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Israele, Paese senza eroi

   

Israel
Il problema del Medio Oriente, diceva ieri Bibi Netanyahu, non sono le colonie ebraiche nei Territori occupati (lui naturalmente non li ha chiamati così) ma il nucleare iraniano. E se a questo si deve aggiungere un elenco di altri pericoli per Israele, quelli sono la guerra civile in Siria e il governo dei Fratelli musulmani in Egitto.

  Nessuno potrebbe negare che siano delle sfide, alcune molto difficili e imprevedibili, per lo Stato ebraico. A colpire è ciò che manca nella lista delle “minacce esistenziali”: la questione palestinese. Sia pure per renderla irrilevante, Netanyahu almeno ne ha parlato.

  In questa strana campagna elettorale che si conclude con il voto di martedì, non lo ha fatto quasi nessuno. Perfino i laburisti hanno tolto dai loro slogan la soluzione di pace di “due Stati per due popoli” che loro, in passato, avevano coniato, negoziato e difeso.

  Si ignorano i palestinesi per due ragioni: per onesta ignoranza, malafede e ignoranza ideologica. La prima è dell’opinione pubblica israeliana: poiché in Cisgiordania i palestinesi non protestano, il problema non esiste. Basta dare agli arabi un po’ di benessere e nessuno rivendicherà più uno Stato. La panacea della “pace economica”, smentita da mezzo secolo di conflitti.

  La malafede è della classe politica
israeliana che incentiva questa convinzione. I leaders dei partiti sanno che
presto o tardi il problema sarà posto di nuovo, che la soluzione è una sola –
due Stati per due popoli – e sarà dolorosa per Israele. Perché togliere
all’opinione pubblica le sue illusioni? Perché poi farlo in campagna
elettorale?

  L’ignoranza ideologica è di quei partiti
della destra nazional-religiosa e di molti giovani turchi del Likud che sono
certi esista un’altra soluzione: un solo Stato per un solo popolo. La Palestina
non nascerà mai, ci sarà invece un grande Stato ebraico i cui abitanti arabi
che non accetteranno di emigrare, saranno cittadini con diritti minori. Questa
è ideologia. L’ignoranza consiste nell’essere convinti che in questo Stato
etnico la democrazia continuerà a funzionare per gli ebrei e che il resto del
mondo accetterà passivamente un nuovo apartheid.

  Tutto questo accade perché Israele è un Paese
senza eroi. Non mi fraintendete. Esistono milioni di piccoli eroi quotidiani:
israeliani che lavorano, crescono figli e per metà della loro vita vestono la
divisa; israeliani che combattono per il loro Paese avendo pietà del nemico, nonostante
l’ex rabbino capo delle Forze armate Avishai Rontzy, sostenga che chi lo fa
“sarà dannato”; israeliani sommessamente convinti che anche i palestinesi abbiano
diritti.

  Gli eroi che mancano sono i leaders capaci di
dire agli elettori ciò che va fatto e non quello che vogliono sentire. Capi
come Yitzhak Rabin e Ariel Sharon: uno di sinistra e uno di destra, perché la
collocazione politica è di relativa importanza. Rabin era stato il capo di
stato maggiore che aveva conquistato Gaza e Cisgiordania nel 1967, il ministro della Difesa che nella prima Intifada aveva ordinato ai suoi uomini di spezzare le ossa dei palestinesi. E il primo
ministro che nel 1994 firmò gli accordi di Oslo. Palesemente non gli piacque stringere la mano ad Arafat: ma lo fece perché aveva capito che era venuto il
tempo di un accordo di pace per il Paese che guidava.

  Per tutta la carriera miliare e politica
Sharon è stato un estremista e un personaggio controverso. Ma alla fine della
sua vita aveva capito che per il bene del Paese in nome del quale aveva
combattuto, doveva abbandonare territori arabi. Non per convinzione politica ma
equazione demografica: la popolazione araba cresce più di quella ebraica.
Presto gli israeliani avrebbero dovuto decidere se vivere in una nazione
ebraica ma razzista o democratica ma non più ebraica. Nonostante fosse stato un
conquistatore di terre nemiche, si convinse che occorreva abbandonare Gaza: non
ne era felice ma non era quello il punto. Si sarebbe anche ritirato dalla
Cisgiordania se nel 2006, di questi giorni, non lo avesse fermato un ictus.

  Invece in queste elezioni “nessuno discute
delle questioni essenziali”, dice Tzipi Livni a David Remnick del “New Yorker”.
La maggioranza “pensa: i palestinesi
rifiutano ogni offerta
, Il mondo
intero è comunque contro di noi
, Sono
tutti antisemiti
, eccetera. E i coloni ideologici pensano che ogni giorno
senza negoziato, sia una vittoria”. Del problema che individua, l’ex ministro
degli Esteri aveva la soluzione. Ma prima era stata cacciata da Kadima che
aveva fondato; e ora gli elettori non daranno più di 6/7 seggi al suo nuovo
partitino.  E’ sempre più agevole seguire
i pifferai che gli eroi. 

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  • KGF |

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  • ddp |

    nel gioco dei “passi degli animali” si direbbe: “fai ancora un passo indietro”

  • rosa |

    “Gli eroi che mancano sono i leaders capaci di dire agli elettori ciò che va fatto e non quello che vogliono sentire…” simili agli eroi che abbondano nei paesi islamici, quindi. Si quegli eroi che ad un popolo che vuol sentirsi dire morte agli ebrei dice proprio morte agli ebrei.

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