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Lo scisma delle Primavere

Shia sunni
Fra tutti gli alti e i bassi, ogni Primavera araba aveva trasmesso alle altre le sue caratteristiche: il desiderio di cambiamento, lo scontro fra il vecchio e il nuovo, le illusioni e le delusioni, l’instabilità, l’inadeguatezza sociale delle economie, lo scontro fra generazioni e fra religione e laicità. Ovunque speranza e violenza continuano ad alternarsi ancora oggi. E’ la dinamica di un grande evento storico in divenire.

  Ovunque tranne che in Siria. Laggiù è come se la vicenda fosse stata portata indietro da un’infernale macchina del tempo e lì paralizzata. Indietro alla Guerra Fredda con russi e americani che si contendono un primato di potenza, e molto più indietro fra i contendenti arabi di questo conflitto.

 Arrivata nel Levante e nel Crescente Fertile, la Primavera ha riportato gli arabi a Najaf e Karbala: alla città, ora in Iraq, dove è sepolto Ali, il primo imam sciita; e a quella dove suo figlio Hussein venne ucciso in battaglia dalle truppe dell’Islam ortodosso, i sunniti. Era il 10 di Muhrram del sessantunesimo anno dall’Egira: il 31 maggio del 680. Cioè 1.333 anni fa.

    Quello
scisma non è mai stato risolto, restando sempre una ragione di scontro sotto la
traccia degli interessi geopolitici o petroliferi: nei rapporti fra Arabia
Saudita e Iran dello Scià o khomeinista, le diffidenze religiose hanno sempre
giocato un ruolo importante. La guerra civile siriana le ha fatte esplodere di
nuovo, più potenti, armate e sanguinarie, come un Frankenstein che aspettasse
il suo scienziato per uscire dal laboratorio. Si è diffuso oltre le frontiere
siriane in Iraq, Libano, Bahrain, ovunque sciiti e sunniti si sovrapponessero
nella vita quotidiana.

  Iraq e Libano non avevano bisogno della
sollecitazione siriana. Ma vorrà forse dire qualcosa se nel mese di maggio,
aggravandosi la guerra civile in Siria, più di mille iracheni sono morti in
scontri e attentati settari. E certamente significa qualcosa se, come un
esercito nazionale, la milizia sciita libanese di Hezbollah combatta in pianta
stabile in Siria accanto all’esercito regolare di Bashar Assad. E che dentro il
Libano, nella valle della Bekaa, i miliziani siriani anti-regime attacchino gli
Hezbollah; che si combatta a Tripoli e che nella stessa Beirut si moltiplichino
gli scontri fra sciiti e sunniti.

   Come sta accadendo per gli oppositori
siriani, prima per i rivoluzionari tunisini dei gelsomini e i bloggers
egiziani, e come tanti anni fa era già accaduto per l’Olp di Arafat, anche per
Hezbollah sembra impossibile la trasformazione da movimento di liberazione
(pacifico o armato) a classe di governo. 
E’ un limite arabo storico.

  La settimana scorsa ero all’incontro
mediorientale del World Economic Forum, sulle rive giordane del Mar Morto. Di
tutti gli appuntamenti annuali regionali, quello che il WEF dedica al Medio
Oriente è quasi sempre emergenziale. In quelli sull’America Latina si parla
solo di crescita (anche Paesi come il Perù e la Colombia ormai si sviluppano
con una certa stabilità). Pensate in Estremo Oriente cosa erano una volta e
cosa sono oggi la Corea del Sud e il Vietnam. Pochi giorni prima del forum sul
Mar Morto, l’incontro di Capetown dedicato all’Africa aveva discusso su come
creare le infrastrutture necessarie per alimentare la crescita in corso nel
Continente Nero.

  Sul Mar Morto, invece, John Kerry è venuto a
tentare di ridar animo al processo di pace israelo-palestinese, posto non sia
già morto; nessun importante leader arabo è venuto a parlare dei suoi problemi;
sulla Siria si allargavano braccia rassegnate; la Giordania ha portato il suo
problema di Paese senza risorse che tuttavia non rimanda mai indietro i profughi
delle tragedie circostanti: i palestinesi, gli iracheni, i siriani. Nonostante
la forte ripresa della sua produzione petrolifera, di Iraq si parlava come di
una terra incognita di faide settarie. Di economia, disoccupazione giovanile,
sistemi scolastici da riformare non si è potuto che fare un po’ di
esercitazioni teoriche.

  Rami Khouri, americano-palestinese-libanese,
professore all’American University di Beirut, lucido e distaccato editorialista
del Daily Star libanese, spiega così questo eccezionalismo peggiorativo: “Le cause
reali della predisposizione alla combustione del mondo arabo restano la
disfunzione dei moderni Stati arabi e dei governi centrali, l’ascesa degli Stati
polizieschi e dei regimi militari, le ripercussioni del conflitto centenario
sionismo-arabismo e la continua condizione del Medio Oriente di campo di
battaglia per procura di potenze regionali ed esterne”. Non sembra ci siano
vie d’uscita.

 

Come "corrobortante", allego l'intervista a uno dei dirigenti di Hezbollah che ho fatto  a Beirut e uscita domenica 2 giugno sul sito del Sole-24 Ore

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-06-01/hezbollah-aspetteremo-assad-facciano-16381…  

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  • carl |

    A proposito di Mar Morto.. Lo faranno il canale o è un progetto ? E magari anche nebuloso? Vien da chiedersi se, a parte la diminuzione dell’elevata salinità del mare biblico e l’afflusso di acqua che lo riporterebbe alla volumetria di un tempo, il canale in questione potrebbe rivelarsi un “volano” economico ?

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