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Quando l’Europa mostra gli attributi

 

Eu isra
“Non gli hanno ancora detto che la soluzione dei due Stati è morta: morta e sepolta. Non esisterà mai uno Stato palestinese. E poi ci viene anche a dire che stiamo occupando la nostra stessa terra: come possiamo occupare qualcosa che è nostro?”, sosteneva Danny Dayan, colono ideologico ed ex presidente di Yesha, l’organizzazione degli insediamenti ebraici.

   Barack Obama aveva appena parlato a Gerusalemme, la primavera scorsa. Premettendo che gli Stati Uniti garantiranno sempre e con ogni mezzo la sicurezza di Israele, il presidente invitava a tornare al dialogo per arrivare alla soluzione dei “due Stati per due popoli”. Agli israeliani chiedeva di mettersi nei panni dei palestinesi: immaginatevi cosa significa vivere quotidianamente sotto occupazione, era il senso della sua esortazione.

  Dayan che non è nemmeno il più estremista dei coloni, era troppo arrogante e sicuro dell’impunità della sua parte, per ascoltare Obama e vestire, nemmeno per un secondo, gli abiti degli occupati. Per Dayan, per i coloni, per un numero crescente di deputati che li sostengono, il problema semplicemente non esiste. La terra è loro perché lo dice Dio.

  Noi in Occidente, i senatori e i deputati al
Campidoglio di Washington, i nostri governi e i nostri giornali, come
reagiremmo se dei musulmani dicessero che occupano un territorio di altri, solo
perché lo dice il Corano? Di quale integralismo religioso, di quale “fascio-islamismo”
li accuseremmo? E se un governo arabo metodicamente li sostenesse da decenni
con leggi, agevolazioni fiscali, mutui a tasso zero, protezione economica e
militare, come lo tratteremmo? Dentro quale rete di sanzioni lo strangoleremmo?

  E’ giusto contestualizzare il problema: il
dibattito politico democratico in Israele, il contesto regionale ostile, le
responsabilità palestinesi del perdurare dell’occupazione. Ma dal suo inizio il
movimento dei coloni ha avuto gravi connivenze governative – da destra e da
sinistra – e soprattutto in questi ultimi anni, è diventata la lobby più forte
e pericolosa per la democrazia israeliana. Più rubavano terre di altri, più i
loro giovani nazional-religiosi conquistavano posizioni importanti nei gradi
intermedi delle forze armate, più vincevano seggi nella Knesset e dicasteri di
governo, più Israele veniva isolata dal resto del mondo civile.

 Il movimento dei coloni è ormai un mostro che,
se non fermato in tempo, ucciderà la democrazia israeliana. Dayan e i suoi
sanno perfettamente quello che stanno creando: un altro Sudafrica bianco con
una larga minoranza non ebraica che un giorno diventerà maggioranza,
trasformata in cittadini senza diritti o deportata. A loro, i coloni, non
importa: sono convinti che Dio, gli Stati Uniti o entrambi non si opporranno
mai, che la loro impunità è a prova di Storia.

  Invece l’Unione Europea ha stabilito che dal
primo gennaio tutti i contratti economici, commerciali, culturali, scientifici,
tecnologici con Israele, avranno una “clausola territoriale” obbligatoria: non
varranno in Cisgiordania, sul Golan e a Gerusalemme Est, tutti territori
occupati. Non solo: quel che sarà prodotto nelle colonie non potrà essere
etichettato “made in Israel”. Due marchi importanti, per esempio: le creme
Ahava del Mar Morto o i gloriosi vini Yarden del Golan non potranno più essere
esportati in Europa.

  Non è un boicottaggio a Israele, con il quale
restano in essere tutti gli accordi e i privilegi commerciali, ma a un’occupazione
che pensava di godere un’impunità assoluta. Gli stessi 28 Paesi che hanno
votato compatti per la “clausola territoriale” (“Europa antisemita!”, già
gridano i soliti) pochi giorni dopo, con la stessa compattezza, hanno votato
per inserire l’ala militare di Hezbollah nella lista delle organizzazioni
terroristiche. Come chiedeva Israele.

  Proprio perché noi europei conserviamo un
debito storico inestinguibile verso il popolo ebraico, abbiamo il dovere di
contribuire a garantire la sicurezza di Israele: a rafforzarne la democrazia, a
cercare una soluzione di pace.

  Il
compito degli americani è premere sulla trattativa politica: lontano dai
sorrisi delle conferenze stampa, John Kerry ha usato maniere forti per spingere
Bibi Netanyahu a tornare al negoziato. In attesa di fondare una politica estera
comune, il compito di noi europei è la pressione economica.

