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La Rai, Al Bano e i profughi. Il morto di fame conquista la prima serata

Campi
  Contate fino a tre prima di dire qualcosa. La notizia è questa. Fra novembre e dicembre Rai Uno manderà in onda un “reality umanitario” intitolato “The Mission”. Personaggi e interpreti, per ora: Michele Cucuzza, Barbara De Rossi, Emanuele Filiberto – quello che avrebbe potuto essere il nostro re -, Paola Barale, Al Bano, bambini e morti di fame in carne e ossa. Più le seconde della prima. Location, come si dice nello showbiz, i campi profughi in Congo e Sudan.

  Prendo la notizia da “Follow the people”, la rubrica di Pietro Veronese sul Venerdì di Repubblica. Il quale cita il sito info-cooperazione.it. I personaggi famosi selezionati aiuteranno per qualche puntata gli operatori dell’Agenzia Onu per i rifugiati, l’UNHCR, e della organizzazione non governativa Intersos. Dice Al Bano: “Per 10 giorni vivrò fra i rifugiati del Sudan e sarò in mezzo a loro. Canterò insieme a loro e mi darò da fare per cercare di aiutarli. C’è qualche rischio ma ci tengo sul serio ad andare lì perché sarà sicuramente una esperienza straordinaria. Mi arricchirà umanamente”. Come il replicante di Blade Runner: “Ho visto cose che voi umani…”.

  Nell’ora di massimo ascolto, dunque, il
pubblico guarderà, resterà paralizzato con la forchettata di spago al pomodoro
a mezza via tra cofana e bocca spalancata, e si commuoverà. Natale sarà alle
porte e questo rende sempre tutti più buoni. Auditel alle stelle ma a fin di
bene. Potrebbe mai diventare flop uno spettacolo così? Mi chiedo come
riempirebbero le interruzioni pubblicitarie, fra un’iniezione antipolio e la
pesa di un neonato malnutrito: pillola contro il bruciore di stomaco, supermercato
dove è un piacere fare la spesa, deodorante contro i cattivi odori del bagno?

  Dopo aver letto la notizia, anche io ho
contato fino a tre e oltre. Tutto il tempo necessario per chiedermi se rabbia
non sia un sentimento sbagliato del quale mi servo per giustificare presunzione
ed egoismo. Ho visitato tanti campi profughi in Medio Oriente, Africa e
Subcontinente indiano. Io in quanto giornalista, non Al Bano, posso raccontare
il dolore degli altri. Solo io so come si fa. Io ho l’autorizzazione morale per
farvi indignare, il monopolio della commozione. Il vostro inviato dalle tragedie.
Mi sono cioè chiesto con preoccupazione se, criticando “The Mission”
(diciamolo, un titolo cretino), non fossi il solito giornalista trombone. Una
malattia diffusa nella mia categoria quanto la malaria in Africa.

  Non ci devono essere limiti all’aiuto
umanitario, tutto serve se un numero crescente di persone prende coscienza
della tragedia dei profughi. Devono averla pensata così l’UNHCR e Intersos,
forse soppesando anche quanta visibilità lo spettacolo avrebbe dato loro.
Eppure l’acronimo UNHCR parla da solo; e Intersos lavora da anni con grande professionalità
nei luoghi peggiori del mondo.

  Invece no, non c’è giustificazione. Non c’è
nulla al mondo che non abbia un suo limite, anche i profughi del Sudan
richiedono forme elementari di rispetto: per quanto abbiano fame, siano malati
e il loro orizzonte sia quello polveroso di una savana arida. Cucuzza, Carrisi,
il piccolo principe e uno spettacolo non sono il modo migliore per tentare di
cambiare il loro destino. Né questo è il vero scopo del reality.

  Al Bano si “arricchirà umanamente” a sue
spese, cioè né lui né gli altri percepiranno un cachet, accettando il rischio di
prendersi la dissenteria gratis, senza indennità? Gli introiti pubblicitari
raccolti da Rai Uno prima, durante e dopo il “reality umanitario”, saranno interamente
devoluti ai profughi? Insieme a una parte del canone e del premio di produzione
del dirigente Rai al quale è venuta la bella idea? Attori, cantanti,
presentatori e principi sul campo di battaglia, accetteranno di stare un’altra
decina di giorni in Sudan a lavorare a telecamere spente, senza esclusiva
fotografica sul solito rotocalco? Anche il conduttore, i politici, gli esperti
di varia natura, i calciatori e le ballerine in studio a commentare, rinunceranno
al gettone?

  Se è così, scusate. Se non lo è, come temo,
non veniteci a raccontare che quella del reality con il profugo è un’idea
umanitaria; che lo state facendo per lui e non per gli ascolti, gli introiti
pubblicitari e la promozione personale. Non volete che si parli di profughi ma
di voi in mezzo ai profughi. Chiagn’e fotte, dicono a Napoli. Spero che
qualcuno vi fermi prima.

 

 

Tags:
  • anna maria |

    Delirio gossip!
    Auguro a tutti i “missionari” e soprattutto al sadico ideatore di questa oscenità senza precedenti, di non alzarsi più dal water…

  • Federico |

    Complimenti.

  • Andrea Casale |

    Sono l’iniziatore della petizione su Change.org . Ringrazio Ugo Tramballi per le sue parole e il suo articolo.

  • Clara Capelli |

    Mi permetto di segnalare a tale proposito la seguente petizione: http://www.activism.com/it_IT/petizione/fermiamo-le-riprese-di-the-mission-reality-rai-sui-campi-profughi/44836

  • maidi81 |

    per gloria, fama e spettacolo non si guarda in faccia nessuno… nemmeno i profughi dei campi… altro che causa umanitaria… Lavoro per un’organizzazione umanitaria e mi rendo conto che molto spesso la causa umanitaria viene letteralmente sfruttata dal personaggio pubblico per sua gloria e non per la generosità…perchè l’importante è far parlare di sè, è l’immagine che deve arrivare e non quello che si è realmente…

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