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Colonie e antisemitismo

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La settimana scorsa la Commissione Onu per i diritti umani ha reso nota una lista di 112 imprese: 94 israeliane, 18 di altri sei paesi. Queste società di varia natura – agricoltura, banche, turismo, tecnologie, ecc – operano nelle colonie ebraiche dei territori palestinesi occupati. La Commissione non propone la loro punizione o il boicottaggio: si limita a ricordare implicitamente che operano contravvenendo al diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite. L’uno e le altre dicono che l’occupazione è illegale.

Come previsto, gli israeliani hanno reagito e il tono delle reazioni ha superato quanto era prevedibile. Distribuendo a tutti la qualifica di antisemiti, Bibi Netanyahu ha ricordato che “boicotteremo chiunque boicotti noi”. Paralleli con l’Olocausto sono stati fatti da diversi ministri del Likud. Il presidente della repubblica Reuben Rivlin, rispettato per la sua moderazione, ha definito quella dell’Onu “una vergognosa iniziativa che ricorda i periodi oscuri della nostra storia”: evidentemente i “Protocolli di Sion”, i pogrom, la Shoà.

A tre settimane dalle terze elezioni politiche in meno di un anno, nessuno si è tirato indietro. Per Benny Ganz, il leader di Kahol Lavan, il partito di opposizione favorito dai sondaggi, quello della pubblicazione dell’elenco è stato “un giorno nero per i diritti umani, la Commissione Onu ha perso ogni contatto con la realtà”. Segno della disperazione di un partito in via d’estinzione, il leader laburista Amir Peretz ha promesso di “lavorare in ogni forum per respingere questa decisione”. Quale decisione? La Commissione non raccomanda alcuna decisione.

Ma il più sanguigno è stato l’alleato di Ganz, Yair Lapid, un laico, un moderato, un uomo di mondo: “Quando formeremo il governo ci occuperemo di loro con tutta la nostra forza, senza scrupoli”. Come con i terroristi. Perché secondo Lapid chi guida la Commissione è “la commissaria Onu per i diritti dei terroristi”. La commissaria è Michelle Bachelet, socialista, medico, arrestata e torturata dal regime di Pinochet, per due mandati stimata presidente del Cile democratico.

Questo non è un post facile da scrivere in una stagione nella quale gli episodi di antisemitismo si moltiplicano in Europa e negli Stati Uniti. Non sono un sostenitore del movimento BDS (Boicotta, Disinvesti, Sanziona). Credo che le nostre responsabilità storiche e la realtà presente rendano difficile sanzionare Israele come, per esempio, la Russia o l’Iran. Ci piaccia o no, per noi Israele non può essere un luogo qualsiasi. Ma l’elenco pubblicato dalla Commissione Onu, per quanto formata anche da paesi che i diritti umani li praticano molto poco o per niente, riguarda solo i territori occupati. Le risoluzioni Onu, del Consiglio di sicurezza, il diritto e la comunità internazionale – perfino la gran parte dei governi arabi – non mettono in discussione l’esistenza d’Israele. Contestano solo l’illegalità delle colonie. Di nuovo nel 2016 il Consiglio di sicurezza aveva invitato gli stati membri dell’Onu a riconoscere la differenza fra territorio dello Stato d’Israele e territori occupati nel 1967. Un forte invito perché qualsiasi eventuale forma di boicottaggio riguardasse il secondo, non il primo.

La maggioranza degli israeliani pensa il contrario. Ma cosa c’entra tutto questo con l’Olocausto? Dov’è l’antisemitismo nel difendere il principio del diritto palestinese ad avere uno stato? Quando l’Unione Europea aveva deciso di indicare il luogo di provenienza sull’etichetta dei prodotti delle colonie, Israele aveva di nuovo usato l’arma del razzismo e del nostro antisemitismo. Anche sapendo che non era un boicottaggio ma un invito senza impegno: agli importatori e ai negozianti non è impedito il diritto di vendere quei prodotti. Possono anche togliere l’indicazione di provenienza, se li infastidisce.

L’Europa è il luogo dove l’antisemitismo è nato, si è manifestato nelle forme peggiori e più tragiche, e continua a riprodursi come un tumore. Ma l’Europa è anche il luogo dove la lotta all’antisemitismo è la più determinata. Non c’è governo nell’Unione che ne pratichi qualche forma nelle sue leggi. Per le sue dichiarazioni ambigue l’inglese Jeremy Corbin è stato ripetutamente punito dagli elettori. Solo l’Ungheria solleva qualche seria preoccupazione; e solo la Polonia ha avuto la sfrontatezza di considerare reato sostenere che quel paese ha delle responsabilità nella Shoà. Un arrogante tentativo di falsificare la Storia. Perché allora i due migliori amici europei di Bibi Netanyahu sono i leader di Ungheria e Polonia?

Cercando una spiegazione dell’uso improprio della memoria dell’Olocausto da parte dell’intera classe politica israeliana, probabilmente ha ragione il quotidiano Ha’aretz: “lo stato non è interessato a distinguere fra il diritto d’Israele ad esistere e la disputa sugli insediamenti. Cerca piuttosto di offuscare i confini”.  Più del nostro antisemitismo il problema in questo caso è la loro ansia di annessione.

 

 

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    La maggioranza degli israeliani pensa il contrario. Ma cosa c’entra tutto questo con l’Olocausto?

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