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Competitività europea e vecchi merletti

 

Europa
  Poiché gli italiani non vanno al World Economic Forum (è sempre colpevolmente scarsa la nostra partecipazione al vertice di Davos), il Wef è andato dagli italiani. C’è stato, a Roma, un meeting di una sola giornata il cui tema era come “Ricostruire la competitività europea”. Klaus Schwab, lo svizzero tedesco fondatore e deus ex machina del Forum, sta facendo un giro europeo con un mantra: “Se vuoi avere speranza nel futuro, disciplina fiscale e riforme sono i pilastri”. Angela Merkel e Mario Monti sono i campioni di Schwab.

  Era infatti evidente che l’incontro romano del Wef volesse essere parte della mobilitazione internazionale a favore del governo Monti: una specie di Troika informale del business privato globale. Ad accoglierla c’erano il premier, i ministri Passera, Terzi, Fornero, Severino. Nonostante complimenti ed esortazioni a continuare così, è tuttavia emerso una specie di scontro fra civiltà riguardo al senso e i modi della competitività: dal un lato l’Europa continentale, dall’altro gli anglosassoni.

   Fatto un peana sulla flessibilità del lavoro nella Silycon Valley, Martin Sorrell, amministratore delegato di WPP Plc, una delle più grandi agenzie al mondo di pubblicità e pubbliche relazioni, ci ha spiegato che appena iniziata la crisi, in America hanno subito ristrutturato le imprese (licenziando), quattro anni dopo gli europei lo stanno ancora facendo. Dal tono sicuro era evidente dove, per lui, abitasse l’innovazione e dove il medioevo.

  Forse qualcuno (sbagliando) resterà stupito ma era stato Mario Monti, prima, a difendere il modello europeo che di fronte a quello inglese e americano “resta il migliore”. Così Passera: “Non è vero che competitività e coesione sociale non siano compatibili”; e il presidente Eni Giuseppe Recchi, ricordando che non è per sola simpatia che hanno dato il Nobel alla Ue; e ancora Mauro Moretti, Ferrovie dello Stato, constatando che non esiste al mondo una rete di trasporto continentale efficiente come l’europea. Infine Giulio Terzi che ha concluso con una specie di orazione europea, rinfrescando la memoria degli anglosassoni: “la crisi non è nata in Europa ma ha messo in discussione le basi stesse della nostra costruzione”.

  E’
comprensibile che quando si guardano le statistiche qualche Ceo di Manhattan
dica: appunto. Nello studio del World Economic Forum sulla competitività, noi
siamo quarantaduesimi, sotto la Polonia e sopra la Lituania (Spagna al 36).
Conosciamo i nostri limiti e il potere dell’impero burocratico che ci governa.
Se tuttavia il modello europeo di competitività coniugata alla coesione
sociale, funziona in Francia, Germania, nei Paesi Bassi e Scandinavi, il problema
non è la formula ma la mediocrità del Meridione del continente nell’applicarla.   

   Non fa mai
male ricordarlo ai simpatici amici americani. Non so voi ma a me girano ogni volta
che si mettono a ridere delle nostre divisioni, della nostra difficoltà di
gestire insieme la nostra crisi, del “dover fare 27 telefonate per sapere come
la pensano in Europa”. Con molte difficoltà e contraddizioni stiamo facendo un
miracolo, cari americani: non inferiore dal punto di vista istituzionale alla
vostra rivoluzione del 1776. Data la nostra Storia, che conoscete poco, è forse
qualcosa di più rivoluzionario.

  Poi ci sono gli scout, come quegli indiani
passati con Custer, che guidavano il Settimo cavalleggeri nelle imboscate ai
villaggi pellerossa. Fra i tanti incontri del forum romano, uno del pomeriggio
era dedicato a “Rafforzare la competitività: le lezioni imparate”. Illustrando
un modello che l’Europa dovrebbe seguire, il fondatore di Algebris Davide Serra
– si, quello – ci ha proposto Singapore. Un trentennio fa la piccola città-stato
era una palude malarica e oggi ha uno dei più alti Pil procapite al mondo.
Miracolo? No, ha spiegato Serra: è bastato introdurre la pena di morte per
corruzione, affidare la gestione dello Stato alle corporation, ed ecco fatta la
crescita competitiva.

