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Da Lawrence a Barack. Tutte le strade portano a Riyadh

Saudia
Lasciatasi momentaneamente alle spalle la crisi Ucraina che due mesi fa credeva non fosse un problema, Barack Obama è tornato alla questione cronica, quella che ha sempre tagliato la strada di ogni presidente americano a cominciare da Henry Truman: il Medio Oriente.

  Della visita di Obama in Arabia Saudita non ci sono molti resoconti. La stessa segretezza che qualche giorno prima John Kerry aveva imposto al palestinese Abu Mazen, nel loro incontro ad Amman. La sosta a Riyadh di Obama e quella di Kerry in Giordania hanno riguardato due capitoli diversi. Ma la storia, il grande affresco, è lo stesso. Tout se tient  nel Levante e oltre. E l’Arabia Saudita c’è sempre: dai petroldollari all’Olp in poi, non ha mai smesso di finanziare il meglio e il peggio della regione.

  Non bisogna dare un colpo di telefono a Obama per intuire i temi dei suoi colloqui con re Abdullah e gli uomini dell’apparato saudita della sicurezza nazionale. In ordine d’importanza, la trattativa sul nucleare iraniano: in un primo tempo le aperture di Obama a Teheran avevano fatto perdere il controllo in ugual misura all’israeliano Bibi Netanyahu e a re Abdullah.

  Su questo tema il primo è ancora in preda a una crisi di nervi; il saudita ora è più razionale. Ha compreso che una soluzione negoziata sul nucleare iraniano, alla quale seguirebbe la creazione di una struttura di sicurezza collettiva per il Golfo, è meglio e più moderno che affrontare il problema alla vecchia maniera: sciiti contro sunniti.

  Poi c’è la Siria. Fino a che Usa e Arabia Saudita, i sostenitori politici e materiali delle opposizioni al regime di Assad, non si mettono d’accordo su modalità e obiettivi del conflitto, le opposizioni non saranno mai un fronte omogeneo e credibile. Qaidisti e salafiti continuano a togliere la scena agli oppositori più presentabili (la colpa è soprattutto saudita); e i democratici anti-Assad non hanno le armi necessarie per imporsi sui concorrenti e cercare di battere il regime (la colpa è soprattutto americana).

  C’è poi l’instabilità e la crisi economica egiziana, il negoziato Israele-palestinesi che non muove un passo, il pericolo che il Libano sia risucchiato nel caos siriano e molto altro ancora. Sauditi e americani hanno bisogno di parlarsi su tutto e, possibilmente, agire di comune accordo.

  Ma nelle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita c’è qualcosa di più “strutturale” da risolvere. Partecipando a dicembre al Manama Dialogue on Gulf Security, nel Bahrein, il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva invitato regni ed emirati – soprattutto i sauditi – a considerare che “stabilità e riforme politiche sono necessariamente partners”. Cioè: per quanto caotiche siano le Primavere arabe, per i Paesi della regione anchilosati nei loro sistemi garantiti dagli idrocarburi, è venuto il momento di affrontare cambiamenti strutturali. Bisogna cambiare prima che una nuova ondata rivoluzionaria lo faccia in maniera più caotica e i prezzi di gas/petrolio incomincino a calare.

  Non so se i Paesi ai quali si riferiva Hagel abbiano capacità e mezzi per fare le riforme. L’Arabia Saudita non può, non ora. C’è chi sostiene che il “popolo saudita” sia una “comunità immaginaria”, composta in realtà di sunniti e sciiti, gruppi più fedeli a una setta religiosa, a una tribù o a un’appartenenza regionale, che a una nazione. Il solo collante efficace è una visione estrema della fede sunnita. C’è qualcosa di paradossale che il Paese più importante per la stabilità regionale, per l’equilibrio dei prezzi petroliferi, necessario per definire il ruolo americano in Medio Oriente, sia un regime monarchico eminentemente salafita.

