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Israeliani e palestinesi o la Grande Faida

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Non c’è mai nulla di buono da imparare dalla Grande Faida, a volte chiamata questione israelo-palestinese nel tentativo di dare al tribalismo una veste più politica e civilizzata. Perché alla fine questo era e sempre è rimasto il lungo conflitto che da un tempo incalcolabile mobilita popoli, stimola guerre sante, smuove presidenti americani, ingolfa emeroteche e determina le carriere di generazioni di politici e di giornalisti.  E’ tutto in fondo così semplice.

Un episodio come quello dei tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi e del loro coetaneo palestinese che ha fatto la stessa fine, oltre al comprensibile furore del momento, dovrebbe far riflettere. Dovrebbe spingere a porre gli avvenimenti nel loro quadro più vasto: a comprenderne le cause e cercare soluzioni che vadano ben oltre l’arresto dei responsabili.

La storia del conflitto ci dice che il primo bagno di sangue ufficiale risale alla prima settimana di maggio del 1921. Fra la Jaffa araba e la neonata Tel Aviv morirono 48 palestinesi e 47 ebrei: i primi male interpretarono la manifestazione per la festa dei lavoratori del partito comunista dei secondi. Poi ci furono i massacri del ’29 e la rivolta araba del 1936 causata dall’immigrazione ebraica: 4mila immigrati nel 1931, 66mila nel ’35. Poi ancora scontri, guerre vere e “a bassa intensità”, conquiste territoriali e intifade.

Mai che gli uni o gli altri cercassero di imparare da un episodio per evitare di affrontarne un altro. La riunione del governo israeliano lunedì sera, appena scoperti i corpi dei tre ragazzi, è stata apparentemente surreale, in realtà esplicativa del carattere tribale del conflitto. Bisognava dare una risposta alla gravità del triplice omicidio (nella prospettiva storica sopra citata in realtà era un fatto di terrorismo comune e minore). Ma l’esigenza era di rispondere alla sete di vendetta della propria tribù, non di cercare una soluzione.

Il premier Netanyahu e il muscoloso ministro della Difesa Moshe Ya’alon, avevano proposto di creare un nuovo insediamento ebraico che portasse il nome delle tre vittime. Il super nazional-religioso Naftali Bennett (Economia) e il super falco Avigdor Lieberman (Esteri) volevano prendere d’assalto Gaza dal cielo, dal mare e da terra. A Tzipi Livni (Giustizia) che tentava di riportare tutti alla ragione, Bennett ha risposto che “alla fine una guerra a Gaza la dovremo fare. Meglio cominciarla noi”. Oltre a Livni, l’unico elemento di moderazione erano i militari che sapevano ciò di cui i politici parlavano senza conoscere.

Cito le follie di una riunione di gabinetto israeliano. Ma non credo che i palestinesi sarebbero stati diversi a parti invertite: se avessero loro un Paese, un esercito e occupassero loro un territorio con l’ambizione di annetterlo. La reazione di Abu Mazen al sequestro e all’omicidio del giovane palestinese è stata scomposta e uguale a quella che aveva avuto Netanyahu tre settimane prima, quando erano scomparsi i tre giovani israeliani. La vendetta è il movente degli assassini come dei leader politici.

Il mio primo contatto fisico con israeliani e palestinesi l’ebbi da ragazzo nel 1975, quando andai volontario in un kibbutz al confine con la striscia di Gaza. Sto invecchiando e non è cambiato nulla: anche Shimon Peres c’era già e non si perdeva un funerale. Per decenni la diplomazia e la stampa hanno cercato di dare un senso all’ordalia territorial-tribale dei due popoli. C’è stato perfino un processo di pace: si istruivano con pazienza meccanismi diplomatici complicati che con brutale semplicità venivano bloccati dall’atto terroristico di una parte o dalla costruzione di una colonia dall’altra: le armi più efficaci della faida.

Tornando all’aspetto politico degli ultimi episodi, potremmo dire che rappresentano la fine del governo Fatah-Hamas di unità nazionale palestinese: sarebbe fallito comunque. Potremmo supporre che gli americani tenteranno di ridare vita al processo di pace: temo che non sappiano da dove cominciare. Potremmo anche fare un parallelismo geopolitico fra una nuova eventuale guerra a Gaza e il sorgere di un califfato fra Siria e Iraq: anche a Gaza sono islamisti e sunniti.

Ma non sono che sovrastrutture, dettagli aggiuntivi di una realtà più antica e più semplice: la Grande Faida tra israeliani e palestinesi.

  • Fabio DP |

    Piccola correzione storica: il primo bagno di sangue fu quello dell’insediamento di Tel Hai nel marzo 1920 quando una decina di coloni sionisti furono uccisi nel corso di una scorreria di arabi alla ricerca di soldati francesi.

    Per il resto può resto interessante ricordare un altro fatto storico che riguarda le vicende di questi giorni.
    L’antica comunità ebraica di Hebron, nei cui pressi studiavano i tre ragazzi israeliani uccisi (che non erano coloni) fu assalita nel 1929 e riposrtò una settantina di morti, decine di feriti, molte donne violentate. I superstiti furono costretti a fuggire. E’ il primo caso di pulizia etnica avvenuto in Palestina, per quello che so. Trent’anni dopo gli ebrei ci sono ritornati e da allora sono definiti “coloni” in un territorio non loro da quegli stessi che pretendono ancora il diritto al ritorno dei profughi del ’48.
    La faida contiene anche di queste incongruenze.

  • manfredjebral@libero.it |

    Carissimi Tramballi,
    Ottimo articolo,ottima analisi, bravissimo

    p.s
    Ho letto la risposta di della Pergola,al suo pecedente articolo, temo che sia alquanto inviperito con lei.
    saluti

  • Enrico Magni |

    Noi europei abbiamo subito millenni di invasioni ma erano legate alla necessità di sopravvivenza dei popoli migranti, dalla povertà verso un mondo ritenuto ricco e pieno di opportunità. E’ lo stesso esodo, per ora incruento, dei migranti che sognano l’Europa!.
    Ma la situazione in Palestina è totalmente diversa. Un paese vissuto da millenni da più popoli è stato indicato come “terra Promessa” (sorvolando sull’impossibilità di far coincidere le indicazioni riportate dalle “sacre scritture” con la reale geografia dell’area) da una tribù egiziana monoteista. Mentre le invasioni barbariche legate alla ricerca di territori ricchi portavano al’integrazione dei popoli, culture e religioni cioè alla convivenza, il possesso della “Terra promessa” porta all’esclusione dei “diversi” da perseguire in tutti i modi (vi sono decisioni governative israeliane documentate che hanno pianificato ed autorizzato azioni di genocidio nei confronti dei palestinesi, giustificate unicamente dall’atto di fede “Terra promessa”). Quando la religione annulla lo stato laico e democratico, abbiamo solo tragedie. Lo vediamo nei Paesi arabi che stanno scivolando verso dittature religiose. Israele è nato su un falso e per sopravvivere deve avere una deriva assolutista!
    Peccato, un faro di civiltà e di democrazia sta finendo in mano ad estremisti religiosi!

  • shmola |

    La guerra-faida iniziò nel 1907 con Arthur Ruppin e il suo ‘Palestine Office’ che aveva come obiettivo “the creation of a Jewish milieu and of a closed Jewish economy, in which producers, consumers and middlemen shall all be Jewish”.

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