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Elezioni in India. Il più grande spettacolo della democrazia

Nehru
   Distratti dalle tristi vicende del mondo, i giornali di questo mondo ingolfato da guerre civili, crisi politiche ed economiche, hanno ignorato una notizia gloriosa. E’ iniziata ufficialmente la campagna elettorale indiana: la sedicesima in 62 anni di democrazia, a parte la pletora di quelle locali nei 28 Stati e 7 Territori dell’Unione.

  Parlando, assistendo a comizi, prendendo schede elettorali in 22 lingue ufficiali, andranno a votare almeno 717 milioni di hindu, musulmani, cristiani, buddisti, sikh, animisti, jainisti, parsi, baha’i.

  Alcuni degli 830.866 seggi in 543 collegi elettorali, saranno raggiungibili solo a dorso di elefante. Ma nessuno troverà il solito vecchio pezzo di carta con la lista dei simboli e dei candidati: ovunque, anche nel lontano Manipur, ci sarà una macchina elettronica a raccogliere il suo voto. Ce ne saranno un milione e 180mila di computer in tutto il Paese. E 11 milioni di addetti aiuteranno gli elettori a non sbagliare nella scelta dei 545 deputati della Lok Sabha, la Camera bassa, il Parlamento.

  Perdonate l’eccesso di numeri. Ma questo è il più grande spettacolo democratico del mondo.  Incomincerà a marzo del 2014 e, Stato dopo Stato, finirà prima che inizi la stagione dei monsoni, a maggio. In India non si vota in un solo giorno, anche se dai confini col Pakistan a Ovest a quelli con il Bangladesh a Est, c’è un solo fuso orario. Nel 1952, la prima volta, ci vollero cinque mesi.

  Concorreranno 8.070 candidati di 370 partiti registrati. Nell’attuale parlamento ce ne sono 39. Ma i due principali, i soli nazionali, sono il Congress e i nazionalisti del Bjp, il Bharatiya Janata Party. Quest’ultimo, all’opposizione, ha già scelto il suo candidato: Narendra Modi, il chief minister, cioè il premier, del Gujarat. Anche se è un riformatore sul piano economico e governa lo Stato dove il Mahatma Gandhi è nato e ha organizzato il suo primo satyagraha, Modi è un pericoloso sciovinista hindu.

  Il Congress, al governo alla guida della
United Progressive Alliance, non ha ancora fatto la scelta definitiva.
Difficile che il candidato sia Rahul Gandhi, pronipote di Jawaharlal Nehru,
nipote di Indira Gandhi, figlio di Rajiv e di Sonia. A dispetto dell’albero
genealogico, il giovane manca di stamina: come suo padre Rajiv, è in politica
per obblighi dinastici, non per passione. Forse, dopo la prossima sconfitta del
Congress, i Nehru-Gandhi riconquisteranno il partito e l’India con sua sorella
Priyanka, che invece sembra avere gli attributi politici dalla nonna Indira.

  Parlare di elezioni indiane è contemporaneamente
raccontare il più grande evento democratico del mondo e il romanzo di una
dinastia, un karma, una spiritualità. E’ parlare di Jawaharlal Nehru che dopo
la mezzanotte del 15 agosto 1947, il momento dell’indipendenza, decise di fare
dell’India il Paese più povero e democratico del mondo. Era un socialista
fabiano: avrebbe potuto scegliere la strada di Mao, imporre la modernizzazione
per balzi in avanti, collettivizzazioni, rivoluzioni culturali, politburo.
Prese invece quella più complicata della democrazia parlamentare.

 Parlare di elezioni indiane, oggi è anche
raccontare il più grande fenomeno economico di successo degli ultimi vent’anni.
Avrebbe potuto accadere prima e in maniera più macroscopica, come in Cina
appunto. Ma l’India ha scelto il consenso dei suoi elettori e i tempi più lunghi
della democrazia.

  Al voto del 1952 avevano partecipato 55
partiti, ora sono 370. Dal 1989 nessuno riesce più a governare da solo: alle
ultime elezioni del 2009 il Congress aveva vinto solo con il 28,5% dei voti. Le
coalizioni sono un obbligo. Si sono moltiplicati i partiti regionali, gli Stati
hanno sempre più potere di fronte al governo centrale. La democrazia è ancora
più diffusa e forse il Paese meno governabile, la “terza generazione” delle
riforme economiche fatica a imporsi e la crescita non è più così fenomenale. E’
vero. Ma niente potrà sminuire la sedicesima replica del più grande spettacolo
democratico del mondo.

 

 

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  • carl |

    Il quadro tratteggiato mi lascia stavolta piuttosto scettico e perplesso.
    Aggiungo en passant che ignoravo il fatto che Nehru fosse membro (affiliato?) della Fabian Society..:o) che, peraltro parrebbe del tutto scomparsa dal panorama britannico. No?
    Ma è vero che Nehru potesse, nel 1947, scegliere la via che lo stesso Mao poté iniziare solo dopo il 1949? La scelta era tra la via socio-politica-economica occidnetale, anglosassone e quella russa.
    Quanto al livello qualitativo di una”democrazia” alla quale partecipino centinaia di milioni di persone che sono in maggior o minor misura del tutto o quasi analfabeti e che parlano centinaia di lingue diverse..E quand’anche fossero solo anbalfabeti di ritorno sul pinao tecnologco ecc. ecc. sarei molto prudente in merito a dei risultati elettorali elaborati elettronicamente..
    Si immagini che ho parecchie riserve pefino in merito a quelli statunitensi, anch’essi in gran parte (e da anni) elettronizzati.. mentre sappiamo, abbiamo appreso quanto facile sia interferire/intercettare informaticamente..No? Ce l’hanno insegnato (via/grazie a E.Snowden) gli stessi USA..:o) No?
    Si immagini in un ambiente più caotico come quello della realtà socio-politica indiana.
    Ci sarebbero molti altri spunti e considerazioni da fare con fredda razionalità. Ma qui mi fermo.

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