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Il trionfo di Bibi e il caos elettorale

   

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Nella storia elettorale dello stato ebraico il vincitore veniva acclamato dai sostenitori come “Re d’Israele”. L’abitudine si è un po’ persa, forse a causa dell’eccessivo numero delle chiamate al voto negli ultimi anni: era comunque più una tradizione della destra del Likud che della sinistra laburista. Alla sua ottava vittoria, sette delle quali consecutive a partire dal 2009, Bibi Netanyahu avrebbe il diritto di rivendicare quella carica regale.

Lo spoglio non è completo. E mancano ancora i voti dei ricoverati per Covid, dei militari e dei diplomatici all’estero. Ma il Likud è chiaramente in vantaggio di 11/13 seggi sul secondo partito, i centristi di Yesh Atid. Mai Bibi aveva vinto con un margine così chiaro sui suoi diretti avversari. A volte, come nel 2009 contro Tzipi Livni e l’anno scorso con Benny Ganz, era arrivato secondo ma aveva saputo coalizzare una maggioranza parlamentare che centro e sinistra non avevano saputo malgamare.

In questa epoca di pandemia nei paesi democratici si tende, quando è possibile, a rinviare le elezioni. Per molti versi gli israeliani devono invece ringraziare la fortuna che l’ennesima crisi di governo li abbia spinti a votare in piena emergenza Covid. Netanyahu ha molti difetti ma è un animale politico impareggiabile: ha capito subito che le vaccinazioni potevano essere un imbattibile strumento di consenso elettorale. E’ riuscito ad avere le dosi di cui aveva bisogno; ha saputo sfruttare la limitata dimensione geografica e demografica del paese, il suo alto livello tecnologico, le qualità del sistema sanitario territoriale e l’organizzazione militare di un paese in divisa e in stato permanente di pre-emergenza.

Per quanto si fosse formata contro di lui un’asse orizzontale, destra-sinistra; nonostante tre processi per corruzione lo attendano in tribunale (il primo della storia del paese ad affrontare i giudici senza dimettersi dalla carica), gli israeliani lo hanno premiato per aver compiuto il miracolo vaccinale. Al successo elettorale ha anche contribuito il processo diplomatico di Abramo: il riconoscimento di quattro nuovi paesi arabi.

Eppure Bibi no sarà il re d’Israele. Nonostante il successo, potrebbe non riuscire a coalizzare una maggioranza parlamentare di 61 seggi su 120, e dunque a convocare nuove elezioni entro la fine del 2021: quelle svoltesi ieri erano le quarte in due anni. La sua vittoria, infatti, è quasi vanificata dal sistema elettorale israeliano, un proporzionale in purezza.

Saranno probabilmente 13 o 14 i partiti che supereranno la soglia di sbarramento del 3,25% ed entreranno alla Knesset, il parlamento. Tolti Likud e Yesh Atid, i primi due, gli altri sono stretti in uno scarto fra 9 e 5 deputati ciascuno. Il Partito laburista fondatore del paese, e la sinistra pacifista di Meretz stanno festeggiando come una vittoria la loro semplice sopravvivenza (7 e 5 seggi).

Se la distinzione parlamentare fosse solo fra centro-destra e centro-sinistra, Netanyahu godrebbe di una solida maggioranza. Israele si sposta a destra ininterrottamente da 45 anni: dal 1977, quando il Likud andò per la prima volta al governo, i laburisti hanno vinto solo due volte. Ma oltre ai partiti religiosi, il vasto fronte delle destre è rappresentato dal Likud di Netanyahu e da altri tre forze politiche. I loro leader, che oggi detestano Netanyahu, erano stati suoi strettissimi collaboratori: il braccio destro, il consigliere politico, l’amico di famiglia. Una destabilizzante rappresentazione politica senza fine: una specie di Macbeth israeliano.

Litigiosità e personalismi (nel centro-sinistra non è diverso) sfruttano il sistema elettorale, atomizzando il quadro politico e paralizzando ogni processo di riforma. Mutatis mutandis, come gli Stati Uniti incapaci di cambiare le leggi sulla diffusione delle armi, hanno un massacro alla settimana; così gli israeliani, senza una riforma elettorale, rivoteranno fra uno o due anni.

Tutto questo è rischioso per la credibilità della democrazia israeliana. Che l’affluenza sia stata solo del 5% meno del precedente voto di qualche mese prima, ha del miracoloso. Ma fra una crisi politica e un’elezione, il paese vaccina la popolazione, l’economia riprende, le tecnologie sono un’eccellenza mondiale, con gli accordi di Abramo la collocazione geopolitica nella regione è sempre più riconosciuta. Gli israeliani potrebbero convincersi che un governo stabile con una maggioranza chiara, non sia così necessario.

Restano infine i palestinesi: gli arabo-israeliani, il 20% della popolazione dello stato ebraico, che incominciano ad essere politicamente corteggiati perfino da Netanyahu. E poi gli altri: gli occupati, i minacciati da nuove annessioni, lontani dalle statistiche vaccinali degli israeliani, chiusi dentro Gaza e governati da un movimento che ancora crede di mettere il confronto con Israele sul piano militare; o quelli chiusi dentro i bantustan ad autonomia limitata della Cisgiordania, guidati da una classe dirigente incapace e senza idee. Come in tutte le cinque o sei precedenti elezioni israeliane, anche in queste il problema palestinese era del tutto assente dal dibattito. Perfino le sinistre a rischio di estinzione hanno capito che sollevare la questione non porta voti. Data la loro condizione sempre più disperata, i palestinesi dovrebbero incominciare a chiedersi il perché.

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