
C’è qualcosa di strano, quasi di eroico, quando si vota in Medio Oriente: nella regione per eccellenza la più instabile di un mondo insicuro, prima produttrice di conflitti, divisioni settarie e profughi. Ancor più strano ed eroico quando votano israeliani e palestinesi, i protagonisti del conflitto più antico: nelle sue varie forme, più lungo della Guerra dei Cent’anni dell’Europa del XIV secolo.
I palestinesi hanno votato qualche giorno fa nelle amministrative. Gli israeliani lo faranno il 27 ottobre per le politiche ma il clima elettorale è già caldo: spesso rubando la scena ai bombardamenti in Libano e al preoccupante stato di non pace né guerra in Iran.
L’importanza del voto palestinese è marginale: è avvenuto in Cisgiordania dove era possibile e a Gaza in una sola municipalità; Hamas non vi ha partecipato; non è chiaro se la vittoria di Fatah, il partito che governa l’Anp l’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah, sia l’atto spontaneo di un popolo in cerca di una leadership o un’operazione preordinata. In qualsiasi modo si voti, la priorità per le speranze palestinesi sono le riforme che ha l’obbligo di fare l’Anp, il ricambio generazionale, l’uscita di scena del presidente Mahmud Abbas, 91 anni. L’età media della popolazione palestinese è di 20,3 anni.
C’è stato, tuttavia, molto di eroico nel voto palestinese: in Cisgiordania si è svolto in piena apartheid israeliana. Una segregazione che non dipende solo dalla parte violenta dei coloni ma anche dalle forze della sicurezza nazionale; non solo dal governo estremista di Benjamin Netanyahu ma anche dalla maggioranza degli israeliani che non vota per lui, disinteressata a ciò che accade nei territori occupati.
Dubbi sulla trasparenza elettorale in Israele non ne esistono, sebbene il governo Netanyahu tenti di ridurre la qualità della democrazia, proponendo leggi illiberali. La novità del panorama politico è che Naftali Bennett e Yair Lapid, i due principali avversari di Netanyahu, correranno insieme. Il primo è di destra, è stato leader di Yesha, la lobby molto influente dei coloni; il secondo di centro. Condividono poche cose, la più importante è il sistema proporzionale che li costringe ad allearsi. E’ stata avviata una trattativa per avere con loro anche l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot e il suo partito di centro-sinistra.
Bennett e Lapid hanno in comune anche il rifiuto per la Palestina. Sono molti gli israeliani che la pensano come loro: il 63% è convinto che uno stato palestinese sarebbe una minaccia all’esistenza d’Israele, secondo un sondaggio dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale.
Da circa un ventennio le elezioni in Israele hanno una particolarità che il resto del mondo fatica a comprendere: la questione palestinese che dovrebbe essere essenziale per il futuro d’Israele, non è al centro delle sue campagne elettorali. Lo scontro sarà ancora sull’economia o se gli ultra-religiosi debbano fare il militare. Non avendo una soluzione per la questione palestinese e rifiutando l’unica possibile – un negoziato – nessuno si chiederà che fare dei 5 milioni e mezzo di arabi che vivono a Gaza e Cisgiordania.