  Quei salafiti che combattiamo in mezzo mondo, a Riyadh sono i nostri alleati. In passato hanno avuto qualche ambiguità, a volte hanno sottovalutato i terroristi che permettevano venissero allevati nella loro società: ma l’Arabia Saudita è sempre stato un alleato credibile e necessario.

  Per questo non può fare le riforme che vorremmo. Re Abdullah ad agosto fa 90 anni; il principe ereditario non è molto più govane. Un nuovo sistema di successione che salti almeno una generazione, è stato studiato. Ma non è stato mai messo in pratica. Fino a che non sarà applicato, il suo successo è ipotetico di fronte alle lotte intestine alla pletorica famiglia reale divisa in tribù e alleanze locali o religiose, come il resto della società saudita fuori dal palazzo.

   Solo un re energico e legittimato dal ruolo può accelerare il passo delle riforme. Riforme che sono già in corso ma che Abdullah per età, indole e resistenze della stessa società, fa avanzare con la stessa lentezza del passare del tempo nel deserto. Le piazze di Riyadh né quelle di Jeddah brulicano di giovani desiderosi di democrazia, come altrove. Eventualmente, se c’è qualcuno che oggi possa riempirle, quelli sono i predicatori ultra-conservatori. Meglio contenere la nostra ansia di trasformare il resto del mondo a nostra immagine e somiglianza.

 

 Allego il mio commento sulla crisi ucaina uscito domenica sull'edizione cartacea del Sole-24 Ore.

Tutto è bene quel che finisce bene, potrebbe essere l’onesto finale della crisi ucraina che da un paio di mesi ha precipitato l’Europa nel suo passato. Questo almeno lascia intuire la telefonata fra Putin e Obama, piuttosto inaspettata: almeno a noi, forse non a loro due. In fondo se per più di un quarantennio di guerra fredda russi e americani avevano sempre evitato di usare i loro arsenali nucleari, sarebbe stato illogico non trovare una via d’uscita dalla Crimea.

   Negli intrecci d’amore delle commedie shakespeariane come in quelli geopolitici della realtà, perché tutto finisca bene occorre che non perda nessuno. Qui invece un vincitore c’è. E anche un vinto, per quanto nessun protagonista rivendichi di essere l’una o l’altra cosa.

  Ieri la Casa Bianca dava notizia della conversazione, sottolineando ripetutamente che era stato Vladimir Putin a telefonare a Barack Obama e non viceversa. A questo, poco dopo era seguita una seconda telefonata del segretario di Stato John Kerry all’omologo e amico russo Serghei Lavrov. Il comunicato dell’ufficio stampa della Casa Bianca, poi, era stringato e privo di dettagli. Al contrario Vladimr Putin aveva sfiorato la logorrea per spiegare alla sua opinione pubblica i contenuti che lui voleva diffondere della telefonata: la Transnistria, l’enclave russa fra Moldova e Ucraina della quale sono totalmente disinteressati i pochi americani che la conoscono; il contenimento del pericolo del “fascismo ucraino”; la trasformazione federale dell’Ucraina, eccetera. Anche Lavrov ha poi fatto diverse dichiarazioni agli organi di stampa di casa. Almeno fino a ieri sera, invece, Kerry era rimasto in silenzio.

  Di solito è chi parla molto che ha cose da nascondere. Il piano negoziale di John Kerry, la ragione della telefonata di Putin a Obama, non è ancora stato reso noto nei dettagli. Ma è la proposta di soluzione americana, non russa: l’offerta diplomatica venuta dopo le sostanziali minacce di Obama riguardo all’uso della forza militare della Nato. Constatato l’isolamento di Putin orchestrato dall’America, il presidente democratico offre una via d’uscita. E Putin la coglie perché sa che la riconquista della Crimea avvenuta nei modi bruschi e muscolari che gli sono cari, è costata l’isolamento internazionale. Forse a Mosca glielo ha fatto notare anche qualche amico oligarca con molti interessi economici in Occidente.

