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Il referendum della fratellanza

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Doveva essere legalmente ovvio che i risultati di un referendum diviso in due turni, dovessero essere diffusi alla fine del secondo. Ma le nuove libertà egiziane, piuttosto caotiche, sono anche questo: conoscere le notizie quando accadono e non quando le autorità decidono. E’ stato lo stesso partito della Libertà e della giustizia, braccio politico della fratellanza, a dare l’annuncio nel suo sito: 56,5% ai si, 43,5 ai no. Cioè vince Mohamed Morsi.

  Mancano ancora gli elettori dei 17 governatorati che voteranno sabato prossimo. Ma i risultati del primo turno, nel quale si votava al Cairo e Alessandria, sono già rappresentativi di quello finale. Come spiegano i Fratelli musulmani, l’Egitto plasmato da una confusa rivoluzione non ancora conclusa, aveva bisogno di una legittimazione concreta che solo una carta fondamentale poteva dare. La fratellanza ha ragione: un punto fermo ci voleva per fissare i passi in avanti compiuti e dare ordine alle cose.

  Ma questa costituzione e le modalità con le quali si è arrivati al referendum popolare, sono un vero giro di boa verso una forma di normalità? Con il 56,5% si vince una elezione parlamentare o si conquista una presidenza. Non un referendum che deve fissare leggi e istituzioni per tutti. Se aggiungiamo che nella prima giornata di voto ai seggi è andato il 33% degli egiziani che ne avevano diritto, quel 56 e mezzo è ancora meno rappresentativo di una nazione.

   Morsi e la fratellanza non hanno sollevato
l’intero Egitto. E di quello che ha deciso di partecipare, gli islamisti lo
hanno diviso in due parti più contrapposte di prima. Il punto non è la
costituzione in se: leggendo i suoi 131 capitoli ci sono molti punti oscuri, lo
spazio alle interpretazioni arbitrarie è ampio. Ma non c’è nulla che appaia
clamorosamente di parte. Il pericolo di una repubblica islamica non c’è. Il
presidente ha finalmente un mandato politicamente e temporalmente limitato: non
dobbiamo dimenticare che Hosni Mubarak, il predecessore di Morsi, ha governato
per trent’anni, e che quelli prima di lui lasciavano la presidenza solo da
morti.

  Il punto è il modo in cui Mohamed Morsi ha
provocato e gestito la nuova crisi istituzionale, imponendo il suo referendum.
In lui e nel gruppo dirigente uscito dalla fratellanza, c’è una forte e
pericolosa dose di incompetenza. Da un movimento spinto ai limiti del sistema
dal vecchio regime, che da trent’anni lavorava come opposizione marginalmente
ammessa, ci si aspettava qualcosa di più. Questi limiti amatoriali hanno una
spiegazione.

 Senza sapere che presto una rivoluzione
avrebbe radicalmente cambiato il panorama stagnante egiziano, due anni prima di
piazza Tahrir la fratellanza aveva smantellato la sua struttura politica.
Mohamed Badie, l’ottava guida spirituale dei Fratelli musulmani, nel gennaio
2010 era succeduto a Mohamed Mahadi Akef. Badie era un teologo, non un uomo
d’azione, un ultra conservatore che continuava a chiamare “infedeli” i
cristiani e gli ebrei”.   

   Pensando che fosse inutile continuare a
rosiccchiare spazi politici a un regime imbattibile, Badie decise di far
tornare il movimento alle sue origini: la fede, lo studio dei testi, le atività
sociali, le collette nelle moschee. Dall’Ufficio della Guida Islamica, il
politburo della fratellanza, furono fatti fuori Abdel Moneim-Abdul Futouh e i
dirigenti attivamente impegnati nei sindacati professionali. Furono sostituiti
da baciapile, da personalità poco addestrate all’opposizione politica, incapaci
di mettere in discussione i limiti dogmatici del movimento per attrarre nuovi
consensi.

  Quando i giovani portarono l’Egitto in piazza
Tahrir, i Fratelli musulmani ne furono disorientati quanto il regime di
Mubarak. Ci misero giorni a elaborare una strategia politica: nei momenti più
difficile come nel giorno della “battaglia dei cammelli”, la loro presenza in
piazza salvò la rivoluzione, ma della piazza non si sono mai fidati. Quando
pensavano servisse al loro nuovo disegno politico costruito in tutta fretta, di
piazza mobilitavano la loro: oceanica e disciplinata.

  Questi
leader per caso ora governano l’Egitto: imporranno la loro costituzione, forse
convinceranno il Fondo monetario internazionale a concedere il prestito da 4,8
miliardi di dollari, controlleranno e ridimensioneranno l’Islam radicale dei
Salafiti. Di questo almeno sono sicuri i turchi, il Qatar ed anche gli Stati
Uniti insieme all’Europa. Hanno tutti scelto Morsi perché la fratellanza
egiziana imporrà anche alle Primavere degli altri un Islam moderato e di
governo: una specie di Dc mediorientale, per intenderci. Se lo dicono in così
tanti, ci dobbiamo credere. Forse, ma proporrei di non esagerare con
l’entusiasmo.

Tags:
  • ddp |

    io “pendo” dalle tue parole, quindi…

  • carl |

    L’Egitto, politicamente/socialmente/economicamente parlando, non è L’Italia nostra..De resto anche in Egitto c’era l’alto ed il basso Egitto.. Mentre Italia c’è ancora l’alta e la bassa Italia, e ciò anche a 150 anni di distanza dei plebiscitari plebisciti, più o meno o del tutto taroccati, dell’unità sponsorizzata dal Piemonte, affiancato da cerchie inglesi e francesi..
    Ma mi fermo qui. Ho solo voluto rompere, come si suol dire, il ghiaccio..:o)
    Carl

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