  Riguardo a import ed export, l’Europa è molto
più importante per Israele di quanto loro non lo siano per noi. Tuttavia gli
scambi con quel Paese sono per noi moralmente più importanti di qualsiasi altro
accordo al mondo. Per questo vogliamo che siano rapporti non inquinati dal cancro
dei coloni.

 

Allego, come "lettura da spiaggia", i due articoli usciti in questi giorni su "Il Sole-24 Ore", dedicati alla ripresa del negoziato di pace imposto dagli Stati Uniti, e alle iniziative dell'Unione Europea.

 

di Ugo Tramballi

Non sono molti nel mondo gli
obiettivi che l’amministrazione Obama può sperare di raggiungere entro la fine
del suo tempo, per guadagnare meriti internazionali. Il deludente bilancio in
quasi cinque anni di presidenza potrebbe diventare eroico se conquistasse il
Santo Graal: la pace o quanto meno un compromesso definitivo fra Israele e
Palestina, sul quale hanno seriamente lavorato, fallendo, almeno cinque
predecessori di Barack Obama.

   E’ l’impresa che sta ora cercando di
compiere John Kerry, il segretario di Stato al quarto viaggio in due mesi nella
regione. I suoi predecessori che hanno consumato ore di volo, energie e
pazienza sul più antico dei conflitti della Storia contemporanea, sono almeno
otto. Da più di due anni la trattativa è congelata e prima che si fermasse, era
comunque arrivata a un punto morto. Numeri e caduti che consiglierebbero la
stessa cautela di Hillary Clinton: dopo aver tastato il terreno, trovandolo
ostile, aveva rinunciato al tentativo, cercando un successo scontato in
Birmania. Circondato da un entusiasmo pari allo zero nella sua stessa
amministrazione, Kerry sta ottenendo risultati miracolosi. La ripresa del
negoziato sembra ormai essere questione di giorni. Forse anche oggi. Israeliani
e palestinesi erano finiti nelle paludi diplomatiche che loro stessi avevano
creato, cercando d’imporre condizioni su condizioni. I palestinesi pretendevano
che gli israeliani congelassero la costruzione in ogni insediamento nei
Territori occupati; gli israeliani pretendevano non ci fossero condizioni,
imponendone invece più dei palestinesi: riconoscimento della “natura ebraica”
dello stato d’Israele, no al congelamento delle colonie, no alle vecchie
frontiere del 1967 come base del negoziato territoriale.

   Questa pioggia di no dell’una e dell’altra
parte, rimane. Ma da precondizione, diventano parte del negoziato. Sembra ovvio
ma in questa storia anche la banalità richiede tempo e diplomazia. Il
compromesso che ha costruito John Kerry è geniale appunto perché banale: nel
senso che prende atto dei no e contemporaneamente li ignora. Israele non
intende partire dai confini del ’67, non vuole congelare gli insediamenti né
liberare i prigionieri politici palestinesi nelle sue prigioni e ancor meno
rinunciare all’ebraicità del suo Stato. I palestinesi affermano l’esatto
contrario su tutto. Ma gli uni e gli altri saranno attorno al tavolo a discuterne.

  Di queste cose ovviamente discuteranno e se
le cose andranno bene, finiranno così: la base della trattativa territoriale
saranno le frontiere del ’67 ma Israele annetterà i tre grandi blocchi di
insediamenti (l’80% delle colonie e dei coloni), dando ai palestinesi altri
territori meno fertili e senza acqua. I palestinesi riconosceranno la
peculiarità ebraica di Israele: si dovranno trovare parole e definizioni perché
questo non comprometta i diritti del 20% non ebreo della popolazione
israeliana. I prigionieri palestinesi saranno liberati, ma non tutti.

  La trattativa è molto più ampia e complessa:
riguarda anche Gerusalemme, la valle del Giordano, l’acqua, la sicurezza di
Israele , l’economia e la funzionalità di uno Stato palestinese. Ma la
trattativa doveva riprendere: era diventata necessaria per Bibi Netanyahu e per
Abu Mazen, mentre attorno a loro e all’America, esplode il Medio Oriente. Come
è stato in fondo facile farlo riprendere, fingendo che dei no siano dei si,
sarà facilissimo bloccarla di nuovo. Da parte palestinese c’è Hamas: la caduta
dei Fratelli musulmani al Cairo richiude il movimento islamico nella sua gabbia
di Gaza. Di solito l’isolamento li rende aggressivi. Come tutti i premier
d’Israele, gli oppositori a un Stato palestinese Bibi Netanyahu li ha al
governo con lui: le destre nazional-religiose e il Likud, il suo stesso
partito, passato sotto il controllo degli estremisti. Richiamati i rissosi
nemici al negoziato, il Santo Graal che Kerry vuole raggiungere resta sempre
molto lontano.

