L’emiro progressista

 

Voglio fare del Qatar una democrazia”, confidò l’emiro. Era la seconda metà degli anni ’90 e il piccolo paese aveva appena incominciato a farsi conoscere. Unico in Medio Oriente, aveva chiuso il ministero dell’Informazione e da un anno trasmetteva la prima all-news araba chiamata al-Jazeera. Quale democrazia? chiesi: anche l’egiziano Mubarak e il siriano Assad sostengono di governarne una. “Quella dove si vota, non ne conosco altre”, rispose l’emiro Hamad al-Thani.

Il ristorante Damasceno nel suq di Doha che aveva fatto ricostruire, era il suo luogo preferito fuori dal palazzo lungo la corniche. Era passato ormai un quindicennio da quando aveva promesso democrazia ma le elezioni per i 45 seggi del Consiglio consultivo della Shura continuavano ad essere rimandate. “Sfortunatamente non confiniamo con la Danimarca”, ammise, appoggiando il sigaro Cohiba Lancero che preferiva alla più tradizionale shisha. “Non posso ignorare che il nostro unico confine terrestre sia con i cugini sauditi”. Gli al-Thani e gli al-Saud sono imparentati, entrambi wahabiti ma i primi praticano un Islam molto meno rigoroso dei secondi.

Neanche i 300mila qatarini (gli altri 2 milioni di abitanti della penisola sono lavoratori stranieri) sentivano la necessità della democrazia: uno dei tre Pil procapite più alti al mondo, riserve provate da 25 miliardi di metri cubi di gas, scuole gratuite, università in America per i più dotati. A un certo punto non ci fu nemmeno bisogno di quello, perché Qatar Foundation portò le università a Doha.

Quella sera al Damasceno Hamad al-Thani ammetteva una sconfitta. Non era la sola. Il paese che doveva essere come la Danimarca e che con una certa presunzione stava tentando di trasformarsi nel negoziatore di tutti i conflitti del mondo, si era invece fatto risucchiare nel caos arabo delle primavere. Aveva puntato sui Fratelli Musulmani, credendo rappresentassero un Islam moderato; aveva perfino appoggiato alcune formazioni jihadiste. Era il marzo del 2013 e tre mesi dopo quella cena l’emiro avrebbe abdicato a favore del figlio Tamim. Fu considerata l’ammissione di una sconfitta – in parte lo fu – e un cedimento all’Arabia Saudita. In realtà Tamim, 35 anni, incominciò a governare come suo padre, cercando di non commettere gli stessi errori, continuando la trasformazione del Qatar.

Fu una transizione pacifica. Non lo era stata invece nel 1995 quella di Hamad con suo padre Khalifa, spodestato con un colpo di stato. Non fu sanguinoso come una tragedia shakespeariana, ma a palazzo corse del sangue. Il vecchio emiro era un ostacolo alla modernizzazione alla quale pensava Hamad. Come molti principi ed aspiranti emiri del Golfo, Hamad era stato preparato a Sandhurst, l’accademia militare britannica. Nel 1991, al-Thani aveva guidato un contingente all’Operazione Desert Storm che liberò il Kuwait dall’occupazione irachena. Con quell’impresa il Qatar allacciò importanti legami con americani ed europei.

Al-Thani e il Qatar avevano incominciato a farsi conoscere pochi anni prima, quando Hamad era ministro dell’Energia. Contro il giudizio di molti esperti, e del padre, decise di liquefare il gas per esportarlo – sosteneva – con più facilità. In pochi anni il GNL avrebbe garantito una produzione da oltre 80 milioni di tonnellate l’anno, il 30% della produzione mondiale, un export da 20 milioni di tonnellate. Sarebbe stato creato il Qatar Investment Authority, il fondo sovrano da circa 600 miliardi di dollari, e istituita la Qatar Foundation che, come la montagna a Maometto, avrebbe portato le università americane a Doha.

Deus ex machina di Qatar Foudation e di molte altre iniziative culturali e sociali è stata Sheikha Moza, la preferita delle tre mogli dell’emiro, padre di 11 figli maschi e 13 femmine. Il successore Tamim è figlio di Sheikha Moza, la prima e per ora unica first lady di un Golfo estremamente tradizionalista riguardo al ruolo politico e sociale delle donne.

Sono molte le prime volte arabe di Hamad al-Thani: il primo ad allacciare rapporti economici con Israele; a usare diplomazia e compromesso per la soluzione dei problemi nella regione e oltre; il primo arabo a ospitare un Mondiale di calcio; a usare soft power e sport come strumento politico positivo. Non sempre ha avuto successo ma è impossibile trovare un leader arabo più innovatore di Hamad al-Thani.

Nel 2020, quando l’Italia divenne l’epicentro del Covid, l’emiro mi chiamò da Doha. Voleva sapere come stessero andando le cose e come stavo. Fu una lunga telefonata, una di quelle che fanno gli amici.

 

  • carl |

    “Voglio fare del Qatar una democrazia” “Quella dove si vota, non ne conosco altre”.
    Ma sappiamo però che non basta. Ed infatti bisogna porre la massima cura per evitare manipolazioni, brogli e quant’altro, e non solo nelle cosiddette “autocrazie”…
    D’altronde anche il Donaldo ha più volte cercato di strumentalizzare l’esito delle votazioni ricorrendo all’espediente dell’accusa di brogli, e attualmente sta per decretare il cosiddetto SAVE (Safeguard American Vote Eligibility) mirando a normare a suo favore le prossime elezioni di “mid term”. L’unica misura del SAVE che mi trova d’accordo è il fatto di vietare il voto per corrispondenza perchè facilmente truccabile..
    D’altra parte è noto come negli USA le votazioni da decenni avvengano sopratutto per mezzo di macchinette elettroniche e qui con coglierei l’occasione per suggerire a chi ne abbia la facoltà di aggiungere nella Costituzione italiana che: “l’Italia ripudia sia la guerra che il voto elettronico..”. Anche se, dato il “peso piuma” dell’Italia sul piano geopolitico, sia occidentale che mondiale, ciò non inciderebbe gran chè sullo stato della democrazia.. Infatti se è possibile truccare anche delle tornate elettorali svolte per mezzo di schede cartacee (specie in assenza di “ronde di notte” nei seggi elettorali ove si trovino le urne..) , truccare quelle svolte con il voto elettronico è, per così dire, un “gioco da ragazzi” e cioè dei “ragazzi” che, ovviamente, siano esperti in informatica, ecc

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