposte sono banali, l’intervista conferma l’autorevolezza del cronista e della sua testata, scelti dal leader per diffondere il suo pensiero. Ma nel Grande Disordine nel quale viviamo, è più difficile ottenere un’intervista dal sindaco di un capoluogo di provincia che dal presidente degli Stati Uniti.
C’è qualcosa di compulsivo nel rapporto fra Donald Trump e la stampa, attraverso il quale passano pace o guerra, crescita economica o recessione globale, futuro o decadenza della democrazia americana. C’è un’intervista al giorno; poi almeno tre dichiarazioni quando arriva o parte col Marine One, l’elicottero presidenziale; passa dal Rose Garden allo studio ovale della Casa Bianca; sale o scende dal podio dove ha tenuto un discorso. Più le uscite quotidiane su Truth e X.
Raramente il presidente ripete lo stesso concetto: ogni dichiarazione smentisce la precedente e sarà contraddetta dalla successiva. E’ una miniera per i giornalisti ma un dramma per la stabilità mondiale. Da giorni tutti si chiedono se ci sarà una vera trattativa di pace sull’Iran o se riprenderà la guerra. I consiglieri Maga che lavorano alla Casa Bianca perché gli elettori avevano votato il Trump che non voleva fare le guerre, e i generali che studiano pericoli e opportunità a ragion veduta, vogliono chiudere il conflitto.
Cosa intenda fare il presidente, continua a non essere chiaro. E’ come se il suo obiettivo non sia governare ma essere sempre sul palcoscenico mediatico. Come un personaggio della televisione, il mondo trasformato in un “The Apprentice” senza fine. Cambi canale ma trovi sempre lui.
Un paio di settimane fa un piano di pace in 15 punti da offrire agli iraniani era stato steso dai mediatori di Trump: l’amico del presidente e collega nell’immobiliare Steve Witkoff, il genero Gerard Kushner, il vicepresidente J.D. Vance contrario alla guerra e il segretario di Stato Marco Rubio, favorevole. Quasi la stessa squadra di Islamabad.
“Quel groviglio di emissari – un amico, un parente, una colomba e un falco – riflette l’approccio improvvisato nelle trattative” del presidente “e il suo disprezzo per i diplomatici di professione”, aveva scritto il New York Times. In ogni caso, nell’ansia di annunciare al mondo il suo pensiero ondivago, Donald Trump aveva pubblicato i 15 punti sul suo social prima che i negoziatori li passassero agli iraniani.
Con tutto il disgusto che è giusto provare per il regime di Teheran, è però comprensibile che i suoi negoziatori si chiedano se la trattativa per una tregua sia una cosa seria. Anche prima della guerra, nel potere iraniano c’è sempre stato uno scontro fra moderati e sostenitori della rivoluzione permanente. Ora quel confronto è più aspro e decisivo per il futuro del conflitto. Le dichiarazioni incoerenti e inaffidabili di Trump danno forza ai radicali.
E’ estremamente raro che negli Usa il segretario di Stato e il Consigliere per la sicurezza nazionale siano la stessa persona. Nel processo decisionale le cariche sono a volte in competizione per dare al presidente vari punti di vista, prima che compia scelte strategiche. Fra William Rogers e Henry Kissinger, prima amministrazione Nixon, fu una lotta di potere.
Trump ha affidato le due cariche a Marco Rubio che ha smantellato la struttura dell’ufficio del Consigliere, formata da 200 esperti. Decide Trump, un giorno in un modo, il successivo in un altro, sempre più “incostante” e “instabile”, come sottolinea il Wall Street Journal.