  Tolte le minoranze linguistiche sparse oltre i confini immediati della Russia, nessuno è dalla sua parte. Il gelo cinese e indiano, due potenze emergenti che detestano qualsiasi mutamento di confini, ha anticipato il disinteresse dei Brics alla crociata russofona di Putin. I Paesi emergenti non sono una comunità multilaterale e politica omogenea. E in ogni caso, per quanto gli Stati Uniti siano una superpotenza riluttante, forse in crisi, nessuno ha risposto all’appello antiamericano di Putin, lanciato nel pieno della crisi ucraina.

  Barack Obama non voleva vincere ma convincere Putin a desistere dal moltiplicare il “metodo Crimea” nelle altre zone di quella sensibile faglia europea fra Est e Ovest, piena di minoranze russe, creata dal crollo dell’Unione Sovietica. Ammassare truppe e divisioni corazzate ai confini non poteva essere la soluzione del problema. L’illusione che potesse esserlo, usando le maniere forti con un Occidente benestante, pacifista e distratto dalla sua crisi economica, è stato vanificato dalla forte reazione americana.

  Ma se nel XXI secolo la forza militare non è più la soluzione del problema, il problema della Russia ha bisogno di una soluzione. Per questo anche Putin può legittimamente dire di non essere lo sconfitto. Una vittoria l’ottiene, se sa accontentarsi. Non solo la Crimea: oggi l’Europa e gli Stati Uniti conoscono meglio le ragioni di Mosca. Sanno di non poterle più ignorare. La definizione geopolitica di Barack Obama – la Russia è solo una potenza regionale – è politicamente giusta. Ma con nove fusi orari, gli interessi locali russi iniziano sul Mar Baltico e finiscono al Mar della Cina; vanno dall’Artico a Nord che, sciogliendosi, svela le sue ricchezze energetiche, alle pianure e le montagne dell’Asia centrale, a Sud. 

 

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  • carl |

    Ho letto rapidamente i due pezzi e mi limito ad un paio di brevi commenti su ciò che mi è rimasto in mente e ciò conformemnte a quella regola che, se ben ricordo, applicava e consigliava di applicare il Suo mentore Montanelli.. Sbaglio?
    Beh, Lei fa risaltare l’intricatissima situazione dell’Arabia Saudita (e ancora Felix..grazie agli idrocarburi..che però non sono eterni). Lei dice en passant che il presidente usa avrebbe colloquiato sia col nonuagenario Abdullah che con degli addetti, collaboratori, ecc. dell’apparato di sicurezza interna del regno saudita..
    In ogni caso Abdullah ha l’aria di essere un monarca atipico e “sui generis”, perchè il sistema di governo vigente nella pensiola araba ha l’aria di essere polimonarchico con pesi e contrappesi di forza tenuti più o meno stabilmente in equilibrio dai succitati apparati di sicurezza..
    Non mi stupirebbe che un giorno venisse fuori l’informazione che ogni suddito o quasi era tenuto d’occhio (e orecchio) da un addetto dei servizi.. Insomma quasi come nel film “La vita degli altri” nella DDR e/o (grazie ad E.Snowden) come negli States e nelle dependances occidentali da parte della NSA,PRISM,GCHD, ecc. ecc.
    Quanto alla Russia attuale Lei fa bene ad evidenziare che la definizione di “potenza regionale” gli va,diciamo, un pò stretta..:o) Non solo per il fatto dei nove fusi orari vigenti nel territorio, ma sopratutto per l’esistenza di una panoplia missilistica e di ogive termonucleari che in pratica sono tutt’altro che regionali ma piuttosto intercontinnetali e che in ogni caso sono senza pari con quella di tutti gli altri membri del Club atomico
    Mi fermo qui.

  • paolo |

    Secondo lei
    hanno parlato anche di Nord Africa?

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