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Alla fine, che guerra faremo al califfo?

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L’ennesimo vertice internazionale ha sancito l’ennesima eterogenea alleanza che deve combattere l’ennesima guerra d’emergenza di un mondo che un ventennio fa ci era stato venduto come giunto alla fine della Storia: dunque felice e in pace, produttore di benessere e giustizia per tutti.

Ma non voglio fare il solito esercizio di scetticismo. Al contrario, voglio essere decisamente ottimista.  Credo che il vertice di Parigi di lunedì che ha dato un avvio per così dire istituzionale alla nostra nuova guerra in Medio Oriente, sia stato utile e abbia avuto successo. Lo dico soprattutto dopo aver letto e ascoltato il coro pessimistico – meglio, di diffidenza – di giornali, tv e radio nei loro commenti sul vertice.

In generale, la critica comune è questa: la guerra sarà condotta da Paesi occidentali storicamente responsabili del disordine mediorientale, e da Paesi arabi moralmente o direttamente responsabili della creazione dell’Isis; al fronte mancano due Paesi essenziali come Turchia e Iran; dovendo bombardare anche le basi del califfo in Siria, che si fa col regime di Bashar Assad? E da ultimo: non si può pensare di sradicare l’Isis solo con  bombardamenti dal cielo. Non si vince senza offensiva terrestre.

E’ ovvio che condivido tutte queste preoccupazioni. Ma credo, in questo mio nuovo “giudizioso ottimismo”, si debba anche osservare che ognuna ha una risposta. La prima, di fondo, è che nella Storia non è mai esistita una coalizione perfettamente unita come un gruppo di lupetti dei boys scouts all’inizio di un campeggio. Anche nella seconda guerra mondiale Dwight Eisenhower dovette sopportare un nevrotico arrogante come Bernard Montgomery. Il fronte nato a Parigi è un comprensibile coacervo d’interessi e ambizioni diverse: ma tutti, con un certo coraggio, hanno convenuto che c’è un pericolo comune e imminente.

Se la Turchia ha nell’alleanza un tenue e insufficiente ruolo di supporto, è perché gli altri hanno compreso la sua difficile posizione: una cinquantina di ostaggi nelle mani dell’Isis e una frontiera porosa, difficilmente controllabile da forze armate che non sono più quelle di una volta, indebolite dai Fratelli musulmani al potere ad Ankara. E se l’Iran non c’è del tutto, la cosa era prevedibile. Lo ha spiegato con chiarezza John Kerry sul New York Times: non lo hanno voluto sauditi ed Emirati. Per gli americani non ci sarebbe stato problema e, a dispetto del sarcasmo della guida Khamenei, “questo non significa che ci opponiamo all’idea di comunicare per capire se saliranno a bordo oppure se e in quali circostanze, c’è la possibilità di un cambiamento”. Insomma, nonostante 35 anni di guerra fredda fra i due Paesi, nella lotta all’Isis, Usa e iraniani collaboreranno silenziosamente dietro le quinte.

Riguardo alla necessità di combattere l’Isis soprattutto sul terreno, se gli americani avessero deciso di rimettere in campo le truppe, sarebbero stati criticati dagli stessi che ora contestano solo l’intervento aereo. E’ naturale che in questa guerra occorre anche la fanteria e a questo penseranno gli iracheni, rafforzati dall’appoggio dal cielo. L’Isis fa paura ma non è la Wehrmacht: fino ad ora ha avuto successo perché non ha ancora incontrato eserciti organizzati.

La questione più complessa è cosa fare della Siria di Bashar Assad. Se si continua a combatterla è impensabile avere Iran e Russia nel fronte, in varie forme possibili. Ma non mi sembra che il destino del regime sia stato preso veramente in esame, per il momento: il fronte di Parigi non può dirlo perché ha lottato fino ad ora per far cadere Assad. Ma nessuno crede che il Free Sirian Army, anche se meglio armato e addestrato, possa avere qualche influenza sui destini della Siria. Per bombardare le basi del califfato dentro il Paese non sarà richiesta l’autorizzazione di Damasco che si guarderà bene dal pretenderla.

Il mio ottimismo si ferma alla possibilità concreta della sconfitta dell’Isis sul campo. Non prosegue confidando che la vittoria sul nemico comune porterà a una soluzione della guerra civile siriana, a una armoniosa riorganizzazione federalista dell’iraq, alla soluzione dello scisma sunniti/sciiti, alla pacificazione Arabia Saudita/Iran, alla nascita di un sistema di sicurezza regionale e –esagero – a una rinnovata trattativa fra Israele e palestinesi. Questo sarebbe ottimismo disneyano: sul futuro, rientro disciplinatamente nei ranghi del pessimismo cosmico.