Unifil: Italiani di Libano

L'intervista integrale al generale Paolo Serra della quale oggi sul Sole-24 Ore e sul sito è uscita una sintesi.

 

_PIO7417Come comandare una missione di pace al tempo della crisi economica. Israeliani, libanesi ed hezbollah divisi da una fragile tregua lungo un confine controverso; una guerra civile siriana che incombe alle spalle e potrebbe contaminare il Libano. Ma la crisi europea, l’euro e gli spread non sono così lontani da Unifil, la forza multinazionale dispiegata nel Sud libanese.

  “Oggi Unifil ha 12mila militari di 37 nazioni, 1000 civili, 7 navi, 9 elicotteri in 63 basi lungo i 120 chilometri di linea di demarcazione. Il mio budget è di 514 milioni di dollari l’anno”, riflette Paolo Serra, 56 anni, alpino, generale di divisione e comandante in capo della forza d’interposizione delle Nazioni Unite. “E’ una spesa cospicua che l’Onu investe in Libano perché lo vuole la comunità internazionale”. Serra è il secondo comandante italiano dell’Unifil, dopo Claudio Graziano ora capo di stato maggiore dell’Esercito. Oltre al comando supremo, il generale Antonio Bettelli è il responsabile di uno dei due settori, quello occidentale. L’orientale è comandato dagli spagnoli.  Il nostro contingente, ora di oltre un migliaio di donne e uomini (all’inizio della missione del 2006 e prima della crisi economica erano circa 1.400), è il più numeroso.

  Eppure qualche settimana fa, chiedendo al Paese la seconda onerosa rata dell’Imu, Mario Monti ha annunciato che il contingente italiano non avrà altre riduzioni. “L’investimento delle Forze armate in un territorio come questo, è un investimento dell’intero Paese. Quello che offriamo all’Onu è un valore aggiunto che torna come riconoscimento dell’impegno italiano per la pace e la sicurezza. Stiamo garantendo una calma piuttosto straordinaria nel turbolento scenario mediorientale. E’ stato fatto un investimento sulla sicurezza di una regione estremamente delicata. Sta funzionando”.

Se non ci saranno altri tagli al nostro contingente, è anche il riconoscimento a un brand italiano molto richiesto: quello dei militari come forze di pace.

Questo ci rende orgogliosi. Ma non è un successo casuale. Alle spalle c’è l’evoluzione delle nostre Forze armate passate dal servizio di leva a quello professionale, assumendo impegni sempre più complessi. Nella mia carriera sono stato in Kosovo, Afghanistan e Libano. Ho visto crescere le “mie” Forze armate. E questo è avvenuto con il sostegno del Paese senza il quale la nostra professionalità non sarebbe bastata.

La crisi europea investe i Paesi “politicamente” più importanti dell’Unifil: Italia, Francia e Spagna. Cosa significa questo per le operazioni sul terreno?

Il ministro della Difesa spagnolo ci ha già detto che l’anno prossimo ridurrà il suo contingente ma continuerà a mantenere la responsabilità del suo settore. Tuttavia non ci saranno riduzioni: alcuni usciranno ma tanti Paesi desiderano far parte della missione. Il mio compito è mantenere costante il livello professionale delle forze schierate. La presenza significativa di Italia, Francia e Spagna è una richiesta che viene anche da libanesi e israeliani.

Come farà quadrare i conti?

Abbiamo 63 basi, se riesco a ridurle a 55, senza far venire meno il senso della missione e la qualità delle forze, è un risparmio che potrò offrire all’Onu e, di conseguenza, ai Paesi contributori.

Unifil rinforzato dopo la guerra fra Israele ed Hezbollah, è qui dal 2006. Come si è evoluta la missione?

La risoluzione Onu 1701 resta il punto di riferimento: monitoraggio del cessate il fuoco, supporto all’esercito libanese perché un giorno garantisca in autonomia la sicurezza nel Sud, sostegno alle popolazioni. Nonostante la situazione siriana e gli eventi di Gaza, non ci sono stati episodi di particolare gravità. Non è tuttavia escluso che il perdurare delle ostilità e il massiccio arrivo di profughi dalla Siria possano causare qualche difficoltà. Secondo l’agenzia Onu per i profughi, l’Unhcr, ce ne sono 150mila in Libano. Oggi non siamo più una forza d’interposizione, siamo un fattore di deterrenza.

