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Il petrolio di Beirut

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La foto di una petroliera nella rada di Beirut, davanti allo skyline stagliato contro il cielo blu, che un tempo rappresentava il dinamismo corsaro della città. Da lontano sembra sempre così ma solo il cielo è ancora lo stesso: da vicino Beirut sembra una metropoli colpita da una pandemia devastante o da un’invasione degli alieni.

In un certo senso la petroliera era solo un messaggio pubblicitario: arriva la benzina, dono dell’Iran, via Siria ed Hezbollah. Per evitare le sanzioni americane contro la Repubblica Islamica e non mettere in imbarazzo quel che rimane dello Stato Libanese, il carburante iraniano viene scaricato nei porti siriani e da lì, con le autobotti, trasportato in Libano. Recentemente, racconta Al-Monitor, un convoglio di 80 camion, ognuno con 50mila litri di benzina, è sceso dalla valle della Bekaa, controllata da Hezbollah. Il carico prezioso “non sarà distribuito a una categoria specifica di libanesi” (cioè agli sciiti, ai cristiani del presidente Aoun e ai sunniti di Tripoli, alleati di Hezbollah), spiega il portavoce del movimento islamico Ahmed Raya. Sarà donato a ospedali, orfanotrofi, case per anziani, eccetera. Poi toccherà a tutti i libanesi.

E’ una grande operazione di ricerca di consenso, molto carica di populismo. Per superare la crisi energetica, il Libano avrebbe bisogno di una quindicina di petroliere al mese. E soprattutto dovrebbe eliminare completamente i sussidi. Ma questo non è semplice come l’aiuto/propaganda di Iran, Siria ed Hezbollah: è parte delle riforme economiche tanto necessarie quanto apparentemente irrealizzabili.

A dispetto dell’evidenza del disastro, la classe politica insieme ai banchieri pubblici e privati, continua a non sentire la necessità di fare quelle riforme. Per il loro sistema settario e clientelare, realizzarle significa perdere potere e ricchezza. Con 13 mesi di ritardo un governo è stato finalmente formato ma è sostanzialmente uguale ai precedenti. Per la terza volta premier, Najib Mikhati, sunnita di Tripoli, accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici, è uno degli uomini più ricchi del Libano.

Quando è incominciata la crisi, spiega un’analisi di Triangle, think tank libanese, “la Banca centrale e quelle commerciali hanno imposto ai prelievi in valuta tassi di cambio arbitrari e illegali. Allo stesso tempo a individui ed entità con connessioni sufficienti è stato permesso dalle stesse banche di prelevare non meno di 7 miliardi di dollari”.

Solo otto famiglie possiedono il 29% delle risorse bancarie. La prima è quella di Sa’ad Hariri, ex premier; Mikati è legato a Bank Audi, la più ricca; 15 su 20 presidenti dei principali istituti hanno legami politici. Mentre il 75% dei libanesi non sa come mangiare alla fine della giornata. Quest’estate il Fondo Monetario aveva sospeso il negoziato di fronte all’insopportabile comportamento del potere libanese. “Era come se ci stessero vendendo un tappeto”, ricorda un funzionario della Ue, che vi aveva partecipato.

Come imporre le riforme a questi parassiti? “Il bastone e la carota”, sanzioni e aiuto, è la proposta di Triangle alla comunità internazionale. “E’ la migliore possibilità di portare l’intransigente classe politica e bancaria al tavolo del negoziato, affinché possa essere finalmente trovata una soluzione realistica alla crisi economica”.

Le sanzioni raggiungono raramente il loro obiettivo. Negli Stati Uniti, paese sanzionatorio per eccellenza, Barack Obama ne ha comminate 500 solo nel suo primo mandato. Donald Trump il doppio. Nel primo mese di presidenza Joe Biden ha ordinato sanzioni a Myammar, Nicaragua, Russia, Arabia Saudita, lasciando quasi intatte quelle ereditate da Trump. Più che opinabili, i risultati sono largamente sconosciuti: nel 2019, secondo Foreign Affairs, uno studio del Government Accountability Office riconosceva che nemmeno il governo federale poteva determinare quando le sanzioni avevano funzionato.

La gran parte della ricchezza dell’élite libanese è all’estero. In questo caso non dovrebbe essere difficile individuare sanzioni mirate. Ma in Occidente si tende a non punire chi è politicamente vicino. Hezbollah che è un avversario, per esempio, è relativamente coinvolto nel sistema bancario. Le sue responsabilità nel disastro libanese sono altre e ugualmente gravi: la presunzione di aver creato uno stato sciita nello stato, indebolendo quello di tutti i libanesi. Ma nella crisi economica non ha rubato, ne ha approfittato politicamente.

Inaspettatamente, uno spiraglio si è comunque aperto sotto la voce “aiuti”, cioè la carota. Sotto forma di “Diritto speciale di prelievo” non soggetto a nessun controllo sulle modalità di spesa, il Fondo Monetario ha donato 1.135 miliardi di dollari. Un’iniezione di fiducia forse necessaria in questa situazione. Ma l’aiuto è stato consegnato alla Banca centrale, il cui governatore Riad Salameh è il grande regista del disastro. E’ come denunciare il ladro e poi consegnargli una parte della refurtiva: in questo caso è come finanziare chi sarà sanzionato.

L’aiuto è stato garantito da un paese membro del Fondo Monetario. A Beirut si dice siano gli Stati Uniti. Quel miliardo non risolverà la crisi ma come il petrolio iraniano, servirà a fare un po’ di propaganda e soddisfare quella parte di potere libanese politicamente più vicino all’Occidente. La crisi del Libano intanto continua.

Http://www.ispionline.it/it/slownews_ispi/

Allego un articolo sull’India pubblicato nel sito di ISPI

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-la-grande-impresa-della-vaccinazione-di-massa-31729

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