11 Settembre, quando il Medio Oriente imprigionò l’America

Non commettete i nostri stessi errori”, aveva detto Joe Biden a Benjamin Netanyahu, abbracciandolo. Erano passati pochi giorno dall’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023 ai kibbutz del Sud al confine con Gaza, e il presidente aveva portato solidarietà e sostegno americani al premier israeliano.

Netanyahu non avrebbe ascoltato il consiglio. Avrebbe raso al suolo la striscia causando 80mila morti, la gran parte dei quali civili, con le bombe che Biden non avrebbe mai cessato di fornire. Israele avrebbe bombardato anche sei capitali arabe, colpito il Libano, rubato territorio siriano. E infine convinto l’America ad assalire l’Iran per cambiarne il brutale regime, col risultato di rafforzarlo e aprire una crisi energetica globale.

Un ventennio prima gli americani avevano fatto anche di più nella “guerra al terrore” scatenata dopo gli attacchi dell’11 Settembre 2001. Anche gli errori ai quali il presidente americano si riferiva, esortando Netanyahu, erano stati il modo istintivo ma rovinoso col quale gli Stati Uniti avevano reagito all’attacco terroristico nel cuore del loro paese. Prima la “guerra imposta” in Afghanistan: definita così perché i talebani si erano rifiutati di consegnare Osama bin Laden e i vertici di al-Qaeda, nascosti e protetti a Tora Bora. Poi l’invasione dell’Iraq, la guerra “per scelta”, giustificata da una montagna di menzogne.

Alla fine quello afghano sarebbe stato il più lungo conflitto combattuto dall’America, finito con una sconfitta. Il prezzo della destabilizzazione irachena sarebbe stato calcolato dal Nobel dell’economia Joe Stiglitz in un famoso libro: “The Three Trillion Dollar War”.

Ma la così detta “war on terror” globale, scatenata dall’amministrazione Bush, ebbe effetti devastanti anche sul fronte interno, sul diritto e sulla qualità del sistema democratico americano. Ci vollero anni perché gli Stati Uniti si riprendessero dai loro errori. Ma non si può dire che la lezione sia del tutto servita.

Diventato presidente anche con la promessa di non combattere mai più le “guerre senza fine del Medio Oriente”, Donald Trump è invischiato nel conflitto con l’Iran, senza sapere come uscirne. Perché questo è il Medio Oriente, principale produttore mondiale d’idrocarburi, conflitti insolubili e profughi; la regione nella quale diffidare non solo dei nemici ma soprattutto di coloro che si proclamano amici.

In un certo senso l’11 Settembre è la volta in cui fu quel Medio Oriente ad arrivare in America e non viceversa. Il paese e il suo governo si trovarono impreparati in ogni senso, sebbene non fosse la prima volta che gli Usa incontravano il Levante. Già nel 1983, un attentato all’aeroporto di Beirut aveva ucciso 241 marines. Responsabile era stata un’organizzazione islamica sostenuta dal regime di Teheran, che si sarebbe chiamata Hezbollah.

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano riconosciuto Israele a malincuore: era un paese socialista e, come aveva ricordato l’allora segretario di Stato George Marshall, erano gli arabi ad avere il petrolio, non gli israeliani. Negli anni, la scelta e la preferenza per lo stato ebraico fu determinata dalle qualità politiche di David Ben Gurion, che aveva scelto l’Occidente e non Mosca, e dai colpi di stato promossi o sostenuti dai sovietici nelle monarchie arabe: Egitto, Siria, Iraq, Yemen, Libia.

Con la fine delle potenze britannica e francese nella regione, prenderne il posto fu quasi una scelta obbligata per gli Stati Uniti. Nel 1973 Henry Kissinger fu il negoziatore per terminare la guerra del Kippur fra Israele, Egitto e Siria. In pochi mesi Kissinger era riuscito a riarmare Israele, far passare l’Egitto di Anwar Sadat dalla parte americana ed escludere l’Unione Sovietica da ogni trattativa. La pace di Camp David del 1978 fra Israele ed Egitto ebbe la firma di Jimmy Carter ma era stata preparata da Kissinger.

Il più grande successo americano in Medio Oriente, la liberazione del Kuwait, fu di George Bush: non del figlio George W., responsabile della smodata reazione all’11 Settembre, ma del padre, George H.W. Il presidente che gestì la fine della Guerra Fredda e dell’Urss, oltre alla riunificazione tedesca.

In Medio Oriente Bush padre riuscì a organizzare una grande coalizione internazionale per liberare il Kuwait che nell’agosto 1990 era stato occupato dall’iracheno Saddam Hussein. Bush riuscì a creare una coalizione fra occidentali e paesi arabi, a tenerla unita e renderla efficace perché l’obiettivo era liberare l’emirato arabo senza occupare l’Iraq. Segno dell’imminente fine della Guerra Fredda, per la prima volta Mosca non si oppose a una guerra americana.

Sconfitti gli iracheni, il presidente e il suo segretario di Stato James Backer imposero agli israeliani di avviare una trattativa di pace con i palestinesi. Ma fu quella grande vittoria a creare i prodromi dell’11 Settembre: gli islamisti cresciuti nella guerra in Afghanistan contro l’occupazione sovietica dal 1979 all’89, la presero come un’invasione americana in terra musulmana; la relativa facilità con la quale fu liberato il Kuwait nel 1991, illuse nel 2001 gli ultimi imperialisti americani dell’amministrazione Bush che fosse possibile farlo anche in Iraq, impossessandosi del suo petrolio.

Bill Clinton, George Bush figlio, Barak Obama, Joe Biden e Donald Trump, chi cercando di controllare il Medio Oriente, chi di liberarsene, chi di annunciare entrambe le cose senza realizzarne alcuna (Trump), hanno governato un’America potente ma incapace di risolvere i conflitti della regione: quelli attuali, l’Iran e l’involuzione militarista d’Israele; e quelli probabili, una guerra fra Turchia e Israele e l’irrisolta questione palestinese.