L’amico americano

Sei maledettamente pazzo!” aveva detto solo qualche giorno fa Donald Trump a Benjamin Netanyahu. Il presidente americano era stato molto più colorito nel descrivere il suo stato d’animo. La causa era l’annuncio israeliano di un’ennesima ondata di bombardamenti su Beirut. Come risposta, il regime iraniano, protettore di Hezbollah libanese, aveva minacciato d’interrompere le trattative con Washington.

Nel fine settimana immediatamente successivo alla minaccia americana, Netanyahu ha continuato a bombardare il Sud del Libano. Hezbollah aveva annunciato di essere pronto a una tregua ma ha ripreso con entusiasmo a colpire il Nord d’Israele per rispondere agli attacchi nemici. I quali, con pari entusiasmo, sono tornati sul loro proposito di bombardare la capitale libanese. L’Iran ha reagito lanciando missili verso Israele. Trump ha di nuovo telefonato a Netanyahu dicendogli “non reagire”; invece l’israeliano ha reagito.

Basta tutto questo per parlare di crisi di un’alleanza? Lo stallo sembra superato, almeno per il momento. Ma Trump non può non aver notato che sia stato l’Iran ad annunciare per primo la sospensione dei bombardamenti.

Quella fra Stati Uniti e Israele è più di un’alleanza. Nessun membro della Nato ha mai avuto accesso all’arsenale americano quanto lo stato ebraico. Quando incominciò a sembrare evidente che l’intervento israeliano a Gaza non fosse più una necessaria operazione di sicurezza ma una guerra di vendetta, le telefonate di Joe Biden a Netanyahu erano colorite quanto quelle di Trump. Ma la fornitura a Israele delle bombe per distruggere la striscia non è mai stata sospesa.

Nel 1948, quando l’Onu riconobbe Israele, Harry Truman votò con riluttanza, Iosif Stalin con entusiasmo: il primo temeva che il nuovo stato sarebbe entrato nel blocco sovietico; il secondo era convinto che lo avrebbe fatto. In una regione di monarchi medievali e di protettorati coloniali, non poteva che essere quello il destino del paese fondato da ebrei russi socialisti e comunisti.

Grazie alla visione politica di David Ben Gurion, le cose andarono diversamente. Nessun presidente americano è arrivato ad affermare, come il democratico Biden, che “non occorre essere ebreo per sentirsi sionista”. Ma a partire da Richard Nixon e dal ponte aereo americano del 1973 per riarmare Israele attaccato da Egitto e Siria, tutti hanno fatto prevalere gli interessi israeliani nella palude mediorientale dalla quale gli Stati Uniti ancora non riescono ad uscire.

Pretendevano di essere “honest brokers”, mediatori equidistanti. Ma gli americani non lo sono mai stati: prima sono sempre venute le necessità d’Israele. Solo Jimmy Carter e Barack Obama avevano cercato di modificare quel consolidato manuale strategico di Washington, riuscendoci in piccola parte. Per questo fra i presidenti americani del dopoguerra sono i meno amati dagli israeliani.

Se Israele continua ad essere l’unica potenza nucleare del Medio Oriente, il merito è degli Stati Uniti. Come ora con l’Iran, l’America ha sempre vigilato per impedire pericolose corse al riarmo atomico. Con gli israeliani andò diversamente. Nel 1969 Nixon e Golda Meir firmarono un accordo segreto di “ambiguità strategica”, nel quale gli Usa riconoscevano a Israele lo status nucleare di “invisibile e opaco”: sappiamo che avete la Bomba ma non ci interessa.

L’arsenale sarebbe di una novantina di ordigni, con materiale fissile per arrivare a 200. Gli israeliani non hanno mai minacciato di usare bombe che negano di avere. Ma cosa accadrebbe se un giorno finissero nelle mani di Itamar Ben Gvir?

