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Diplomazia e difesa comuni. L’Europa non è solo fatta di banche e spread.

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Se la guerra per la Libia è finita, insieme ai ribelli l’hanno vinta gli europei: per la prima volta l’Europa quasi senza gli americani. Sul New York Times Steven Erlanger fa dell’ironia sui “sette costosi mesi” di bombardamenti per piegare “uno dei più deboli eserciti del mondo”. Forse è un pregio più che un difetto: se il risultato fiale è stata una vittoria, la strategia dell’assalto chirurgico che ha ridotto le vittime civili forse è migliore delle campagne americane “shock and awe”, enormemente costose e sanguinose.

  Dall’impresa libica è dunque scoccata “l’ora dell’Europa”? L’immaginifica definizione politico- temporale era già stata usata alla fine della Guerra fredda. Ma quell’ora non è mai venuta. Come allora, quando si pensa a una politica di difesa dell’Unione Europea, si intende “sicurezza transatlantica”:  prima vengono gli Stati Uniti, poi la Nato e infine alcuni singoli Paesi del Vecchio continente. Non la Ue. C’è stato il “Meccanismo di Berlino del 1991; la “Carta per la Sicurezza Europea”, Istanbul 1999; il nuovo “concetto strategico” di Lisbona, 2007. Ma da tutto questo non è uscita alcuna politica estera né di difesa dell’Unione.

  E’ difficile parlare di questi due grandi sogni politici –almeno per i veri europeisti- in un’epoca di grave crisi economica per tutti. Negli ultimi due anni le spese per la difesa dei Paesi della Ue sono state tagliate di 45 miliardi di dollari: più o meno l’intero bilancio militare tedesco. Era stato convenuto che gli europei raggiungessero una spesa per la difesa pari al 2% del Pil di ognuno. Solo inglesi, francesi e greci l’avevano fatto. La Gran Bretagna ha incominciato a fare tagli notevoli, la Grecia non ha più un soldo per fare alcunché.

   Quanto alla politica estera, le nuove ambasciate della Ue nel mondo sono una panacea. Dmitri Trenin, il direttore del Centro moscovita Carnegie, pensa che il ministro degli Esteri europeo sia “un’aggiunta agli apparati nazionali più che un simbolo dello stare insieme europeo nel mondo globale. Nell’arena internazionale l’Europa sarà meno, non più, della somma” dei Paesi che la compongono.

   Si è scritto molto in questi mesi sul declino della potenza americana ma non di quella europea. Forse perché lo si dava per scontato: per decadere da una posizione, prima bisogna raggiungerla. C’è la globalizzazione in Europa, della quale la Ue è un protagonista in termini di import-export. Ma non c’è un’Europa globale che ha bisogno di coesione e stabilità al suo interno per essere forte nel resto del mondo. E questo resterà un sogno fino a che non ci saranno eurobonds e un sistema fiscale comune. Oltre a una politica estera e di difesa.

  In un mondo i cui pesi scivolano verso Oriente, si comincia a pensare sempre più all’Europa come alla propaggine occidentale non solo geografica della massa terrestre asiatica. Fino a che il pacifismo ghandiano non trionferà sul mondo, un’entità politica ha un ruolo globale se traduce la sua crescita economica in forza militare e diplomatica. E’ quello che stanno facendo i cinesi, gradualmente, sperando di non spaventare nessuno.

   Oltre all’assenza di volontà, non ci sono i soldi per trasformare la Ue in una potenza militare. Tuttavia l’Europa una forza riconosciuta e rispettata la possiede: il suo primato democratico e di difesa dei valori umani. Non risulta che questa expertise sia esportata con determinazione nel mondo: perché occorre denaro anche in questo campo e perché quello europeo resta un progetto elitario, principalmente burocratico, che i popoli faticano a cogliere. In apparenza i nostri valori sono stati riconosciuti a Bengasi e Tripoli. Ma i libici hanno ringraziato i francesi, gli inglesi, un po’ anche gli italiani. Non l’Europa nella quale tuttavia continuano a sognare di emigrare.

 

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  • doretta davanzo poli |

    per ora esistono solo gli Stati Disuniti d’Europa

  • Vanni Frediani |

    Come non pensare alle dodoci città etrusche, ricchissime di industrie, arti e commerci, appagate e felici della qualità della propria vita, ma ognuna per sé, fino a quando non sarà troppo tardi per unirsi a resistere alle barbarie celtiche e al militarismo romano.

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