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US versus UE: alleati o avversari?

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La nuova alleanza, associazione e/o struttura geopolitica e/o militare per contenere il pericoloso espansionismo cinese, si chiama AUKUS: un fantasioso acronimo di Australia, Regno Unito (United Kingdom) e Stati Uniti. Viene dopo il QUAD, il Quadrilateral Security Dialogue nato come protezione civile dagli tsunami fra Usa, Australia, Giappone e India, ora riempito di contenuti politici e strategici. E dopo “Five Eyes”, un consorzio dove condividere informazioni d’intelligence fra Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda.

Per la Cina, sempre più irritata dopo l’ultimo nato AUKUS, tutto questo non è che una traslitterazione asiatica della Nato, una versione adattata al XXI secolo della Guerra fredda del XX. E’ vero, è proprio così. Ma il regime cinese dovrebbe essere il primo a conoscere le cause di tutta questa mobilitazione.

Una barriera globale di contenimento non poteva che essere il frutto di anni di riarmo sempre più intenso; di atti d’arroganza nel voler dimostrare che gli oceani che bagnano l’Oriente sono Mare Nostrum cinese; di un’assertività proclamata militarmente, economicamente, commercialmente, ideologicamente dai picchi dell’Himalaya alla Nuova Zelanda. Dovremmo aggiungere l’Africa, l’America Latina, parte del Mediterraneo, raggiunti da una forma di neo-colonialismo chiamato poeticamente Via della Seta.

E’ preoccupante che si moltiplichino le armi e salga la tensione. Come era accaduto anche con Unione Sovietica, forme efficaci di dialogo vanno trovate. Ma Vis pacem para bellum. E’ probabile che ora il modo migliore per accordarsi con la Cina e condividere la soluzione dei grandi problemi globali (clima, pandemia, sviluppo tecnologico, commercio mondiale) sia di stare al gioco muscoloso di Xi Jinping.

Ma l’inaspettata nascita del’AUKUS, mette a nudo un altro serio problema che riguarda gli europei, membri dell’Unione e della Nato. Inaspettata perché di quell’associazione non ne sapeva niente nessuno, eccetto i tre paesi coinvolti: il segreto è stato tenuto nascosto come se il resto del mondo fosse dalla parte di Pechino che invece è la capitale di un impero solitario.

Che genere di alleati degli Stati Uniti siamo, secondo lo sguardo di Washington: On demand? Usa e getta? Alleati di serie B (qui il punto interrogativo forse non serve). Joe Biden aveva lenito le nostre ansie proclamando che “America is back”. A occhio e croce per ora la sua America non appare molto diversa da quella egoista e introversa di Donald Trump. Prima il frettoloso ritiro dall’Afghanistan senza avvisare gli alleati sul campo, senza chiederne il parere; ora l’AUKUS.

Che fine ha fatto quella grande alleanza fra le democrazie del mondo che l’America avrebbe guidato attraverso il XXI secolo? Trasformare l’Australia in una potenza militare dotata di sottomarini nucleari aumenterà la deterrenza alleata nei confronti della Cina in Asia. Ma rimane il dubbio che al fronte comune delle democrazie si sia preferito un business miliardario per gli Stati Uniti che agli australiani forniranno sommergibili e tecnologie. Il danno peggiore lo subiscono i francesi che si sono visti annullare un contratto da 90 miliardi di dollari per la fornitura di 12 sommergibili convenzionali.

Ma c’è un danno politico che riguarda tutti gli alleati europei. In qualche modo l’AUKUS è una reminiscenza dell’invasione dell’Irak del 2003, quando George Bush e Tony Blair partirono all’attacco, ignorando perplessità e opposizioni degli europei. Mentre americani, inglesi e australiani svelavano la loro iniziativa anti-cinese, a Bruxelles la Ue annunciava la sua strategia per l’Indo-Pacifico che aveva ugualmente una valenza militare e puntava a operare con i partner regionali.

“Non ne sapevo niente”, ha ammesso il responsabile della diplomazia e della difesa dell’Unione, Josep Borrell, riferendosi all’AUKUS. “E presumo che un accordo di quella natura non sia stato messo insieme nello spazio di una notte”. Lo stupore di Borrell potrebbe essere tenuto in considerazione per un eventuale epitaffio della nostra speranza di un’America saggia alla testa di un XXI secolo democratico.

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