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Ho vinto il Nobel!

 

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  Grazie signor Torbjorn Jagland, presidente del Nobel. Grazie mille, Signori del comitato norvegese per aver voluto premiare me e gli altri 499.999.999, circa, non tutti consapevoli o contenti di essere Citoyens dell’Unione Europea. Perché, concittadini europei della Ue, non so se lo avete capito: è a noi che hanno dato il Nobel per la pace. Lo stesso che avevano preso Nelson Mandela, Albert Schweitzer, Martin Luther King, Andrey Sacharov.

  E’ curioso siano dei norvegesi, rifiutatisi due volte per referendum di entrare nel nostro club, a riconoscere la straordinaria rivoluzione realizzata in 60 anni dalla Ue. “Su’ ffatti strano” diceva di quelli del Nord mia nonna Margerita, emigrata a Milano da San Severo di Foggia. L’altra nonna, Nives, venuta da Fiume, non lo diceva: era croata ed evidentemente si riteneva del Nord. Come il nonno Ludovico che veniva dall’Austria e il nonno Ugo di Fidenza: il suo era un Nord del Sud, ma sempre Nord. “In varietate discordia”, dice il motto dell’Unione europea.

  Come vedete, nei miei lombi sento di rappresentare una buona fetta d’Europa. Eppure anche io sono rimasto colpito dalla notizia del Nobel. E la prima reazione è stata negativa: adesso che, economicamente parlando, siamo rimasti con una mano davanti e l’altra di dietro? Adesso che siamo in mezzo al guado e la crisi ha svelato il nostro egoismo e l’incapacità di raggiungere la sponda dell’unificazione piena? Il nostro Nobel –ho pensato – finirà come quelli dati a Barack Obama, a Begin, ad Arafat, a Kissinger e Le Duc To: premi controversi a disegni di pace incompiuti.

  Poi si è messo in moto il processo della slow
news, ci ho pensato su e ho capito che la realizzazione fino a qui fatta è già un
punto d’arrivo.  A proposito del molto
citato bicchiere europeo, averlo mezzo pieno è una conquista straordinaria. L’altra
metà vuota non può né mai potrà vanificare il cammino di civiltà che è stato
necessario per riempire il primo 50%.

  Per apprezzare il premio dei norvegesi
bisogna conoscere la storia. Sapere cosa era l’Europa 60 anni fa, cosa era
stata la seconda guerra mondiale nel nostro continente: soprattutto di quali
distruzioni e barbarie furono capaci i nostri padri solo nell’ultimo anno
devastante di conflitto, dallo sbarco in Normandia alla caduta di Berlino
(“Berlino 1945” , Antony Beevor, Rizzoli 2002). E subito dopo la guerra, nel
1946, anno di poche speranze, di vendette e povertà nera (“Savage Continent.
Europe in the Aftermath of World War II”, Keith Lowe, Viking, London, 2012).
Quando oggi parliamo di nuova povertà europea commettiamo un’ingiustizia verso
coloro che sessant’anni fa hanno ricostruito dal nulla la loro vita quotidiana;
insultiamo quelle parti del mondo che continuano a vivere di stenti e guardano
a noi come a un modello realizzato.

  Nella quotidianità schizofrenica che facciamo
sui giornali, molti si sono fatti l’idea che l’Europa sia iniziata con la crisi
finanziaria del 2008, che lo spread sia una specie di atto costituente e il
sistema bancario il suo codice morale. E tutti quelli che criticano questa
Europa, fingono di sapere cosa sia l’Europa, il suo sogno diventato simbolo di
speranza per il resto de mondo, a dispetto del 1945, sintesi finale di mezzo
millennio di guerre, invasioni, religioni cristiane militarizzate, papi
generali e imperatori luterani, nazionalismi, particolarismi, razzismi.
L’ultimo olocausto nel nostro continente non è stato compiuto contro sei
milioni di ebrei ma contro sei milioni di europei di religione ebraica.

  Essere europeisti non è uno stato mentale,
un’ideologia o una fede. E’ un dato di fatto civile. E la mia convinzione si
rafforza ogni volta che guardo chi sono gli antieuropeisti: i fascisti, i
comunisti, i populisti, i corruttori, quelli cui piace farsi corrompere perché
amano violare le regole per fare meno fatica; i greci che hanno vissuto al di
sopra dei loro mezzi senza chiedersi come fosse stato possibile, e i bottegai tedeschi
che non conoscono solidarietà oltre l’estratto conto della loro banca.

  Come tutte le realizzazioni umane, anche
l’Europa unita ha creato una burocrazia lontana, leaders e amministratori
mediocri, nuove gelosie nazionali. Ma quando è nata eravamo in sei, oggi siamo
27 Paesi. Prima della crisi dell’euro, molti altri si affollavano alle porte
per entrarvi. Il Nobel dovrebbe aiutarci a ricordare che noi siamo questo, non
un continente di sole banche e di spread.

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  • Gianni |

    A Carle’, per fortuna ci sei tu a riportarci sulla terraferma…se leggi bene, a me sembra che l’articolo dica gia’le cose che tu ripeti nel tuo commento. Di conseguenza questo risulta piuttosto inutile.
    Best

  • carl |

    @ Daniela
    Clap, clap, clap..Anzi: claque, claque, claque..:O)
    Belle parole, da discorso mediatizzato di un mezzo busto di primo piano..:o). Tuttavia bisognerebbe anche vedere la “malaglobalizzazione”, che è ben più midiciale del fenomeno della “malasanità”.
    Solo questa obiezione.
    cordialmente
    Carl
    p.s. la possibilità che l’U.E. riesca a far sentire la sua voce sulla scena mondiale dipende purtroppo dal nullaosta del mondo anglosassone il quale, tra l’altro, non intende concedere il suo indispensabile accordo per la regolarizzazione della finanza internazionale e x la miglioria della globalizzazione.
    Carl

  • Daniela |

    Bravo ! Europa vuol dire civiltà , la nostra civiltà. Che è frutto di una cultura che viene dalla storia , la nostra storia..
    Gli antieuropeisti sono miopi egoisti preoccupati del loro piccolo orticello e non vedono come la tecnologia e la globalizzazione stanno cambiando le regole e i tempi della nostra vita. Abbiamo solo una certezza l’Europa unita, speriamo anche fiscalmente e politicamente, che faccia sentire la sua voce al mondo un mondo al quale l’Europa ha tanto da insegnare in termini di cultura economia civiltà.

  • Sinigagl |

    Veramente pure adesso si “affollano alle porte per entrarvi”: per tutti i paesi balcanici l’ingresso nell’UE è l’obiettivo strategico dichiarato.

  • vermeer |

    “It’s the market and the international labour’s division, baby..! And you….”.

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