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Il Mondo di Obama: Jiang, Hu, Xi e lo Yuan

 

OBY CHINA
  Come si è definito lui stesso essendo nato a Honolulu, “il primo presidente del Pacifico” nella storia degli Stati Uniti farà nel Pacifico la sua prima visita all’estero dopo la rielezione. Myanmar, Cambogia e Thailandia. Ma è la Cina il grande obiettivo del secondo mandato di Barack Obama. Se e come bilanciare le grandi ambizioni geopolitiche cinesi, affrontare il confronto commerciale, fare dello yuan una valuta vera, promuovere democrazia in Cina. Dal se e come fare tutto questo dipenderà la durata del primato americano nel XXI secolo.

   Delle tante cose spettacolari prodotte in Cina, lo spettacolo più unico è quello in programmazione a Pechino, in questi giorni, nella Grande Sala del Popolo. Come ogni decennio dal ritiro di Deng Xiaoping, il Congresso del Partito comunista – questo è il XVIII – forma la nuova classe dirigente.  Cambia il 70% della commissione militare, il 70 del Politburo, il 70 della commissione permanente del Politburo: nove membri, il vero centro del potere cinese. Cambia il segretario del partito e capo dello Stato, il premier, molti ministri, qualche generale e a cascata in uno spoil system che non prevede spargimento di sangue, membri del Comitato centrale, amministratori locali e manager pubblici.

  Non c’è sistema autoritario al mondo che sia così saggio da cambiare il suo vertice di generazione in generazione. Non gli altri partiti comunisti le cui rivoluzioni si trasformano in tristi gerontocrazie: l’esempio cubano è il più avvilente; non le satrapie arabe né i caudilli africani.   

  E’ una mutazione straordinaria, un autodafé degli individui affinché la cosa fondamentale alla fine non cambi: l’assoluto potere del Partito che è lo Stato, 145mila imprese pubbliche, qualche centinaio di milioni di posti di lavoro e 80 milioni di iscritti.

   In realtà i leaders perdono il posto ma non il potere di consigliare e a volte interferire. Fino a che è vissuto, Deng non ha mai smesso di farlo. Così Jiang Zemin, uscito di scena dieci anni fa, che in questi giorni ha pesantemente criticato il suo successore Hu Jintao, ora dimissionario, accusandolo di non aver continuato le grandi riforme che lui, Jiang, aveva fatto. Ed è probabile che Hu mantenga quel potere necessario, soprattutto fra i militari, per criticare il nuovo leader Xi Jinping se riprenderà a fare le riforme economiche e sociali con la stessa speditezza di Jiang.

   Come dice Pieter Bottelier, ex capo della
Banca Mondiale a Pechino, “Il più grande rischio per la Cina oggi è la sua
stagnante riforma politica, la promozione del primato delle leggi. Senza
progressi su questo fronte, la percezione di ineguaglianza sociale e
ingiustizia che l’attuale sistema ha generato, possono mettere in pericolo le
prospettive economiche a lungo termine”. Per spingere la crescita, in questo
decennio Hu ha privilegiato le imprese pubbliche soffocando la crescita di
quelle private; ha esercitato un pesante controllo sulle banche; è ritornato ad
alcuni principi fondamentali del maoismo. Questo non ha prodotto più socialismo
ma più ingiustizia, più corruzione dentro il potere del Pcc. In un Paese con
400 milioni di connessioni Internet e una crescente borghesia, qualcosa di
pericoloso rischia di accadere.

  E’ a questo gigante che non ha piedi
d’argilla perché la crescita economica non si è mai fermata, ma problemi di
fondo irrisolti, che Barack Obama dovrà dedicare una importante parte del suo
nuovo mandato. Anche se la crisi del capitalismo e il pericolo di una nuova
grande guerra mediorientale glielo permetteranno, non sarà una missione facile.
Una delle conseguenze della crisi finanziaria globale è la scarsa credibilità
che oggi riscuotono gli Stati Uniti fra i cinesi: per loro la crisi che ha
messo in difficoltà anche la crescita cinese, è “made in America”.

 Esistono un paio di mantra che Barack Obama
deve smontare. Non è del tutto vero che i cinesi vogliano difendere a fini
commerciali la debolezza dello yuan, con le unghie e con i denti. Lo yuan o il
sinonimo renminbi, acronimo di “moneta del popolo”, è in fase continua di
apprezzamento graduale: 1,2% nel 2011, 2% quest’anno. E non è nemmeno così vero
che la Cina voglia prendere il posto dell’America come potenza globale. Potenza
regionale certamente si: è già il primo partner commerciale di tutti i Paesi
asiatici. Mondiale no, almeno per qualche decennio ancora. 

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  • doretta davanzo poli |

    bisogna essere dei tecnici per capirvi, comunque ci provo…

  • carl |

    “..FARE DELLO YUAN UNA MONETA VERA..” se non riguardasse una cosa seria, sarebbe esilarante. A questo mondo ci sono poche monete che vengano usate da oltre 1300 milioni di persone. E che non vogliano essere usate fuori dal territorio ove sono state create e ove hanno corso legale. Non così il tallero, alias dollaro..
    Lo yuan è ancora una moneta saggiamente non convertibile e. di conseguenza, non asservibile dall’iperfinanza.
    Spero proprio di lasciare al riguardo il tempo che avrò trovato..:o)
    Carl

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