  Con un certo
imbarazzo ma molta comprensione, il moderatore del dibattito Pavel Swieboda,
presidente di demosEuropa, un polacco, ha spiegato a Serra che esistevano
alcune piccole differenze strutturali fra le due entità. E poiché i governanti
di laggiù sostengono che Singapore sia troppo piccola perché ci sia posto per
un’opposizione alle poche famiglie d’imprenditori al potere, forse i nostri
valori erano un po’ antitetici ai lori.

  Magnifico
Swieboda che più di un ventennio fa la libertà ha dovuto conquistarsela,
rischiando la vita. Serra, come tutti noi, si è trovato gran parte della pappa
già pronta: quella democrazia che permette a chi ha le qualità imprenditoriali di
Serra, di diventare qualcuno. Chissà perché non si vuole ammettere che
democrazia non sono solo quei noiosi piccoli azionisti che fanno inutili
domande. Democrazia è un asset fondamentale – anche economico – che l’Europa
possiede e che per molti nel mondo è un faro di libertà e benessere.

  Consiglierei
al giovane Serra di leggere un libro che ho già citato in un altro post:
“Savage Continent: Europe in the Aftermath of World War II” di Keith Lowe,
Viking, London 2012. E’ il racconto della devastazione economica, politica e
morale dell’Europa nel 1946. Se pensiamo cosa siamo stati capaci di diventare nel
1960, solo 14 anni più tardi, Singapore come competitor ci fa un baffo.  

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  • carl |

    Non so perchè ma Rabo mi ricorda il famoso sketch di Petrolini..E Roma sorgerà più bella di pria! Bravo! Grazie! e via dicendo sempre più rapidamente fino al grazie che anticipava il Bravo..:o)
    Anche se non serve a nulla chi scrive è convinto che nel dopoguerra abbiamo finito per ripartire col piede sbagliato..Certo, l’influenza degli Usa (e l’incombenza dell’URSS) erano troppo forti/condizionanti..E anche i governanti italiani, specie dopo De Gasperi, troppo mediocri, addomesticati se non succubi.Certo, c’è stato il “miracoloso””boom”..Ma alla fine i nodi stanno ovunque venendo al pettine e avendo, per giunta ed in particolare l’U.E., i piedi impigliati da una parte nella “Malaiperfinanza” avida, sfrontata ed irresponsabile e dall’altra nella “malaglobalizzaizone”, ben più letale della peggior “Malasanità”… Mala perchè progettata ed avviata male e superficialmente senza soppesare tante cose ed implicazioni, almeno in parte prevedibili.
    Quasi settant’anni di “pace” e di crescente ricchezza ed abbondanza, dicono i fans, ad ogni piè sospinto. Certo, ma di fatto che cosa sarebbero settanta anni, anche ottanta o qualcosa in più.. Se poi si finisse a schifio.. E i mezzi ci sono. E le possibili cause o spolette anche. Non dimentichiamolo.
    Certo l’edificio sembra imponente, griffato da grandi nomi e numi dell’architettura socio-politica.. Inoltre esso poggia sui metaforici pilastri di
    a) una sorta di democrazia,
    b) del suo nodoso bastone e panopticon,
    c) della stampa ed altri media e
    d) dei summit che si susseguono l’un l’altro spesso raggiungendo il solo accordo di ritrovarsi per un summit successivo..
    e) non ultimo, ci sono i piccioni viaggiatori della diplomazia ecc. pronti a volare quà e là ove sorga la grana di turno e/o quella inattesa.
    f) g) h) ecc.
    E pensare che di lavoro sia nelle alte sfere che raso terra (per il grosso della truppa) ce ne sarebbe, eccome! Basterebbero, per cominciare, alcune decisioni sensate sul piano internazionale e molti problemi sparirebbero.. Certo, basterebbe volere e sapere.
    Riusciranno i nostri eroi..??
    L’U.E. non solo è condizionata dall’esterno, ma ha pure l’ulteriore complicazione di livelli salariali, di vita, prassi, lingue diverse.. Si riuscirà in tempo a risolvere o almeno a rattoppare il tutto? L’esito è “open/aperto”, ma non solo per l’U.E. Anch’esso è divenuto potenzialmente globale.

  • Rabo |

    Un solo aggettivo:
    b r a v o !

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