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Alle calende siriane

Tomahak
Forse perché era a San Francisco, il suo collegio elettorale. Nonostante la rilevanza, quello che ha dichiarato Nancy Pelosi non è stato abbastanza ascoltato dai media. “Ci hanno detto che avremo più tempo”, ha detto la leader della minoranza democratica alla Camera dei rappresentanti, riferendosi al voto che autorizzerà Obama a bombardare la Siria.

   “Possiamo concedere un paio di settimane al dibattito”, ha proseguito Pelosi. “I nostri deputati vogliono dire la loro nel plasmare la risoluzione”. Se sarà ascoltata, si va al 16 settembre, non prima. Non proprio un blitzkrieg.

  Intanto, il sito del New York Times apre con questo titolo: “La brutalità dei ribelli pone un dilemma mentre l’Occidente soppesa l’attacco ad Assad”. Al lungo articolo, il Times allega il filmato di un episodio accaduto il 13 aprile 2013 a Idlib. Il comandante di una milizia locale, Abdel Samed Issa, 37 anni, tiene un breve sermone contro i senzadio del regime. Distesi per terra, seminudi e le mani legate dietro la schiena, ci sono sette militari catturati dell’esercito di Assad. Sopra ognuno di loro, in piedi, c’è un uguale numero ribelli armati. Issa finisce il suo discorso e con la pistola spara alla nuca di un prigioniero. I suoi uomini lo imitano con gli altri.

  Il filmato è oscurato nel momento
dell’esecuzione ma si sentono gli spari. Le immagini riprendono mostrando i
sette soldati assassinati, buttati in una cisterna. Non è quel genere di
notizia che la propaganda di guerra mostra quando le navi sono in viaggio per
il fronte e i cuori della nazione devono essere resi intrepidi.

  Ma non era Assad che dovevamo bombardare?, si
saranno chiesti molti lettori del Times e noi con loro. Barack Obama ha voglia
di farlo come io ho voglia di diventare juventino. Non investirei una somma
cospicua, ma continuo a scommettere che alla fine il bombardamento non ci sarà.

  L’obiezione
più logica al non bombardare è che il presidente americano sia andato ormai
troppo avanti: se non lo ordinasse, sarebbe una sconfitta. Perché, cosa sarebbe
invece bombardare e allargare il conflitto siriano, lasciare Assad in sella con
il suo arsenale chimico intatto, convincere i ribelli come il comandante Issa
che nessuno fermerà le sue esecuzioni, spingere il Libano nel baratro,
costringere Israele a intervenire, convincere l’Iran a costruire la sua Bomba?

  Da Ronald Reagan tutti i presidenti degli
Stati Uniti hanno bombardato almeno un Paese arabo senza raggiungere il loro
obiettivo finale. Reagan la Libia nel 1986 ma Gheddafi è caduto nel 2011.
George Bush senior l’Iraq nel 1991: ha liberato il Kuwait ma Saddam Hussein è
rimasto al potere. Bill Clinton il Sudan nel 1998: voleva colpire un
laboratorio di armi chimiche ma ha distrutto una fabbrica farmaceutica e tre
anni dopo Osaba bin Laden ha auto tutto il tempo di distruggere il World Trade Center.
George Bush junior è il campione mondiale di bombardamenti e fallimenti. Barack
Obama ha ribombardato Tripoli: Geddafi è caduto ma la Libia ancora non è un
esempio di Primavera araba; poi, con i droni, le basi di al Qaida nello Yemen:
ancora non è chiaro se riuscirà prima a eliminare i terroristi o a inimicarsi
il governo amico di Sana.

  Nonostante questa serie di risultati
opinabili che dovrebbero far rifettere, non ci resta che un papa argentino pieno
di fede e con attributi che nessun altro ha. 

 

Allego due commenti usciti sull'edizione cartacea del Sole-24 Ore

 

di
Ugo Tramballi

Rapidità
di esecuzione e potenza di fuoco, dicono i manuali militari, sono determinanti
per vincere un conflitto. Ogni volta che se ne prospetta uno, gli esperti
spiegano con professionale freddezza cosa bisogna colpire, quali e quante armi
usare, come rintuzzare con un’eventuale escalation di truppe e di spese il
contrattacco nemico. Ma le guerre lampo non sono fatte per una democrazia.

  Significherà pure qualche cosa se, come
diceva Churchill, quello democratico è il peggiore dei sistemi eccetto tutti
gli altri. Bombardare il regime siriano in nome di un valore umano, violandone
un altro – la condivisione pubblica e politica di quella missione – è una
premessa di fallimento. Fino a che c’è stato ordine nella Repubblica, a Roma le
legioni non si mettevano in marcia senza in consenso del Senato. E’ in fondo a
questa condivisione di ruoli che John Bohener, il presidente repubblicano della
Camera dei rappresentanti si è riferito in una lettera a Barack Obama. In
questi ultimi anni la più grande democrazia del mondo ha già fatto troppe
blitzkrieg senza richiedere il voto del Campidoglio. E alla rapidità di quelle
azioni militari non ha corrisposto un veloce assestamento politico.

