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La ricchezza delle nazioni e la povertà dei popoli

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Un paio di settimane fa sono stato invitato dal governo dell’Oman a partecipare a una conferenza per discutere come, entro un ventennio, quel paese del Golfo si libererà dalla dipendenza degli idrocarburi. Si tratta di riformare l’intera economia di un paese e non è facile: se non la bancarotta, prima di un eventuale successo, il governo che ci prova rischia il consenso popolare.

A “Oman 2040 Vision” alcuni esperti internazionali di sviluppo economico hanno detto cose sagge. Per esempio che non basta decidere di cambiare: bisogna anche decidere con attenzione come cambiare. Un paese gas-petrolifero come l’Oman, con cinque milioni di abitanti, 100% di alfabetizzazione e un reddito pro-capite di 45,5mila dollari non può investire nel tessile come il Bangladesh, con 145 milioni di abitanti e un reddito di 1.516 dollari.

Un’altra cosa necessaria per un paese che vuole crescere e diversificarsi, se governato e misurato, è l’apporto dei lavoratori stranieri: quelli che ormai conosciamo come “migranti economici”, che molti pensano siano la causa di tutti i nostri problemi e che respingiamo come lebbrosi. In Italia e anche in Francia. A Singapore e in Oman i lavoratori stranieri sono uno ogni 2,4 indigeni; in Bangladesh uno ogni 534.

Non so se questo può essere utile alla ostica causa del “Porre i problemi nella loro giusta dimensione”. Ma i lavoratori americani della Silicon Valley sono il 54%, e solo il 18 d loro è nato in California; fra gli imprenditori gli stranieri sono il 58%.

Ricardo Hausmann che ha portato queste cifre da Harvard, dove è il direttore del Centro per lo sviluppo internazionale, ha offerto un altro dato che mi ha colpito: oggi il reddito pro-capite più alto è quello di Singapore: 55mila dollari l’anno; il più basso, di 228, è del Malawi. Dai tempi di Adam Smith che nel 1776 scrisse “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, la differenza fra il paese più ricco e quello più povero di quelli allora conosciuti, era “fattore 4”. Oggi è “fattore 256”.

Quando critichiamo la globalizzazione, tendiamo a ignorare che in questi tre decenni ha distribuito la ricchezza, permettendo a molti paesi poveri di crescere in maniera fenomenale. Ma è una distribuzione matematica, non reale. Sono anni che l’economia del Bangladesh cresce esponenzialmente, ma il reddito pro-capite dei suoi cittadini vale 534 dollari.

E’ questa ingiustizia distributiva che giustifica la crescita dei populisti in Italia e nel resto dell’Occidente. Pochi giorni prima di “Oman 2024”, al World Economic Forum di Davos Bill Gates aveva portato un dato finalmente confortante: i poveri nel mondo sono diminuiti dal 94% del 1820 al 10 di oggi. Entusiasmante, ma è un calcolo a spanne. Jason Hickel della University of London e autore di ”The Divide: A Brief Guide to Global Inequity and its Solutions”(Random House, 2017), ricorda che dati credibili sulla povertà sono stati raccolti solo a partire dal 1981.

Ma l’errore più grande commesso da Bill Gates –che pure ha investito miliardi per lodevoli campagne sulla vaccinazione universale – è un altro. Lui e molti altri definiscono la soglia della povertà a 1,90 dollari al giorno. Chi ne guadagna 3 dovremmo chiamarlo con un altro nome? Per Hickel e molti altri una soglia più corretta dovrebbe arrivare almeno a 7,40 dollari. Per l’economista di Harvard Lant Peitchett e altri studiosi ancora, dovrebbe essere fra i 10 e i 15. Con queste soglie più realistiche, i poveri del mondo non sarebbero più solo il 10%.

Warren Buffet, uno dei pochi finanzieri liberal americani, si è sempre auto-denunciato, ricordando che in proporzione al reddito la sua segretaria paga più tasse di lui. E’ a questo che porta la flat tax. Perché la grande soluzione sulla ricchezza delle nazioni e la povertà dei popoli è questa: tassare.

Quando la nuova deputata democratica Alexandria Ocasio Cortez ha proposto di portare al 70-80% la tassazione dei “very high incomes”, i repubblicani l’hanno chiamata comunista. Sul New York Times, il Nobel 2008 Paul Krugman si è chiesto ironicamente quale politico potesse realizzare proposte così folli. Nessuno, si è risposto sempre ironizzando, “tranne gli Stati Uniti per 35 anni dopo la Seconda guerra mondiale: compreso il periodo di maggiore crescita economica della nostra storia”. Nel 1966, il picco della crescita americana, l’aliquota della minoranza estremamente ricca era dell’83%. E’ successo con presidenti democratici e repubblicani, fino a quando è arrivato Ronald Reagan e le cose sono cambiate.

Di questi tempi, quando governare è solo un intermezzo fra una campagna elettorale e un’altra, è un suicidio politico proporre di alzare le tasse agli individui ricchissimi e alle grandi corporations della vecchia e nuova economia. Ma in apparenza: in realtà è solo una questione di coraggio. Se continuerà a mancare, la retorica dei populisti di ogni latitudine continuerà a vincere.

 

http://www.ispionline/it/slownews-ispi/

  • carl |

    Prima di rilevare e leggere il Suo nuovo articolo avevo letto quello di A.Torno che recensisce il libro dell’ambasciatore Morabito, e ove ho lasciato il seguente commento (ma non sapendo se/quando sarà pubblicato):
    ” Un’altra “tessera”, che mirerebbe a delineare l’immagine del mosaico, cioè di questo nostro mondo in cui, al di là e al fuori di ogni dubbio e contestazione, quel che continua a crescere è la disuguaglianza e la demografia… Ho detto “mirerebbe” per il semplice motivo che sia i disuguali che “i più uguali” della fattoria orwelliana sogliono saltare a piè pari dati, notizie e rapporti del genere… Sicchè l’assuefazione regna e governa sempre più tra le popolazioni “grosso modo”/grossolanemente privilegiate, mentre la rassegnazione già regna e governa nel sud del mondo ove, contrariarmente al IV secolo dell’era volgare, soltanto masse inermi tendono a spostarsi verso ciò che considerano una sorta di “el dorado”.. Nonostante… Ma qui mi fermo.
    Cosa dovrà succedere perchè, al di là di discorsi che lasciano il tempo che trovano, si presti ascolto e ci si accinga ad abbordare seriamente i tanti e crescenti problemi ?”. Fin qui il commento.
    Orbene, anche Lei oggi aggiunge alcune altre “tessere” che (se lo si vuole, sia a livello della base che della cuspide dell’attuale “piramide”umana) contribuiscono a far intravedere e a capire meglio quale sia l’immagine del “mosaico” umano all’alba di questo XXI secolo.
    Ma (This is the question…) lo si vorrà fattivamente/fattualmente capire ed è possibile sperare che -sia alla base che alla cuspide- ci si renda disponibili ad intraprendere tutto ciò che deve essere fatto il più rapidamente possibile e nel migliore dei modi…?

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