Trappole iraniane

Due miliardi di dollari al giorno solo di costi diretti della guerra, benzina a 5 dollari al gallone e diesel a 6, la rivolta nella Camera dei rappresentanti, i fischi del Madison Square Garden. Quattro giorni fa la Cnn aveva contato 38 falsi annunci di accordo imminente. Forse siamo di fronte al trentanovesimo, nonostante questa volta sia stato fissato il luogo dell’accordo – Ginevra – e il giorno. Sembra che Donald Trump sia finito nella trappola iraniana.

Fra un lancio di missili e l’altro, questa estenuante trattativa per impostare la vera trattativa di pace, dimostra che americani e iraniani non intendono tornare alla guerra. Ma è anche evidente che Trump abbia più fretta. I suoi annunci compulsivi di una pace alle porte, a ogni microfono che gli capiti di avere davanti, e i più calibrati commenti di Teheran, non sono solo il segno di culture diverse. Trump ha bisogno di un accordo perché ogni giorno che passa in America cresce l’ostilità alla guerra e a lui.

Anche per l’Iran lo stallo ha un insostenibile costo economico: questo gioco di guerra e pace può continuare a durare solo pochi mesi. Ciononostante si può permettere una testardaggine negoziale come fosse l’indiscusso vincitore della guerra: perché ogni giorno senza accordo indebolisce la presidenza americana e la spinge a concessioni.

Anche la Repubblica islamica ha un’opinione pubblica. Ne aveva una che scendeva in piazza rischiando la vita in nome della libertà, brutalizzata dal regime. Ma l’aggressione di americani e israeliani, ha unito il paese: secondo Bloomberg due terzi degli obiettivi colpiti in Iran durante la guerra, erano civili. Era già accaduto nel 1980 con l’attacco iracheno. Forse questa nuova guerra non ci sarebbe stata se gli americani avessero letto qualche buon libro di storia per capire chi stessero affrontando. Invece hanno dato ascolto a Bibi Netanyahu, ossessionato dall’Iran.

L’eliminazione della sua classe dirigente non ha fatto cadere il regime. C’è stata una rapida sostituzione come è sempre accaduto quando gli israeliani uccidevano un capo di Hamas o di Hezbollah. Dietro a Mojtaba Khamenei, Mohammad Galibaf e gli altri – la generazione di mezzo – ne è salita alla ribalta una terza, nata dopo la rivoluzione del 1979 e che non ha combattuto la guerra con l’Iraq.

Ricoprono posizioni chiave nel processo decisionale; la loro visione nazionalistica della politica e della sicurezza sta ridefinendo la repubblica islamica”, spiega Vali Nasr che insegna alla John Hopkins University di Washington. “La nuova generazione ha separato la rivoluzione islamica dall’arte di governo”.

Un anno fa Nasr aveva scritto un libro, “Iran’s Grand Strategy”, che alla Casa Bianca avrebbero dovuto leggere prima di bombardare l’Iran. In passato quello che il regime voleva sapere era “sei abbastanza musulmano?”. Ora la domanda è “sei abbastanza iraniano?”. Non c’è opposizione democratica al regime che possa rinascere in questa realtà di nazionalismo condiviso.

E’ dunque difficile che l’Iran abbandoni i suoi alleati nella regione: anche se non più intesi come avanguardie della rivoluzione islamica ma parte della deterrenza dello stato iraniano. Libano ed Hezbollah sono la seconda trappola nella quale è invece invischiato Israele.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è stato un trauma e una svolta per il paese. Anche per le forze armate e la loro strategia di deterrenza: non c’era soluzione per la questione palestinese, per la minaccia di Hezbollah a Nord né della Siria di Bashar Assad. Nello stallo, la superiorità militare garantiva la necessaria sicurezza. Dopo il 7 ottobre quella strategia è stata sostituita dalla “difesa avanzata”: attaccare, tornare a combattere in territorio nemico e alle zone di sicurezza: in Siria, a Gaza, e in Libano contro il più organizzato dei suoi avversari.

Come ancora la storia avrebbe dovuto insegnare, non c’è una soluzione esclusivamente militare per sconfiggere Hezbollah. Ancor meno è possibile se Netanyahu ha fretta: nella complessa realtà libanese il problema ha invece bisogno di tempo e diplomazia. Sfortunatamente per i suoi avversari, Hezbollah sciita non è solo un’organizzazione terroristica. E’ anche un movimento politico e sociale radicato: fra le 18 confessioni, gli sciiti sono maggioranza relativa nella realtà libanese.

Diversamente da Donald Trump sull’Iran, Netanyahu crede di avere un vantaggio: il 69% degli israeliani vuole continuare la guerra in Libano. Ma è dal 1982 che i bombardamenti e le zone di sicurezza dimostrano che non c’è soluzione militare al problema che pone l’esistenza di Hezbollah.

 

  • carl |

    a) “…l’aggressione di americani e israeliani, ha unito il paese: secondo Bloomberg due terzi degli obiettivi colpiti in Iran durante la guerra, erano civili. Era già accaduto nel 1980 con l’attacco iracheno.”
    Una guerra quella Iran e Irak durata ben 8 anni e, salvo i droni, paragonabile a quella tutt’ora in corso tra la Russia e l’Ucraina (con una sorta di cobelligeranza NATO).
    b) In M.O. invece, come è detto nell’articolo, la strategia ebraica è stata sostituita dalla cosiddetta “difesa avanzata”, e cioè l’invasione di un territorio “cuscinetto”… Oltre alla concomitante licenza di bombardare i Paesi vicini (ad eccezione della Giordania e l’Egitto).
    Quali prospettive..? Wait and see..

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