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Israeliani e palestinesi. Quando i sordi fingono di parlarsi

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Scrivere del negoziato di pace fra israeliani e palestinesi è come disquisire sul sesso degli angeli, chiedersi quando verrà la fine del mondo, avere tempo da perdere e decidere di perderlo.

  Il conflitto è iniziato nella seconda metà del XIX secolo, ha attraversato tutto il XX con varie modalità politiche (ottomani, inglesi e infine diretti interessati) e ha già consumato il primo decennio del XXI senza ombra di soluzione. Lo Stato d’Israele è nato quasi 64 anni fa, da quasi 45 i Territori palestinesi sono occupati. Il processo di pace è stato avviato a Madrid 21 anni fa senza che quattro presidenti degli Stati Uniti (due con doppio mandato) e sei segretari di Stato arrivassero a una conclusione.

  Non sapendo più cosa scrivere e pensando che per motivi politici, morali, affettivi e personali, debba scrivere qualcosa, sfidando il totale disinteresse della maggioranza dell’umanità, riproduco qui sotto il link di un lungo articolo di Ha’Aretz. E’ il resoconto dell’ultima tornata di colloqui fra israeliani e palestinesi che si è svolta ad Amman. Gli sponsor erano il coraggioso re Abdullah di Giordania e l’inutile Quartetto. Questo variegato soggetto negoziale (Usa, Russia, Onu, Ue) assume una qualche competenza tutte le volte che i presidenti degli Stati Uniti sono in campagna elettorale ed evitano come la peste le insidie del conflitto, le pressioni della lobby ebraica e degli arabi col petrolio.

  Premetto che nell’articolo non ci sono notizie: ad Amman non è successo niente. Per chi ha ancora la pazienza di occuparsene e i pochi che si illudono e si indignano, è tuttavia un testo illuminante. Attraverso i negoziatori che si succedono di qua e di là del tavolo, leaders o sherpa, è evidente che due sordi parlano senza ascoltarsi. Non c’è il minimo tentativo di capirsi, di prendere nota l’uno delle ragioni dell’altro. I sordi veri vorrebbero tanto sentire ma non possono. I sordi politici non vogliono perché non hanno alcuna intenzione di sentire.

  La mia opinione è che in questo conflitto ci sia un occupante e un occupato. Per quanto i palestinesi abbiano ostinatamente commesso errori fondamentali che li hanno congelati in questa condizione, loro sono occupati. E per quanto la brutalità dell’occupazione israeliana sia uno scherzo rispetto a quello che il regime siriano fa al suo stesso popolo, gli israeliani restano gli occupanti. Ma nell’articolo di Ha’aretz c’è una simmetria assoluta nel rifiuto di fare un passo avanti.

  C’è stato un tempo in cui ho sognato di seguire da giornalista la cerimonia della firma della pace tra fanfare, bandiere e nuove distribuzioni di premi Nobel; di camminare in una Palestina felice e indipendente; di scrivere su un Israele finalmente normale, liberatosi dall’autoprigionia di un conflitto che lentamente ne distruggeva l’anima. Mi accontenterei, un giorno, di assistere da pensionato a questo miracolo: per un evento che ho desiderato tutta la vita andrei per esserci anche a mie spese. Ho intenzione di vivere a lungo ma non penso che sarà abbastanza.

Buona lettura dell’articolo di Ha’aretz. Abbiate pazienza. 

http://www.haaretz.com/blogs/diplomania/netanyahu-s-border-proposal-israel-to-annex-settlement-blocs-but-not-jordan-valley-1.413473

