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“America is back”. Si, ma quale America?

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America is back” è la promessa che Joe Biden aveva fatto prima ancora di essere del tutto certo della vittoria elettorale, all’inizio di novembre dell’anno scorso; che ha ripetuto quasi quotidianamente nei suoi primi cento giorni di presidenza, e in quelli successivi; la promessa alla quale ora, nel suo primo viaggio oltre l’Atlantico, il presidente deve dare contenuti chiarificatori.

I segnali fino ad ora sono contrastanti: dal tentativo di ridare vita alla trattativa sul nucleare iraniano, al ritiro da un Afghanistan tutt’altro che pacificato; dai toni combattivi verso Cina e Russia, alla dimostrazione di voler stare il più lontano possibile dal conflitto fra israeliani e palestinesi, limitandosi a parole di circostanza e di parte. Cinque mesi dopo l’insediamento, la sua amministrazione non ha ancora nominato l’ambasciatore alla Ue, alla Nato e nemmeno in Israele: luoghi sensibili nei quali una forte presenza diplomatica segnalerebbe la volontà di contare.

E’ tuttavia evidente anche ai più scettici che l’America di Joe Biden, dentro e fuori dai suoi confini, sia completamente diversa da quella di Donald Trump. Gli Stati Uniti non sono grandi se pensano solo a se stessi ma, al contrario, se mantengono in vita un sistema mondiale d’alleanze e amicizie create proprio dall’America. Dalla fine della Rivoluzione del 1776 alla II Guerra Mondiale gli Stati Uniti non avevano mai avuto alleati. Erano diventati 23 dal 1949 al ’55, nei primi anni della Guerra fredda; 37, in Europa e Asia, dopo la fine del XX secolo.

Parliamo di trattati di alleanza in senso stretto, a parte le altre decine di paesi con i quali gli Usa hanno importanti accordi di collaborazione. E’ una rete globale che la Cina di Xi Jinping né la Russia di Vladimir Putin possono costruire.

America is back”, dunque. Ma quale America e con quali obiettivi è tornata sulla scena internazionale, dopo lo sconcertate quadriennio trumpiano? Quanto il suo sistema di alleanze necessita di essere revisionato e quanto gli alleati si fidano ancora di lei? Le minacce, gli elogi ai dittatori e gli insulti alle democrazie amiche, le questioni gravi affrontate con piglio infantile non sono state un estemporaneo avanspettacolo ma un modello ancora possibile: l’attuale dibattito politico interno non garantisce che dopo Biden non possa tornare Trump o un clone ideologicamente ancor più pericoloso.

Ma anche se così non fosse, la fase dell’immobiliarista di New York non è stata il solo cambio di programma di un’America altrimenti lineare. Dopo lo splendido e male utilizzato intermezzo della potenza unipolare tra la fine dell’Urss e l’11 Settembre, gli alleati europei e asiatici hanno avuto a che fare con l’America militarista, neo-imperiale di George Bush e le sue inutili guerre; quella di Barack Obama che sia pure in maniera articolata e democratica ambiva a ridurre drasticamente la presenza Usa nel mondo; e l’America di Trump che perseguiva gli stessi obiettivi ma con i comportamenti di un Nerone felice di assistere all’incendio di Roma. La credibilità di una superpotenza è nella continuità dei suoi comportamenti.

Per molto tempo anche americani insospettabili hanno pensato che la Ue non fosse che un’estensione dell’Alleanza Atlantica: e che quindi la prima contasse molto meno della seconda. Ora Joe Biden dovrà realizzare una rigenerazione se non una vera riforma dell’Alleanza (Emmanuel Macron aveva più di una ragione nel denunciare la sua “morte cerebrale”); e contemporaneamente affrontare un’Unione Europea più convinta delle sue opportunità.

Da tempo i più importanti paesi europei singolarmente, e la Ue a Bruxelles, hanno incominciato a definire il loro futuro militare, diplomatico e commerciale, prevedendo anche l’ipotesi di dover fare senza l’America. In questi ultimi mesi, grazie alle promesse di Biden e soprattutto alle minacce sempre più evidenti dei paesi illiberali, c’è stato un riallineamento sui valori e gli interessi comuni.

La necessità di contenere l’espansionismo cinese e l’ambizione russa di restare la potenza che non è più, è condivisa da tutti. Ma è l’America che deve indicare come limitare la minaccia che rappresentano e contemporaneamente avere la loro necessaria collaborazione nella lotta ai mutamenti climatici o all’uscita dal Covid; come arginare l’offensiva politico-commerciale della Cina, senza compromettere gli scambi con quella che è la seconda economia mondiale. L’incapacità di dare risposte equilibrate e realizzabili comprometterebbe la credibilità americana e renderebbe il mondo più insicuro.

Gli europei che il presidente incontrerà a Bruxelles e nella sua periferia, a Mons, quartier generale della Nato, sono diversi da quelli di quattro anni fa: felici di trovare Biden e non Trump, ma sospettosi sul futuro del loro alleato più importante.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews_ispi/

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    Today, the terrorist threat has metastasized well beyond Afghanistan: al Shabaab in Somalia, al Qaeda in the Arabian Peninsula, al-Nusra in Syria, ISIS attempting to create a caliphate in Syria and Iraq and establishing affiliates in multiple countries in Africa and Asia. These threats warrant our attention and our resources.

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    Good afternoon. I want to speak today to the unfolding situation in Afghanistan: the developments that have taken place in the last week and the steps we’re taking to address the rapidly evolving events.

    My national security team and I have been closely monitoring the situation on the ground in Afghanistan and moving quickly to execute the plans we had put in place to respond to every constituency, including — and contingency — including the rapid collapse we’re seeing now.

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