  Così indicano i sondaggi in America e in
Europa, la protesta dell’opposizione laburista e del Parlamento a Londra, le
perplessità crescenti dell’opinione pubblica francese nonostante la sua
naturale tendenza allo sciovinismo. A quale guerra ci stavano preparando? Il
verbo al passato non è corretto perché i preparativi sono sempre in corso.
Prima avevano annunciato che si sarebbe bombardato il giovedì, il venerdì e il
sabato. Domenica riposo, lunedì si vedrà. C’erano le prove delle responsabilità
del regime di Damasco, dicevano, senza mostrarle, senza una sola foto della
“canna fumante”.  Il premier inglese
Cameron vuole presentare al Consiglio di sicurezza Onu una risoluzione che sa
di non poter far passare, dato il voto contrario di Cina e Russia. Infine si è
deciso di aspettare il primo responso degli ispettori delle Nazioni Unite. Una
cosa ovvia per le opinioni pubbliche democratiche di quel mondo occidentale che
in fondo aveva creato le Nazioni Unite e i suoi meccanismi, perché
rispecchiassero a un livello globale il loro modello civile di inclusività.

  Chiunque lo abbia usato, il sarin ha ucciso
circa 300 civili, neonati e bambini compresi. Fino ad ora le armi convenzionali
della guerra civile siriana hanno fatto 100mila vittime, compresi i neonati e i
bambini. Gli ordigni chimici possono uccidere migliaia di persone in pochi
minuti. Cannoni, mortai, razzi, mine, fucili e bombe a mano hanno bisogno di
più tempo ma se viene loro concesso, svolgono egregiamente lo stesso lavoro del
gas.

  La democrazia non esclude la guerra, spesso è
stata necessaria per difendere i principi umanistici che afferma. La differenza
con gli altri sistemi è che prima di farne uso, pretende che ai parlamenti e
alle opinioni pubbliche si diano risposte ai dubbi qui sopra elencati. La
democrazia definisce meglio di altri regimi anche l’interesse nazionale. I
dubbi espressi dal generale democratico di un Paese democratico, sono la
risposta migliore a una guerra alla Siria. Scriveva qualche giorno fa Martin
Dempsey, comandante un capo Usa: “siamo schiacciati fra un regime che gasa i
suoi cittadini e una opposizione divisa, inefficace e, in parte, estrema”.

 

di
Ugo Tramballi

E’
l’ora in cui la nebbia è più fitta, le cose appaiono meno visibili e la realtà
incomprensibile. Come sempre prima di un vertice decisivo. Quello del G20,
solitamente convocato per dire qualcosa di generale sui destini del mondo,
questa volta lo è. Da ciò che Barack Obama e Vladimir Putin diranno e faranno,
a partire dal cosi detto linguaggio del corpo, la crisi siriana potrà essere condotta
in un alveo negoziale o allargarsi in un conflitto più ampio.

  Da quando sono iniziate le Primavere arabe
(Primavere è solo una definizione generica), è la prima volta che Stati Uniti e
Russia, le vecchie potenze, sono più importanti dei protagonisti regionali. Un
uso sbagliato di questo potere da XX secolo, potrebbe essere devastante. La
commissione esteri del Senato, approvando la bozza di risoluzione che il
Campidoglio voterà la settimana prossima, non ha dato il virtuale via libera al
bombardamento della Siria: ha solo consegnato al presidente americano questa
eventualità, se riterrà di usarla. Nella raffica di dichiarazioni rilasciate
ieri, Vladimir Putin ha fatto capire che potrebbe ammettere il bombardamento se
fosse provata la responsabilità del regime siriano nell’uso delle armi
chimiche. Ma i rapporti dei servizi segreti americani, francesi, inglesi e
israeliani sono pieni di dettagli contradditori, sufficienti per una battaglia
legale di anni. E poi c’è il rapporto degli esperti dell’Onu: il loro mandato è
verificare che i gas siano stati usati, non chi lo abbia fatto. Ma se confermassero
l’uso del sarin, sarebbe una denuncia: solo il regime lo possiede.

  Sono tutte ipotesi, interpretazioni. Quello
che conta è l’uso che ne farà la diplomazia. E mai come adesso dipenderà da
Vladimir Putin: è lui che ha il controllo della situazione, non l’americano.
Lui può soccorrere Obama che tutto avrebbe voluto fare tranne trovarsi di
fronte a un’azione militare che contraddice le sue idee, gli ideali e gli
obiettivi di un’intera presidenza. Gli Stati Uniti hanno commesso una serie di
gravi errori, il più importante dei quali è stato fissare una “linea rossa”
sull’uso dei gas, diventata un’allettante richiamo per tutti i nemici. La
Russia invece è andata di conserva, come fanno con intelligenza e opportunismo
le ex potenze che cercano di mantenere il loro status.

 Putin potrebbe invece accentuare l’isolamento
di Obama, costringendolo a ordinare il bombardamento della Siria. Se lo
facesse, il russo diventerebbe il corresponsabile di una possibile escalation
regionale. La crisi siriana ha la forza di attrazione di un gorgo oceanico: può
risucchiare Libano, Israele, Iran, Turchia, Stati Uniti, Russia. Sarebbe
l’eventualità migliore, se l’obiettivo di Putin fosse ricreare una stagione da
Guerra Fredda nella quale la Russia può esaltare i suoi arsenali militari e
celare i limiti economici.

  Se fosse davvero questo il disegno, le armi chimiche
sarebbero come Elena nella guerra di Troia: solo un pretesto. Il vero problema
non è il gas, per quanto sia la causa dell’attuale crisi. Le risorse del
negoziato potrebbero trovare facilmente una via d’uscita. Il problema è la
guerra civile siriana. Superata la crisi, la sua potenza destabilizzatrice si
manifesterà di nuovo. Quel gorgo che trascina tutti.