In che modo?

Tutti
i mesi organizziamo un incontro tripartito: Unifil, Israele e Libano. Ogni
delegazione viene dal suo territorio, ci riuniamo in una casa sul confine a Ras
Naqura o Rosh Hanikra, a seconda della lingua. Loro non si parlano
direttamente: si rivolgono a noi e noi trasmettiamo il “messaggio”. Sembra un
film in bianco e nero sulla Guerra fredda. Cerchiamo soluzioni procedurali ai
problemi della sicurezza, favorendo il dialogo e la comprensione.

Appunto, solo procedure.

Ma
funziona. Durante l’ultima crisi di Gaza ho tenuto i contatti perché nessuno
assumesse un atteggiamento aggressivo. Il comando israeliano ha comunicato che
avrebbe fatto una rotazione di forze che poteva essere male interpretata dai
libanesi. Ho trasmesso il messaggio a Beirut ed è bastato per non far crescere
la tensione nel nostro settore.

Nessuno ha tentato di sfruttare le
tensioni di Gaza? Per esempio Hezbollah?

Assolutamente
no. Il fatto che il partito sia nella coalizione di governo, contribuisce alla
stabilità nel Paese.

La calma nel Sud è visibile: c’è più
ricchezza, l’economia è in movimento. Però c’è una specie di drole de guerre:
una strana calma.

E’
vero. La calma ha una fragilità palpabile. Gli scontri, conseguenza della
guerra in Siria, sono a Tripoli, al Nord. Sono contrasti fra sciiti e sunniti.
Al Sud c’è una maggioranza sciita……ma non esistono certezze. Possiamo solo
continuare a lavorare in stretto contatto con l’esercito libanese. La comunità
internazionale e le forze politiche libanesi vogliono che il Paese resti fuori
dai problemi regionali.

Come vi preparate a un eventuale contagio
siriano?

Ci
potrebbero sicuramente essere volontà esterne che cercheranno di trascinare
anche il Sud nel conflitto. Ma il Libano, e soprattutto il Sud, non vuole più
combattere guerre per gli altri o degli altri. Sarò troppo ottimista ma lo sono
di natura.

Più dell’esercito, è Hezbollah la forza
predominante nel Sud. Che rapporti tiene con loro?

Oggi
Hezbollah è nel governo e contribuisce a tenere il Paese fuori dalla vicenda
siriana. Unifil non ha alcun rapporto diretto con Hezbollah come tale ma
dialoga con i rappresentanti istituzionali e le autorità governative libanesi .

Non è un vostro compito cercare i loro
arsenali?

No,
questa attività non rientra nei compiti direttamente assegnati alla missione. Il
Libano è un Paese sovrano con le sue forze armate con cui Unifil opera in
stretto coordinamento.

Al largo di questo mare apparentemente
così placido c’è Leviatano, un giacimento da 4 milioni di tonnellate l’anno di
gas. Israeliani e libanesi si contendono quelle acque. Potrebbe rientrare anche
il mare nel vostro mandato?

Abbiamo
una componente marittima, caso unico nelle missioni dell’Onu. Il suo compito è
controllare il traffico commerciale per impedire l’ingresso nel Paese di armi
non autorizzate, e l’addestramento della marina libanese. Qualora ci venisse
richiesto dalle parti, e dietro autorizzazione dell’Onu, saremmo in grado di
proporre misure per sostenere la sicurezza marittima come garantiamo quella a
terra.

Il generale Graziano, suo predecessore,
ripeteva che l‘Unifil tiene aperta un’opportunità alla diplomazia perché trovi
una soluzione politica permanente. Non si vedono passi in avanti. A volte non
le sembra di spazzare l’acqua del mare?

Non
ho mai avuto il sospetto di essere inutile. I bambini che salutano le nostre
pattuglie sono la prima generazione libanese cresciuta senza la guerra. E’
qualcosa di straordinario. Noi vorremmo trasformarlo in consuetudine.

 

 

 

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  • Giovanni Dal Santo |

    ” I bambini che salutano le nostre pattuglie sono la prima generazione libanese cresciuta senza la guerra.” Questi militari manco si rendono conto di quello che dicono… E noi paghiamo l’IMU! E ripudiamo la guerra a livello costituzionale. Ci prendono in giro?

  • ddp |

    grazie Ugo Tramballi!

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