Nella prima colorita telefonata a Netanyahu, Donald Trump aveva detto qualcosa di più rilevante degli insulti: “Tutti odiano Israele” per quello che stai facendo. E’ di questo che un primo ministro israeliano dovrebbe preoccuparsi. Perché adesso non c’è paese che sia detestato quanto il suo. E ogni giorno accade qualcosa che lo giustifichi: il neonato palestinese ucciso da un soldato, l’uso in Libano di bombe al fosforo bianco; l’insensibilità dell’opinione pubblica per la fame a Gaza e le brutalità in Cisgiordania; la richiesta delle opposizioni di continuare l’attacco a Libano e Iran. Anche se non ci fossero all’orizzonte le elezioni di mid-term, è difficile che un presidente americano continui a sostenere Israele come i suoi predecessori.

  • carl |

    Non mi è dato di sapere se tutti odino lo Stato ebraico, ma i suoi attuali governanti (sia prima che dopo i drammatici eventi dell’0ttobre 2023) sicuramente non godono, diciamo, di gran chè di simpatie e, di conseguenza, anche la cittadinanza che governano e, per “induzione”, anche la relativa “diaspora”..
    Quanto al ’48, e cioè la rifondazione dello Stato in questione, sebbene sia una considerazione del tutto controfattuale, e dunque non cambi nulla, fatto sta che, come detto nell’articolo, essendovi tra i rifondatori degli ebrei russi e comunisti questo fatto potrebbe avere favorito la creazione di quei due Stati (di cui tutt’ora si discetta parolaiamente..) in una loro forma confederativa o federativa.. Insomma, una nano-URSS mediorientale.. Ma non è avvenuto. Tuttavia, come dissi in un dibattito che fece seguito ad una conferenza di E.Parsi, sono del parere che (al pari dei palestinesi) gli africani avrebbero potuto trarre non solo sofferenze ma anche vantaggi (sul piano dell’istruzione, della sanità, ecc.) se, dopo il colonialismo, l’Africa avesse vissuto una fase di amministrazione comunista (ma, ovviamente, chi conta in Occidente non lo ha, nè l’avrebbe consentito..) Mentre invece gli africani non solo hanno continuato a soffrire indicibilmente senza ottenere nulla in cambio e cioè nemmeno un pizzico di quella “democrazia di mercato” occidentale ma ancor meno quell’istruzione e sanità di cui unitamente all’arbitrio e all’autoritarismo hanno comunque fruito i russi. Insomma, gli africani sono rimasti nello stato in cui tutt’ora maggioritariamente versano e che non promette nulla di buono dato che l’unico parametro che cresce è quello demografico.. Che io sia andato “fuori tema”..? Mah..?. Non è detto..

  • habsb |

    TRAMBALLI
    “è difficile che un presidente americano continui a sostenere Israele come i suoi predecessori.”

    Io invece credo che tutti i presidenti americani a venire continueranno a sostenere Israele, per varie ragioni.
    Prima di tutto Israele è una colonia / avamposto degli USA nella regione mediorientale importantissima per gas e petrolio, e per l’accesso diretto al Mediterraneo. Sarebbe impensabile per gli USA di tollerare a Israle quello che è accaduto in Niger, Mali Burkina Faso, ossia il passaggio di questi paesi dall’orbita occidentale a quella russo-cinese.

    In secondo luogo, senza cadere in deliri di altre epoche, non va pero’ dimenticata l’oggettiva potenza delle lobbies ebraiche in USA, nell’industria finanziaria, dei media, dello spettacolo e a Washington.

    Il presidente Trump cura come nessuno la sua immagine mediatica (ed è talmente bravo che riesce a far credere di non farlo e di infischiarsene). Vuol dare al mondo l’immagine di rapporti burrascosi con Tel-Aviv. Sono solo parole. Nei fatti la politica USA resta caratterizzata dal sostegno (con mani e piedi) a Israele e alla sua (o piuttosto americana) politica di espansione territoriale per prevalere nel Risiko mediorientale.

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