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La Primavera araba e le sue conseguenze

Primavere
Al Cairo la commissione guidata da Amr Moussa ha concluso i suoi lavori: l’Egitto ha una nuova Costituzione, fra definitive e provvisorie la quarta dalla caduta di Mubarak. E’ molto laica – libertà di fede “assoluta” – e molto favorevole ai militari: possono fare quello che vogliono, anche arrestare e giudicare i civili.

  E’ una Costituzione che garantisce dalle derive islamiste, non da quelle illiberali. Pragmaticamente elimina la ridicola imposizione nasseriana del 50% del Parlamento garantito a operai e contadini: da tempo i posti se li spartivano i borghesi di regime, finti proletari. Ci saranno solide rappresentanze di donne e di giovani. Ma l’Esercito può fare quello che vuole e il sistema poliziesco resta al centro della vita di ogni individuo.

  Come la Costituzione nasseriana era alla fine determinata nella sua essenza democratica dall’uso che ne facevano i presidenti (lo stesso Nasser, Sadat e Mubarak), così questa dipenderà dal generale al Sisi.  Se vorrà essere lui il candidato alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo o se lascerà spazio a un civile. In altre parole: se i militari rientreranno nelle caserme lasciando alla società civile l’onere del governo (pur salvaguardando costituzionalmente i loro enormi interessi economici e sociali); o se, presi dall’ubris delle stellette, vorranno detenere tutto il potere. “Gli egiziani si fidano dei militari per salvare lo Stato ma nessuno si aspetta che siano anche capaci di modernizzarlo”, constatano in molti al Cairo.

  Non è una cosa da poco: liberare i sistemi politici dal potere dei militari era l’obiettivo fondamentale delle Primavere arabe alla loro origine. La Tunisia era governata dai poliziotti, l’Egitto dai generali, la Libia da un dittatore in divisa, la Siria da una famiglia che aveva fatto fortuna nella vita guidando una casta militare. Da Gibilterra a Hormuz tutte le repubbliche arabe sono state fondate e governate da uomini in divisa: “giovani ufficiali”, “ufficiali liberi”, “colonnelli”, “generali”. Monarchie ed emirati no: per evitare il formarsi di pericolose caste militari, è sempre qualcuno della famiglia reale che comanda le forze armate.

  La nuova Costituzione egiziana che sarà confermata da un referendum entro gennaio, è un segnale di conservatorismo: sembra che l’Egitto stia tornando all’ora zero della sua rivoluzione, a piazza Tahrir senza piazza Tahriri. Qualche giorno fa è passata una legge che vieta assembramenti non autorizzati dalle dieci persone in su. Ahmed Maher, fondatore del movimento 6 Aprile, cioè i coraggiosi ragazzi di Tahrir, si è opposto ed è finito in galera. La piazza non si è riempita per protestare.

  Prima di indignarci per la rivolta tradita che pensavamo dovesse avere i connotati politici e ideali di una rivoluzione americana o francese (tra l’altro anche quelle sanguinose), proviamo a metterci nei panni degli egiziani e di tutti gli arabi. Guardando in televisione i massacri in Siria e in Libia, non avremmo anche noi paura del nuovo? 

  Anche nelle strade del Cairo quest’estate si è sparato ad altezza d’uomo e a sparare sono stati soprattutto i militari che ora stanno organizzando la restaurazione. Ma gli egiziani nella loro grande maggioranza sono dawlati, credono nello Stato: fra alti e bassi ne hanno uno centrale dal Tremila avanti Cristo. Per loro, oggi, sono i militari e non i Fratelli musulmani, la garanzia di stabilità statuale; come re ed emiri lo sono per gli arabi del Golfo. Non è solo con i petroldollari, aumentando i salari pubblici e costruendo case popolari, che i monarchi congelano le Primavere fra i loro sudditi.

  Secondo Thomas Friedman del New York Times, temendo derive rivoluzionarie i regimi del Golfo hanno incominciato ad essere più attenti a ciò che la gente chiede. Non offrono democrazia – che raramente rientra fra le richieste dei sudditi – ma più trasparenza, più governance. L’autodafé siriano sempre più orribile e senza fine, e l’anarchia libica sono per gli altri arabi, governanti e governati, un deterrente efficace.

  L’importante è non dare una definizione né emettere giudizi finali sulle Primavere arabe: rivolte o caos, buone o cattive, utili o dannose. Le Primavere non sono un avvenimento bellico o della politica ma una dinamica storica. Con i suoi eroi, gli aguzzini e le vittime, il cantiere è ancora aperto.

 

   

  

 

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  • carl |

    Andiamo con ordine..Tanto per dire..:o)
    Infatti, l’ordine regna, o sembra regnare, al Cairo..
    a) La fratellanza castrense ha fatto una “retata” eliminando le teste pensanti di quella musulmana..
    b) non è escluso che la fratellanza castrense del luogo abbia avuto il sostegno di quella d’oltre-oceano. Quel connubio militaro-industriale sul quale aveva invano messo in guardia Eisenhower nel Suo ultimo messaggio alla nazione del 1961.
    c) comunque sia, pare che per il momento la fratellanza musulmana non disponga di altre teste pensanti.. ma è noto come le difficoltà ecc. aguzzino l’ingegno..
    d) E chi può escludere a priori che a forza di far fumare i cervelli a qualcuno non venga in mente di prendere di mira il ventre molle dell’Egitto, il canale di Suez il quale probabilmente (?), assieme al turismo, rappresenta il maggior introito su cui possa contare l’ammimnistrazione egiziana, indipendentemente da chi la incarni..?
    e)infatti è sul piano economico, laborale, ecc. che si giocherà la partita, vincente o perdente sia per il Paese che per tutta l’area circostante.

  • alramli |

    solita eccelsa penna.
    un accenno alle nostre responsabilità storiche lo avrei comunque fatto:
    “The quest for independence by countries like modern Syria took place in fulfillment of, rather than opposition to, the colonial process: “When the colonial powers were strained during the two world wars,” Tamim al-Barghouti noted in his book The Umma and the Dawla, “their Middle Eastern colonies got their formal independence and, because of the way they were structured and the elites that governed them, continued to behave as colonies”.

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