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Biden, Putin: decostruire un summit

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L’ordine internazionale “non dovrebbe avere la priorità sulla libertà”, scriveva Henry Kissinger in “World Order” (Penguin Press, N.Y., 2014). “Ma l’affermazione della libertà dovrebbe essere elevata da umore a strategia”.

La riflessione dell’ex segretario di Stato, ora ultra-novantenne, mi è tornata in mente seguendo le conferenze stampa separate di Vladimir Putin e Joe Biden, alla fine del loro incontro a Ginevra, mercoledì scorso. Le domande dei giornalisti russi erano scontate, probabilmente scritte o approvate da Dmitri Pskov, il portavoce russo. Mi hanno colpito invece quelle dei colleghi americani: non per la profondità che aspettavo di trovare ma per l’infantile superficialità, sia nella conferenza stampa di Putin che in quella di Biden.

In parte generalizzo: la corrispondente da Mosca del Wall Street Journal ha fatto bene il suo lavoro, ponendo tra l’altro anche la sua domanda in russo come gesto di cortesia. Altri hanno cercato di capire insieme a lei come fosse veramente andato l’incontro fra due personalità così diverse.

Le domande del collega di Cnn, invece, erano una via di mezzo fra un comizio e un interrogatorio. Come si aspettasse che il russo fosse lì per scusarsi pubblicamente di avere effettivamente invaso l’Ucraina, tentato di assassinare Alexei Navalny, foraggiato i pirati informatici russi, interferito nelle presidenziali americane. Guardandolo nei suoi occhi di ghiaccio, qualcuno ha candidamente chiesto a Putin: “Perché avvelena i suoi oppositori?”. Nell’altra conferenza stampa a Joe Biden è stato chiesto se era riuscito a farsi promettere la liberazione di Navalny, l’ammissione dell’Ucraina nella Nato, la consegna all’Interpol del bieolorusso Lukashenko. Ai tentativi di Biden di spiegare l’atmosfera del vertice; che in quel primo incontro il vero successo era che fosse avvenuto; che su molte questioni non esistono punti di contatto ma su altre si, una giornalista gli ha ribattuto: “ma come fa a fidarsi di uno come Putin”? Più una patriota della Libertà che una cronista.

La risposta del presidente americano è stata un po’ brusca ma profondamente vera: “Quando ho mai detto che ero fiducioso?”. Il vertice di Ginevra è stato esattamente questo: un incontro fra due leader che non si fidano l’uno dell’altro ma che hanno compreso la necessità di parlarsi e trovare punti di contatto. Quando si parla di russi, molti americani continuano a cercare un Gorby o almeno un altro Eltsin: segnato da un quindicennio di illusioni, delusioni e umiliazioni, quel paese non produrrà più leader che guardino all’Occidente come a un modello possibile. Almeno per un bel po’ di tempo.

E’ professionalmente infantile pensare di farsi dire tutto quello che i due leader si sono detti e non quello che conta per capire che, alla fine, è stato un summit al di sopra delle aspettative. E’ evidente che, faccia a faccia, si sono detti tutto; e che in molti casi si siano guardati in cagnesco. Ma nemmeno un diplomatico della Corea del Nord racconterebbe cose che non servono – per quanto importanti – perché premature in un dialogo che sarà lungo e richiederà pazienza e professionalità.

Biden non ha ottenuto la scarcerazione di Navalny né la promessa che il dissidente parteciperà alle prossime elezioni. Nemmeno i suoi precedessori avevano ottenuto da Breznev e Andropov la liberazione di Alexandr Solzenicyn né di Andrey Sakharov. Ma fra alti e bassi, un dialogo non è mai venuto meno. Intanto grazie a Biden, Navalny non sarà ucciso in carcere; e i cyber-pirati che stanno mettendo in ginocchio il sistema civile americano forse non saranno perseguiti ma verranno fermati. La verifica avverrà nei prossimi mesi: se non cambia nulla non ci saranno altri vertici; se si, il dialogo continuerà, allargandosi ad altre questioni spinose.

Forse serviranno anni per raccogliere i frutti piantati nell’incontro di Ginevra. Come dice il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov al Financial Times, “è una sfida d’alta matematica diplomatica: non basta mostrare volontà politica, serve anche approccio creativo”. Ma come già ricordava Kissinger, sottolineando l’importanza di trasformare la libertà da retorica a strategia, l’epoca dei social contrasta con i fondamenti della diplomazia che richiede più tempo che rapidità. Pressati invece dalla nevrosi dei social, a Ginevra le domande di molti colleghi americani sembravano dettate dall’esigenza di essere parte del “dibattito” e non dalla necessità di chiedere per capire.

Allego il commento sul vertice pubblicato mercoledì sul Sole 24 Ore

https://www.ilsole24ore.com/art/tra-usa-e-russia-mancano-anche-buoni-rapporti-personali-leader-AE4OVHQ

  • melaniatrump |

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    egr. sig. Carl

    perché vi è gente disposta a impallinare per un voto ?
    Ma perché si vota ogni 5 anni, per dare un assegno in bianco a uno sconosciuto che diventa onnipotente. E’ comprensibile che l’interessato o i suoi amici usino tutti i mezzi per arrivare ai loro fini.

    Se invece si votasse come in Svizzera assai frequentemente su ogni genere di questioni pratiche, ogni volta la posta in gioco sarebbe meno alta.
    Chi impallinerebbe il vicino perché ha votato si’ all’aumento del salario minimo legale, o al divieto delle sovvenzioni ai pesticidi ?
    Sono questioni meno coinvolgenti, diciamo, della rielezione di un Putin per la quale l’interessato è pronto a far uccidere anche il papa, se ve ne fosse bisogno.

    D’altronde vi sono cantoni svizzeri come l’Appenzell (16mila abitanti) dove si pratica ancora oggi (e dal 1378!) la votazione nella pubblica piazza per alzata di mano, E nessuno si fa impallinare.

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