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Sinofobia

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Almeno 672 aerei da guerra cinesi, compresi i bombardieri armati di ordigni atomici, hanno ronzato attorno a Taiwan, quest’anno: 150 solo nel passato fine settimana. Come non chiamarli segnali di guerra? Chiu Kuo-cheng, il ministro della difesa dell’isola indipendente e democratica, sostiene che entro il 2025 la Cina sarà pienamente addestrata ed equipaggiata per invadere Taiwan.

Ma è proprio così?Ancora una volta l’alleanza delle democrazie asiatiche e occidentali dovrà farsi la stessa domanda che si erano poste altre generazioni passate per altri luoghi contesi: vale la pena morire per Taiwan? O forse stiamo sopravvalutando il pericolo cinese? Concreto, visibile, esibito con arroganza ma forse non così forte da spingere una nazione al suicidio, in un conflitto che certamente si allargherebbe all’intera regione. Quella regione è da sempre di grande importanza per gli Stati Uniti. Fra la II Guerra Mondiale e le fallimentari imprese post-11 Settembre nel Medio Oriente allargato, la potenza americana aveva combattuto due conflitti solo in Estremo Oriente: Corea e Vietnam.

La Cina si sta riarmando pesantemente, è convinta di dover riscuotere un credito dalla storia; Xi Jinping sta imponendo di nuovo una visione maoista della gestione e della crescita nazionale. Forse l’autocrate sta perdendo il senso delle proporzioni: qualsiasi passo indietro da Taiwan, dall’investimento nella Via della Seta (non più così smagliante), dai suoi piani economici, è visto da lui come una sconfitta e una debolezza. L’idea di essere la seconda economia, forse la prima nel Prodotto interno lordo mondiale può dare alla testa, aumentare il revanscismo imperiale della Cina di oggi. Ma se dividiamo quel fenomenale sviluppo come Pil procapite, il paese è al 78° posto: più o meno come la Repubblica Dominicana.

Mai nella sua storia la Cina aveva provato uno standard di vita così alto. Tuttavia, secondo la Banca Mondiale un quarto della sua popolazione vive con meno di 5 dollari e mezzo al giorno. La sua più grande iniziativa da potenza globale, il veicolo della cosi detta conquista cinese del mondo attraverso i commerci – la One Belt One Road, cioè la Via della Seta – era un investimento da mille miliardi e mezzo di dollari: la stessa cifra che gli Stati Uniti stanno spendendo solo per produrre i nuovi caccia F35. Tra l’altro, ritirandosi i paesi contraenti spaventati dall’assertività di Pechino, i prestiti di quel programma che Pechino elargiva sono crollati a 4 miliardi: erano 75 nel 2016.

Conviene a un paese in rapida crescita, ma non ancora cresciuto, attaccare Taiwan e provocare una guerra? Come spiega John Mueller di Cato Institute, il think tank libertario di Washington https://www.cato.org/policy-analysis/china-rise-or-demise , la vitalità dell’economia cinese “continuerà a dipendere dalla sua abilità d’importare ed esportare via mare prodotti manifatturieri: qualcosa che un conflitto armato interromperebbe”.

Forse quando valutiamo la pericolosità cinese dovremmo fare anche la tara della sinofobia americana. Due anni fa Mike Pompeo, segretario di Stato di Donald Trump, sosteneva che il Pc cinese era “un partito marxista-leninista concentrato sulla lotta e la dominazione internazionale”. Per il Pentagono era “un’incredibile minaccia al nostro modo di vivere”. Non si può dire che decidendo invece di alternare il bastone con la carota, Joe Biden abbia per ora fatto ampio uso della seconda.

Non lo ha fatto anche perché al Congresso prevale un palese desiderio di guerra fredda, di confronto muscolare con la Cina: spesso necessario per contenerne l’aggressività, a volte no. In un momento di pericolose divisioni dentro l’America, un nemico esterno è sempre utile per ricompattare la narrativa interna. Nessuno quanto un avversario totale come fu l’Unione Sovietica facilita la definizione di te stesso, dei tuoi obiettivi, il presente e il futuro.

“Trattandola come tale, c’è il pericolo di trasformare la Cina in una minaccia”, ammonisce ancora John Mueller di Cato. In fondo con la Cina post-maoista gli Stati Uniti non avevano fatto gli stessi errori commessi con la Russia post-sovietica: per esempio l’allargamento repentino a Est della Nato e il ritiro dall’accordo sui missili anti-missile. La crescita cinese era stata invece favorita permettendole di violare facilmente le regole del commercio internazionale. Implicitamente fu perfino riconosciuto che il massacro di piazza Tienanmen del giugno 1989 in fondo fosse stato un incidente di percorso verso la modernizzazione e forse anche la democratizzazione della Cina.

Come era già accaduto con l’Unione Sovietica, l’equilibrio fra contenimento e dialogo – in diplomazia entrambi necessari – è una linea sottile. Avversaria o partner, la Cina è in entrambi i casi molto più difficile di quanto non sia stata l’Urss. Affrontarla facendo prevalere una nuova forma di sinofobia simile al vecchio maccartismo, sarebbe un grave errore.

Http://www.ispionline.it/it/slownews_ispi/

Allego un articolo sull’India pubblicato sul Global Watch di Ispi

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-nuova-fabbrica-globale-31899?fbclid=IwAR0-AhF87Nd9w-V1puxj0JLGFqO9b1rXgR5x4PgOuEVTzjPtp-kFs2p8jKo#.YWBLmSDD14Q.facebook

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