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Israele-Palestina, la pace già scritta

Peace
Non è stato il primo Iftar, la cena che conclude il Ramandan, quello che palestinesi e israeliani hanno fatto insieme a Washington, come gesto di amicizia. Negoziatori e arbitri si conoscono ormai da tanti anni, qualcuno ha sviluppato amicizie personali. E’ così dagli accordi di Oslo, l’inizio concreto del dialogo: a settembre saranno vent’anni, se qualcuno è in grado di ricordare.

  Tzipi Livni è l’israeliana più determinata (uomini compresi) nel cercare un compromesso finale. Il suo partner Isaac Molho è molto più cauto: uno dei suoi compiti sarà anche contenere Livni per conto di Bibi Netanyahu.

  I palestinesi Saheb Erekat e Mohammed Shtayyed, politico il primo, economista il secondo, sono diplomatici navigati con qualche tendenza massimalista. Pochi a Washington conoscono il dossier come Martin Indyk, il mediatore americano. E’ stato ambasciatore in Israele, negoziatore, esperto di punta della Brookings Institution. L’uscita di scena di Dennis Ross, ambiguo protagonista di un ventennio di fallimenti come negoziatore per conto di due presidenti repubblicani e uno democratico, è una buona notizia.

  Tutti vecchi
amici, dunque, quelli che al dipartimento di Stato hanno rimesso in moto il processo di
pace del più antico conflitto della storia contemporanea: iniziato praticamente
nel 1917, con lo smembramento dell’impero ottomano.

  La loro missione è politicamente ai limiti
dell’impossibile. Ma non è una missione impossibile: non lo è nel senso che
nessuno deve inventare la Grande Formula. Non loro, non il neofita entusiasta
John Kerry nè Bibi Netanyahu, Abu Mazen, Barack Obama; e nemmeno i russi,
l’Unione europea e l’Onu che con gli Stati Uniti fanno parte del Quartetto.

  La pace è già stata scritta. In vent’anni di
paure, entusiasmi, disperazione, sfiducia, collaborazione; tra coraggiose e
commoventi strette di mano, e brutali riprese del conflitto, israeliani e
palestinesi hanno già definito il compromesso su tutto. Confini, territori,
colonie, diritto palestinese al ritorno e sicurezza per Israele, Gerusalemme,
acqua, dogane, rapporti economici.

  I negoziatori devono discutere solo di
dettagli: importanti, capaci di paralizzare di nuovo il negoziato. E’
importante accordarsi su quale dei numerosi punti abbia la priorità rispetto ad
altri: per Israele è più urgente definire la sua sicurezza, per la Palestina le
sue frontiere. Tuttavia la pace c’è già se pace non è un gioco a somma zero –
io vinco, tu perdi – ma un compromesso doloroso per i due popoli, le loro
aspettative, i loro risorgimenti nazionali. La pace, soprattutto questa, sarà
un doloroso risultato della politica per chi la firma e chi la “subisce”: più
che un successo del presente è un investimento sul futuro, per le generazioni
che ancora non votano.

  Perché dunque un accordo non c’è, se le
soluzioni ci sono? “E’ un passo avanti promettente”, diceva Barack Obama,
inaugurando questa nuova tornata di colloqui dopo tre anni di gelo, “sebbene ci
attendano un lavoro duro e scelte difficili”. Ecco, questo è il punto.  Manca la politica che deve fare quelle “scelte
difficili”. Non ci sono ancora i leader né in buona parte i due popoli in grado
di assumersene la responsabilità: i primi capaci di convincere, di offrire la
grande visione, e i secondi coraggiosi abbastanza per guardare al futuro.

  Qualche segnale positivo c’è. A maggio,
all’ultimo World Economic Forum del Medio Oriente sulle rive giordane del Mar
Morto, imprenditori israeliani e palestinesi avevano firmato la loro pace, in
attesa di essere seguiti dagli altri. I sondaggi dicono che una moderata ma
chiara maggioranza di israeliani e di palestinesi, è favorevole a un accordo di
pace. Anche se per gli uni e gli altri, più si definisce quella vaga adesione a
“una pace”, più le maggioranze si assottigliano.

  Anche se non sembra, il negoziato ventennale
ha una sua forza intrinseca. Non c’è stato leader coinvolto in questi vent’anni
di speranze e di disillusioni, che prima o poi non la considerasse
ineluttabile. Più di un presidente degli Stati Uniti ha cercato d’ignorare il
problema, alla fine ritornandovi di corsa come pompiere. Durante la prima
Intifada Yitzhak Rabin ordinava ai suoi di spezzare le ossa ai palestinesi, poi
è diventato un Nobel per la pace. Ariel Sharon aveva costruito la sua fama
conquistando terre arabe: è stato il primo israeliano a restituirne ai
palestinesi. Perfino l’ideologico Bibi Netanyahu ora dice che per Israele “la
pace è una scelta strategica”. Anche Abu Mazen e Fatah finalmente capiscono di
dover affrontare con realismo le illusioni di vittoria che per decenni avevano
venduto ai palestinesi.

  Ma questo non è sufficiente per cadere una
volta di più nell’ottimismo. Dopo averlo usato a piene mani, la mia dose di
entusiasmo si è ormai esaurita. Le scelte alla fine restano sempre difficili.

 

 

 Questa è la versione rivista e allungata di un
commento uscito il 29/7 sulle pagine del Sole-24 Ore. 

 

 

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  • Maurizio Donatini |

    Timeo Danaos et dona ferentes.
    Già da qualche anno mi è capitato di osservare che le periodiche “ricadute” di ottimismo del buon, anzi ottimo, Tramballi, sono precisi forieri indicatori di future prossime disgrazie per i poveri Palestinesi.
    E pertanto mi si è raggelato il sangue nel leggere i sorridenti articoli di Ugo nel corso delle ultime settimane.
    Per fortuna ora leggo che egli stesso teme il proprio ottimismo e ha terminato la sua dote di entusiasmo.
    In effetti i Palestinesi hanno adesso una scelta in più; oltre che morire ammazzati o assetati per opera degli israeliani, potranno morire affamati per gli egiziani che stanno distruggendo tutti i loro tunnel di sopravvivenza.

  • carl |

    Il problema di fondo, a sommesso parer dello scrivente, è l’eccessiva sicumera che esiste nei confronti della realtà araba sia quella presente all’interno dello Stato ebraico, sia quella esterna, circostante del Grande Medio oriente.. Insomma di poterla controllare facendo leva sulla forza propria e di quella del tutor USA.. E’ chiaramente un negoziato “asimmetrico”. Ciò non toglie che possa comunque rivelarsi relativamente fattibile e profittevole per le due parti in causa e non solo per chi le rappresenta..
    Peccato, mi era sfuggito che l’ordine di spezzare letteralmente ossa fosse provenuto da Rabin. l’unico negoziatore determinato a concludere un accordo.

  • Marco |

    Perchè dott. Tramballi Lei continua a scrivere e ribadire che gli ebrei devono accettare un doloroso compromesso ?…di quale compromesso parla ?…hanno già rubato il 78% dei territori palestinesi e ora si sta discutendo della parte residua….ma perchè dovete sempre ignorare la realtà e la storia ?…ma Lei pensa, veramente, che i sionisti stiano in Usa per cercare di raggiungere un accordo di pace ?…ma se lo hanno sempre rifiutato un accordo di pace !…e non sarà perchè, in questo modo, grazie al collaborazionista Abu Mazen gli eviteranno l’onere di chiedere il riconoscimento all’Onu, in autunno ? Saluti.

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