Attori modesti di un oscuro copione

Personaggi e interpreti di una rappresentazione che sembra una farsa. Il cui copione -se ne esiste uno – nasconde gli elementi di un dramma che all’ultimo atto potrebbe diventare tragedia. Un imperatore venale e superbo; un camerlengo che gli sussurra consigli interessati; negoziatori persiani con le loro ambascerie di tregua; generali persiani che li tradiscono; dragomanni dei regni vicini che, mediando, cercano di tradurre le minacce di guerra in pace.

Nessuno più di Donald Trump può determinare di quale sceneggiatura stiamo parlando: se di un’opera buffa o drammatica. L’americano sembra inadeguato al compito. Il popolo iraniano e i suoi governanti ora sono “terrific”, ora da eliminare dalla faccia della terra. Nello scontro su Hormuz Trump si erge a “Guardiano dello stretto”. Poi veste i panni del pirata Morgan, annunciando che le navi che vi transiteranno dovranno versargli il 20% del valore del carico. Infine annuncia che in caso di regicidio per mano iraniana, ha lasciato l’ordine scritto di distruggere la Persia, come se i suoi poteri temporali avessero vita eterna.

Benjamin Netanyahu, il camerlengo che spaccia per americani gli interessi d’Israele, sta per tornare a Washington. Per lui la guerra nel Golfo avrebbe dovuto riprendere ieri. L’ultima trovata per irretire una volta di più l’imperatore, è un complotto iraniano per ucciderlo. Bibi sa che il martirio, purché presunto, è un’idea che piace al narcisismo trumpiano.

Il ruolo che l’israeliano avrà nello svolgimento del copione è molto importante per capire se ci sarà un lieto fine o la tragedia. “Mister Security” è l’etichetta che Netanyahu si è attribuito: in questi ultimi anni lo ha aiutato a vincere diverse elezioni e a fine ottobre ce ne saranno altre. La guerra, una qualsiasi che coinvolga Israele, lo aiuterà a restare al potere. Se non riuscisse a riattivare quella iraniana, non mancano alternative: il Libano, la Siria. O di nuovo Gaza. Gli esperti dicono che Hamas non ha più mezzi, capacità militari né capi; anche il consenso popolare è crollato. Ma Netanyahu continua a presentare il partito islamico palestinese come una minaccia costante perché l’opinione pubblica israeliana non esca dall’incubo dell’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023.

Un anno fa i suoi consiglieri avevano denunciato un inesistente concentramento di truppe egiziane nel Sinai, pronte ad attaccare Israele. Ora esiste un ennesimo pericolo imminente: la Turchia. Domani ce ne sarà un altro.

Il presidente del parlamento iraniano Mohammed Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, insieme al presidente Masoud Pezeshkian, sono i moderati del quadro politico iraniano: sia pure con orgoglio persiano, vorrebbero riprendere il dialogo con l’occidente e riaprire il paese all’economia. Dal punto di vista numerico interpretano la maggioranza degli iraniani, stanchi di recessione, brutalità e militanza islamica: da Rafsanjani, a Khatami a Rouhani, quando hanno potuto votare liberamente, hanno eletto presidenti moderati.

Sfortunatamente in Iran il potere non dettato dai numeri ma dal controllo sociale e dalle armi – la forza bruta – è nelle mani delle Guardie della rivoluzione. Nel corso dei decenni le IRGC, i pasdaran, anno allargato il loro potere militare alla politica e all’economia: industria, banche, mercato nero. Per loro l’apertura dell’Iran all’economia mondiale sarebbe un danno irreversibile: ufficialmente per i valori della rivoluzione islamica, realmente per le loro tasche e il loro potere.

Vendicare la morte della guida suprema Khamenei, ucciso da israeliani e americani, “è la richiesta della nazione” e avverrà “certamente”, garantisce Mojtaba Khamenei, figlio e successore della guida. Ma nessuno ha le prove che lo dica lui o la sua ombra cinese manovrata dai pasdaran. Sotto le bombe che avevano ucciso la vecchia guida suprema c’era anche Mojtaba. Secondo la versione ufficiale è rimasto gravemente ferito ma è vivo, sebbene non sia mai apparso in pubblico. Nemmeno ai funerali del padre, orchestrati dalle guardie della rivoluzione, durante i quali la folla istigata dal regime, aveva tentato di aggredire i negoziatori Araghchi e Ghalibaf.

A partire dal tardo Medio Evo, alla corte dell’impero ottomano i dragomanni erano gli interpreti, per lo più italiani, che garantivano la comprensione fra mondi istintivamente ostili. Nella rappresentazione dei nostri giorni Qatar, Oman, Pakistan e occasionalmente qualcun altro, sono i dragomanni che stanno cercando di connettere le lingue diplomatiche di personaggi complessi e ostili fra loro. La loro missione è ai limiti dell’impossibile.

  • carl |

    “Personaggi e interpreti di una rappresentazione che sembra una farsa.”
    E a qualcosa del genere non ha potuto fare a meno di pensare anche lo scrivente, sia pure su di un piano ben più ampio del M.O. ma, ovviamente, ritenendola soltanto formalmente una “farsa”, date le sue drammatiche implicazioni, conseguenze, ecc.
    D’altronde credo di avere già detto di ritenere che oggigiorno, e allo stato delle cose, il moltiplicarsi delle guerre possa essere considerato un “instrumentum regni”.. Infatti i conflitti, o comunque i principali, consentono giorno dopo giorno di riempire una parte maggiore o minore di quella dozzina di notizie con le quali vengono mediamente “costruiti” i notiziari radioTV generando nel contempo quell’assuefazione che i governanti non ritengono negativa, dato che fa sì che la gente ritenga possibile coesistere anche con un considerevole livello di conflittualità “convenzionale” specie se localizzato lontano dal proprio “yard o cortile”.. E l’aumento dei carburanti, ecc.? Può contribuire a ridurre i consumi ed il global warming sia pure (per ora) ad un livello da prefisso telefonico..
    Ma, sopratutto, la drammatica “farsa” in questione potrebbe essere indirettamente indicativa di essere collegata all’ipotesi dell’esistenza di taciti accordi (arcana imperii”) ai massimi livelli mondiali…Insomma una sorta di somma di quelli ipotizzati in merito agli accordi di Yalta più quelli dell’Entente cordiale e, magari, dell’incontro USA/RU di Anchorage e altri ed eventuali.. E chiudo notando che nell’articolo avrebbero meritato un accenno anche gli attori Houthi. Ma, spingendomi oltre l’articolo, mi chiedo quali conseguenze potrebbero derivare da un considerevole aggravamento della cosiddetta “ibridazione” sul piano bellico che, ad es. finisse per gravemente riguardare anche quell’intrico di cavi TLC sottomarini, tubazioni (infatti nn ci sono solo quelli del North Stream) ed altre realtà collegate ai fondali marini, ecc.?

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