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  • rosi |

    Fabio la sua non è una provocazione, bensì una legittima presa di posizione. In primis mi chiede se esista qualcosa di simile. La risposta è affermativa. Se lei va a Nilin, Bilin, Nebi Saleh.ect…troverà oggi decine di comitati popolari che fanno della non violenza il loro fulcro di lotta. Erano oprressi prima e sono oppressi oggi. Tuttavia adesso, dopo aver fatto errori su errori, hanno capito (quanto meno una marcata maggioranza di essi) come combattere tale oppressione.
    Al di là della carica simbolica degli esempi accennati, esiste nel contesto palestinese un problema evidente legato alla visibilità.
    In altre parole una Rosa Parks palestinese passerebbe pressoché inosservata. La Rosa Parks americana viaggiava su un autobus in transito nella capitale dell’Alabama. La Rosa Parks palestinese, mutatis mutandis, non avrebbe la stessa prerogativa.
    È questa la ragione per la quale oggi più che mai è necessario che quella stessa resistenza popolare non violenta possa diventare sempre più visibile all’interno della società israeliana.
    Solo se resterà non violenta avrà la forza di cambiare il corso della storia. A quel punto molti palestinesi resteranno sorpresi nel vedere quanti uomini e donne presenti al di là della barriera solidarizzano con la loro sofferenza.
    PS il parallelismo con il sudafrica è suggestivo ma improprio. Non fosse altro per il peso che ha la religione in Terra Santa, per ciò che rappresenta per i due popoli coinvolti Israele/la Palestina (di certo imparagonabile con i coloni occidentali in sudafrica) e, per tornare ai giorni nostri, per come viene condotta da oltre 40anni l’occupazione dei territori palestinesi.
    Sbrigliare la matassa sudafricana era molto più semplice. pensi solo a quanto più grande è il sudafrica rispetto alla somma di israele e dei territori palestinesi. ancora prima di ciò, pensi a quanto minoritaria era la percentuale dei coloni occidentali rispetto ai neri bantu: le alyiot portarono in Palestina un numero infinitamente superiore di persone, anche se chiamarli “coloni” è in questo caso opinabile.

  • rosi |

    Moshed,
    concordo con la frase finale: i muri, fisici e mentali, sono alla base di ciò che sta avvenendo. In quanto figlio di una famiglia che ha subito suprusi in Iraq sono certo che saprà immedesimarsi anche con i profughi palestinesi che, a differenza di gran parte (non tutti, ma gran parte) dei profughi provenienti dall’Iraq – per la cui sorte i palestinesi non hanno alcuna responsabilità – vennero assorbiti piuttosto facilmente in Israele. Certo i “madbarot” erano terribili, ma non a caso durarono molto poco. La ragione è semplice: molti dei nuovi immigrati andarono a stabilirsi ipso facto nelle case dei palestinesi, che rimasero sovente intatte in tutto e per tutto. Basta fare un giro a Ein Houd o nel quartiere gerosolimitano di Musrara (due esempi tra centinaia possibili) per rendersene conto. La base di tutto è immedesimarsi nella sofferenza dell’altro. Gli approcci solipsistici (non è il suo caso) sono da sempre forieri di grandi sofferenze. E ingiustizie.
    Anch’io spero che i palestinesi e le forze migliori in seno al popolo israeliano possano in futuro diventare un punto di riferimento per chiunque abbia a cuore la pace: arabi, israeliani o indiani d’America che siano.

  • carl |

    Essendo diventato uno degli habitué o, diciamo, uno dei “4 gatti” che lasciano un commento, dovrei scusarmi per non averlo fatto. Ma il fatto è che anche stavolta ho deciso di fare il “muto”, specie in presenza di “sordi”..Sordi e muti..Potrebbe anche sembrare una battuta ma, essendo l’irrisolta situazione Medio-Orientale grave e pure seria, le battute sono del tutto fuori luogo… Bisogna risolvere al più presto e razionalmente detta bizantina sordità.

  • Fabio |

    Tramballi non ha più le parole, ma molti altri hanno ancora voglia di parlare per fortuna. Anche qui però vediamo quanto è difficile perché l’astio è palpabile.
    Mi permetto una provocazione a Rosi, spero che mi perdonerà… l’apartheid in Sud Africa era molto duro (non faccio paragoni con l’occupazione israeliana, ma sicuramente era molto duro). Non credi che la situazione, cioè la lotta di liberazione, avrebbe potuto finire in un bagno di sangue ? Perché non è successo ? Perché i bianchi afrikaner erano più buoni degli israeliani o perché i neri hanno optato per una strategia che ha permesso loro di abbattere un sistema razzista senza minacciare la distruzione o l’espulsione della comunità bianca ? Esiste qualcosa di simile (e di credibile, cioè sostenuto da una forte maggioranza) in ambito palestinese ?

  • doretta davanzo poli |

    meraviglioso il dialogo che hai stimolato, di persone altrettanto informate e motivate.
    io posso solo meditare

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