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Il fantasma di Bibi

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A Cesare bastò un solo Bruto. Bibi Netanyahu ne ha avuti (meglio, ne ha creati) tre pronti a tradirlo. Naftali Bennett, Avigdror Lieberman e Gideon Sa’ar, leader di tre partiti di destra come il suo Likud ma nemici. In epoche diverse ognuno di loro è stato braccio destro o sinistro di Netanyahu: suoi prodotti politici. Lui li ha creati e lui li ha allontanati con il valido contributo corrosivo di Sara Netanyahu, la moglie che più dello stesso marito, vedeva in ogni collaboratore un concorrente politico.

C’è una strana dicotomia attorno a Israele: con una generalizzata dose di entusiasmo, la stampa internazionale celebra la fine del lungo regno di Bibi Netanyahu; giornali, tv e studiosi israeliani sono invece molto più cauti, chiedendosi con una certa discrezione se un’era controversa della loro vita sia davvero vicina alla conclusione.

Naftali Bennett, leader del partito Yamina e uomo decisivo nella creazione di una maggioranza parlamentare alternativa a Netanyahu, non intende promettere ai suoi elettori “che questo sia il governo dei nostri sogni”. La sua partner politica Ayelet Shaked, il cui volto angelico non corrisponde alla durezza delle sue idee ultra-nazionaliste, in questi giorni è rimasta silenziosa. Non sono segnali che galvanizzino una base. Anche a sinistra laburisti e Meretz – l’ultimo dei partiti pacifisti d’Israele – devono superare il disagio di governare assieme a una destra più destra del vecchio Likud.

La ragione ufficiale di tanta disponibilità è che bisogna impedire con qualsiasi mezzo di portare gli israeliani alla quinta elezione in poco più di due anni. Ma quello che ora pervade una notevole parte del paese è un irrefrenabile disgusto per Netanyahu. E’ una rivolta contro i suoi 13 anni di potere ininterrotto (più tre dal 1996 al ’99) e un sistema elettorale super-proporzionale che impedisce chiare alternanze di governo. Una sollevazione così sentita da “preferire tutto tranne Bibi”.

E’ dunque probabile che entro una settimana, dopo la conta conclusiva fra i 120 deputati della Knesset, il fronte anti-Bibi vari un governo che nei primi due anni sarà guidato da Bennett, poi da Yair Lapid del partito centrista Yesh Atid. In realtà alle ultime elezioni del 23 marzo Lapid aveva conquistato più del doppio dei seggi di Bennett. Ma occorreva qualche incentivo per spingerlo a garantire i voti necessari per raggiungere la maggioranza. L’importante, insistono i promotori, è dare un governo al paese.

E poi? E per quanto tempo? Qualsiasi nome verrà dato alla coalizione ora chiamata “di unità nazionale”, il fronte Bennett/Lapid che prenderà il posto di quello guidato da Netanyahu, assomiglierà a un Frankenstein politico che non risolverà la profonda crisi istituzionale d’Israele : le braccia a destra, le gambe a sinistra, la testa al centro, il complicato cervello diviso fra tutti. Il cuore di nessuno perché forse non c’è. Ci sarà probabilmente l’appoggio esterno di uno dei partiti dei palestinesi d’Israele. Il premier dovrebbe dunque diventare il leader di un partito ultra-nazionalista e anti-arabo come Yamina, che alle ultime elezioni è arrivato quinto e ha conquistato 7 seggi contro i 30 del Likud di Netanyahu. E il Likud ne ha presi quasi il doppio dei centristi di Lapid.

A meno che non siano i giudici dei processi aperti per frode a estrometterlo dalla scena politica, il fantasma di Bibi incalzerà gli avversari in attesa della loro fine: convinto che avverrà certamente grazie al suo abile mestare. Una crisi di questa strana coalizione porterebbe comunque a una quinta elezione con il risultato di rafforzare Netanyahu, anziché estrometterlo dal potere.

Nahum Barnea, firma del quotidiano Yedioth Ahronot, scriveva che “gli israeliani sono abituati a progettare la loro vita con una guerra. Sono nati un anno dopo la guerra, sono andati sotto le armi l’anno prima di un’altra guerra, si sono sposati giusto dopo la fine di una terza guerra, e hanno avuto un figlio prima o dopo la guerra successiva”.

In 13 anni di potere Bibi Netanyahu non ha mai portato gli israeliani in guerra, ad eccezione delle crisi di Gaza che non sono paragonabili ai conflitti del passato. Ma non ha mai fatto nulla per costruire una qualsiasi forma di accordo di pace con i palestinesi o gli iraniani. Ha costantemente tenuto il paese in uno stato di mobilitazione psicologica; di una sicurezza costantemente in allarme anche se mai davvero minacciata. Non sarà facile liberarsi dell’ombra d Bibi.

A questo punto molti di voi si chiederanno: e i palestinesi? Tecnicamente avete ragione: le vicende delle ultime settimane, dalle proteste a Gerusalemme e in Cisgiordania, 11 giorni di battaglia su Gaza, gli scontri fra gli israeliani ebrei e arabi, dovrebbero aver chiarito che la questione è fondamentale. Ignorarla significa creare le premesse per i prossimi scontri. Ma praticamente no, non avete ragione. I partiti di destra dell’eterogenea coalizione anti-Netanyahu sono anti-palestinesi e sostenitori delle colonie ebraiche, più di Bibi. Il centrista Yair Lapid non è interessato alla questione; laburisti e Meretz non sanno cosa dire. Spulciando i programmi dei partiti israeliani è difficile trovare qualche riferimento alla questione palestinese. E dubito che elaborando un minimo programma comune, la coalizione “di unità nazionale” dedicherà qualche attenzione al tema. Con o senza Netanyahu, ci si rivede alla prossima crisi.

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