 

 

di
Ugo Tramballi

“Chi
mai al mondo è ancora interessato al conflitto fra israeliani e palestinesi?”.
Se lo chiedevano in molti nel governo israeliano e quasi tutti gli abitanti di
Tel Aviv, convinti che la loro Los Angeles sul Mediterraneo, di spiagge e
startup, fosse abbastanza lontana da quello scontro di sette, etnie e
nazionalismi. Se lo chiedeva la grande maggioranza degli israeliani, certa che
i palestinesi siano un problema solo quando fanno i kamikaze.

  Eppure, nonostante l’Egitto, la carneficina
siriana, la minaccia di Hezbollah e del nucleare dell’Iran, c’è chi di quel
problema non ha mai smesso di preoccuparsi. Perché è pericoloso in potenza
anche quando non è violento. Così John Kerry: dopo quasi tre anni di silenzio,
è riuscito a riportare al negoziato due avversari in disaccordo su tutto. E’ un
miracolo, non una svolta. A sancire la ripresa della diplomazia, la settimana
prossima a Washington, non saranno i leader ma solo i negoziatori: non Bibi
Netanyahu e Abu Mazen ma Tzipi Livni e Saeb Erekat.

  La trattativa, viene spiegato, non durerà
meno di nove mesi e sarà su tutto: compresi i prerequisiti che l’una e l’altra
parte pretendevano venissero soddisfatti per tornare al negoziato. Non c’è dunque
nulla di nuovo se non che, come gesto di buona volontà, Israele scarcererà
qualche centinaio dei suoi 4.817 prigionieri palestinesi; e i palestinesi non
chiederanno a Netanyahu di dichiarare pubblicamente il congelamento degli insediamenti:
la causa principale della crisi del negoziato. Per un po’ non si costruirà più,
anche se non ci saranno annunci.

   Non erano solo gli americani a preoccuparsi
del conflitto fra israeliani e palestinesi, nonostante facesse poche vittime.
Anche l’Unione europea non aveva smesso di farlo, convinta come gli Stati Uniti
che quel problema continui a essere una grave minaccia, sia pure a futura
memoria. La decisione Ue di imporre regole nuove nelle relazioni economiche,
commerciali, culturali, tecnologiche, accademiche con lo Stato ebraico, non ha
precedenti. La contemporaneità con la ripresa della trattativa politica imposta
dal segretario di Stato americano, non è del tutto casuale.

  A partire dal primo gennaio del 2014, hanno
deciso i 28 Paesi dell’Unione, ogni accordo dovrà avere una “clausola territoriale”
che ne impone l’applicazione solo sul territorio dello Stato d’Israele
riconosciuto dalla comunità internazionale. Quello cioè precedente alla guerra
del 1967. Non dunque in Cisgiordania, sulle alture del Golan né a Gerusalemme
Est araba che Israele ha annesso. Tutti gli accordi devono indicare
“inequivocabilmente ed esplicitamente la loro inapplicabilità ai territori
occupati”. L’ente o l’impresa governativa o privata dello Stato ebraico che
conclude un accordo con l’Unione o un Paese membro, deve dunque riconoscere che
quei territori non sono Israele. E’ accettare ciò che nessun governo, nemmeno
quelli laburisti, ha mai ammesso.

  I politici e la stampa israeliani le chiamano
“sanzioni” e anziché cercare di capire, minacciano vendette. Ma è sbagliato.
Non c’è riga delle nuove “linee guida” pubblicate venerdì, che sollevi il
sospetto del non riconoscimento della sovranità israeliana dentro i confini
riconosciuti da tutto il mondo. Ad eccezione di un paio di isole della
Micronesia, nessuno, nemmeno gli Stati Uniti,  ha mai riconosciuto come territorio israeliano
la Cisgiordania, Gerusalemme Est e il Golan. Né che si tratti di sanzioni: al
contrario, la “clausola territoriale” che sulla base del diritto internazionale
individua quelle frontiere, impedisce ogni pericolo di sanzioni contro Israele.

  Fino ad ora Israele aveva beneficiato di una
zona grigia che nessuno si arrischiava a illuminare. Non gli Stati Uniti, dove
ogni presidente deve fare i conti con una legge bipartisan che propone di
trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Pur avendo preso
molte iniziative a favore dell’economia palestinese, nemmeno l’Europa riusciva
a trovare il coraggio politico e l’unità d’intenti per affermare così
esplicitamente la differenza fra territorio d’Israele e occupato, e così
concretamente le sue conseguenze pratiche. E’ accaduto. Israele ha l’occasione
per riflettere e i palestinesi per maturare. Questi ultimi, infatti, hanno la
pericolosa tendenza a scambiare per vittoria ogni volta che Israele viene posto
davanti alle sue responsabilità, e a cadere nel difetto che più li distingue:
il massimalismo.

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