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Da Istambul al Cairo, fratellanze autoritarie

Morsi erdogan
Un Paese alle soglie del primo mondo economico, con una crescita che solleva invidie, non si può paragonare a un altro che non ha mai avuto miracoli economici e che, al contrario, sta precipitano al di sotto dei suoi tradizionali livelli di povertà. Turchia ed Egitto sono due storie diverse.

  I Paesi, non i loro leaders. Fra Recep Erdogan e Mohamed Morsici esistono invece alcune forti similitudini. La più importante è la comune carenza di democrazia, culturale oltre che politica. La tendenza a credere che vincere le elezioni con molto o scarso margine, li autorizzi a governare ignorando le opposizioni. E dunque a convincersi che gli altri non siano parte della società civile e politica del loro Paese ma alieni senza diritti.

  Non voglio credere che Erdogan e Morsi abbiano anche la tentazione di manipolare i meccanismi di consenso fino a trasformare in una farsa le prossime elezioni. Ma prima ci saranno nuove elezioni, meglio sarà: i loro comportamenti sollevano qualche legittimo dubbio.

  Erdogan ha avuto le manifestazioni di piazza Taksim e presto, il 30 giugno, Morsi avrà quelle davanti al suo palazzo presidenziale: sembra che piazza Tahrir non sia più la scena del dramma politico egiziano. Troppo sfruttata, il suo brand è più quello della sconfitta che della vittoria.

   Le
manifestazioni del Cairo rischiano di essere molto più violente delle turche.
Gli organizzatori vogliono sfiduciare Morsi esattamente un anno dopo la sua
vittoria presidenziale, presentando 15 milioni di petizioni contro di lui: un
milione più dei voti che lui aveva ottenuto l’anno scorso dagli egiziani.

  Chi l’ha orgnizzata, ha chiamato l’iniziativa
Tamarrud, rivolta. Sia i giovani che la guidano che gli obiettivi sono una
forma scolorita di piazza Tahrir e dei bloggers che l’avevano abitata oltre due
anni fa. Probabilmente non raggiungeranno il loro scopo. Ma le manifestazioni
al Cairo e in molte altre città ci saranno e il pericolo di scontri violenti è
forte.

  Proprio perché Tamarrud ha delle forti
debolezze –il fronte delle opposizioni è scomposto, con obiettivi contrastanti,
e la protesta sottovaluta che un anno fa Morsi vinse le elezioni più
democratiche della storia egiziana, faraoni compresi – i Fratelli musulmani
dovrebbero lasciar fare. Invece hanno già annunciato che presidieranno le
piazze pronti a reagire, e che ignoreranno qualsiasi messaggio salga dalla
gente.

  Dalle Primavere arabe e prima ancora
dall’esperienza turca, l’Islam politico aveva sollevato molte speranze. Non solo
il Qatar: anche gli Stati Uniti e l’Europa hanno puntato sulle fratellanze come
elemento stabilizzatore. In teoria la scelta non è sbagliata: quasi ovunque
sono state le forze di maggior consenso popolare. E dopo le esperienze
fallimentari della regione, dopo i regimi monarchici e borghesi, i militarismi,
il nasserismo socialista, i tecnocrati filo-mercato, l’Islam politico moderato
era l’ultimo modello ancora da provare.

  Anche nelle fratellanze, tuttavia, c’è una
intrinseca carenza

di
democrazia, come nei regimi precedenti. Non ci dobbiamo aspettare che in Medio
Oriente cresca la stessa democrazia che abbiamo in mente noi: ma alcuni valori
fondamentali di tolleranza e dialogo devono manifestarsi anche nella democrazia
islamica e/o araba.

  Il modo arrogante con cui governano Erdogan e
Morsi, lascia che l’unica democrazia del Medio Oriente arabo continui ad essere
il Libano. Non ridete: lo so che alcune parti del Paese sono governate dalla
teocrazia hezbollah; che la spartizione dei poteri dello Stato è settaria, cioè
divisa per credo religioso. So anche che domani o fra sei mesi il Libano
potrebbe di nuovo saltare per aria in una guerra civile per contagio siriano.

  Ma in Libano esiste un valore che nessun
altro Paese arabo possiede: la libertà individuale dei cittadini. Dubito che il
ricco Erdogan, tantomeno il povero Morsi, colgano l’importanza di quella
libertà. 

Tags:
  • ddp |

    grazie: leggo e rifletto

  • carl |

    E, tanto per cambiare, pare che cominci ad incombere un conflitto coll’Etiopia per il Nilo Azzurro.. Classico espediente “principesco” (e/o da “uomo bianco col fardello”..:o) per distarre l’attenzione delle folle, o meno che sia.. O prima guerra di rilievo per l’acqua..?
    E pensare che i megawatt della centrale in questione l’Etiopia (ed altri Paesi) li potrebbero ottenere dal fotovoltaico cinese..
    Sicchè anche la Cina ci potrebbe trovare un tornaconto economico o, almeno, uno sbocco per la sua enorme produzione di pannelli solari..

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