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Redskins Rule

Redskins panthersAP
Scomparsa dalle mappe, dai comizi, dai rapidi interventi sulle tv, dai milionari spot pubblicitari. La politica estera è uscita di scena come se i due candidati ammettessero che non è su quella che si convincono gli incerti e si vincono gli Stati i cui voti elettorali sono incerti. Implicitamente il presidente e il suo oppositore relegano gli avvenimenti internazionali e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo in una serie B del voto. Certo, non c’è più un Vietnam né l’Unione Sovietica. Ma migliaia di soldati americani, sebbene non più coscritti, stanno combattendo una guerra.

Tutto il mondo è Paese. Alzi la mano chi ricorda una dichiarazione di Bersani sulla politica estera italiana; chi è in grado di dire come la pensa Casini sulla crescente potenza militare ed economica cinese; o come la vede Alfano sul disarmo nucleare. La nostra lunghissima campagna elettorale non prevede ci si confronti sui nostri interessi economici e in qualche caso politici nel mondo. Nemmeno i nostri soldati in Afghanistan e i due maro in India riescono a distrarli. I nostri giornali non sono diversi.

  Ieri mattina, cioè solo a 24 ore dal voto presidenziale, il New York Times non ha stravolto la sua foliazione con pagine e pagine di “primo piano” sul fatto del giorno, come facciamo in Italia. In ogni giornata normale o straordinaria (fatta eccezione l’11 Settembre), il Times dedica le sue prime quattro pagine alla politica estera. Così ha fatto anche ieri: Netanyahu che minaccia di bombardare l’Iran, i palestinesi divisi, il nuovo papa dei copti egiziani, il partito comunista cinese, un articolo su Rahul Gandhi, Siria, Nato, Libia.

  Parliamo del giornale della classe dirigente
americana: a Des Moines nell’Iowa, se ancora hanno un quotidiano locale,
probabilmente è diverso. Ma nemmeno i nostri giornali più autorevoli ai quali
si rivolge la classe dirigente, quale essa sia, mostrano grande interesse per
gli avvenimenti mondiali.

  Il nostro è un piccolo Paese che fatica a
identificare i suoi interessi internazionali anche quando sono evidenti. Gli
Stati Uniti sono il più grande dei Paesi. Il loro bilancio per la Difesa è da
700 miliardi di dollari, più della metà della spesa mondiale degli armamenti:
anche se del Prodotto interno lordo è solo il 5%. Nel 1953, all’inizio della
Guerra fredda, era del 14.

  Non possono sfuggire al loro destino globale:
“eccezionalismo”, lo definiscono sciovinisticamente in molti quaggiù. Per dare
un senso più concreto a questa descrizione, nel dibattito presidenziale con
Obama, Mitt Romney l’aveva spiegata così: “Se l’America non è alla guida, lo faranno
altri – altri che non condividono i nostri interessi e i nostri valori – e il
mondo diventerà più oscuro”. Potremmo definirla la teoria di Batman e Gotham
City. E’ per questo che l’80% dei francesi, più del 70 dei tedeschi, inglesi,
italiani, cinesi, mediorientali, nelle prossime 24 ore terranno le dita
incrociate nella speranza che Mitt Romney perda.

   Il candidato repubblicano ha una politica
estera che risale agli anni Settanta, quando quella politica aveva un senso:
internazionalismo, preminenza americana, unilateralismo, militarismo e
democrazia. Servendosi ora di uno di questi strumenti, ora di un altro, a
seconda delle necessità. “I nostri amici e alleati nel mondo non vogliono meno
America, ne vogliono di più”, aggiungeva Romney. Non siamo noi a volere più o
meno America. E’ l’America che per mantenere il suo primato sta facendo passi
indietro, sta adattando gli interessi globali ai soldi in cassa, cerca di avere
degli avvenimenti mondiali un controllo agile o una partecipazione limitata,
facendo prevalere i suoi valori agli interessi perché quei valori sono
l’interesse dell’America, la sua ragion d’essere. Con una certa differenza di
profondità dalla teoria Batman/Gotham/Romney, quella di Obama potremmo
chiamarla smart policy: uso intelligente della politica di potenza.

  Questa almeno è la politica estera di Barack
Obama che potrebbe essere sostituita con un’altra: per saperlo è solo questione
di ore. L’alternativa politica è quella pericolosa di un gigante che cerca di
continuare a vivere al di sopra dei suoi mezzi.

 I segnali per chi crede alla scaramanzia, si
moltiplicano. D’improvviso è sceso un freddo tremendo, il sole c’è ma non
scalda. E domenica nel campionato di football americano i Redskins hanno perso
in casa con i mediocri Panther del North Carolina. La leggenda chiamata
“Redskins Rule”, dice che se la squadra di Washington D.C. perde sul suo campo
la domenica prima del martedì elettorale, il presidente in carica perde anche
lui contro lo sfidante. In realtà la regola è già stata infranta nel 2004: i
Redskins persero in casa con i Packers di Green Bay ma lo sfidante John Kerry
non riuscì a buttare George Bush fuori dalla Casa Bianca. Che le dita si incrocino,
dunque. 

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  • doretta davanzo poli |

    grazie a Ugo Tramballi e grazie anche a Carl:io non mi sforzo neanche più di tanto di capire, però, come forse la maggioranza nel mondo,sono molto preoccupata

  • carl |

    Lei, Dott Tramballi, nota en passant come la percentuale del PIL degli USA, ufficialmente/statisticamente destinata agli armamenti, corrisponda attualmente al 5 % del PIL. Una percentuale apparentemente modesta (in politica è il minimo di voti che un partito deve prendere se vuole andare a lavorare o a scaldare seggi nel parlamento di questo o uel Paese..) mentre nel 1953, al tempo della guerra di Korea, era del 14% sempre del PIL USA ma che, si noti bene, a quei tempi era assai più modesto di quello attuale.
    E’ un discorso che si potrebbe trasporre su altri argomenti come, ad es. quello pensionistico. Infatti se un operaio tedesco, danese, olandese, svizzero,francese, ecc. che guadagna 2500/3000 al mese, va in pensione con il 50-60% dell’ultimo stipendio, o dello stipendio medio, o altro.. Prenderà comunque molto di più di un operaio italiano che abbia preso uno stipendio di 100/1200 euro al mese e che andasse poi in pensione ancora con il 70% (si fa per dire..) dell’ultimo stipendio o della media degli stipendi, o altro (sistema contributivo, a capit.ecc.)
    Ritornando ora agli armamenti, non prendiamoci in giro. Gli sviluppi intervenuti sulle armi ereditate dal conflitto 1939-45 hanno finito per andare di fatto al di là di ogni ragionevolezza.. Infatti non sono più a misura d’uomo, anzi a misura di intere divisioni di uomini che se si beccassero un “ruggente” ordigno medio, verrebbero olocaustizzati e spazzati via in un meno che non si dica. Sbaglio?
    E neppure le cosiddette mini-nukes sono a misura d’uomo, se si eccettua il loro trasporto, come visto nel film “The peacemaker”.. Ma qui saremmo in piena “fiction”.. O, forse, non più..??

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