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Nkosi Sikelel’ iAfrika

 

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 Come ogni anno, il governo sudafricano ha diffuso le statistiche sulla criminalità. I reati di quella che potremmo definire “cronaca nera” sono in calo. Quaranta omicidi al giorno sono ancora un bel numero ma diminuiscono senza sosta da circa 10 anni.

  Fino a qualche tempo fa il rapporto della Polizia era mensile e terrorizzava la classe politica: dandole la valenza sociale che meritava, la criminalità era un termometro fondamentale per capire quanto stessero funzionando le politiche dell’African National Congress.

  Tim Cohen (cohent@bdfm.co.za), ex vicedirettore e ora editorialista di Business Day, mio amico e autore dell’appena uscito “A Piece of the Pie. The Battle over Nationalisation” (Jonathan Ball Publishers, Johannesburg, 2012), racconta che fu Thabo Mbeki a cambiare in annuale la statistica mensile della Polizia. Il presidente sudafricano pensò che i numeri si diluissero nella memoria politica dell’opinione pubblica. La stragrande maggioranza dei crimini peggiori era e rimane geograficamente circoscritta nelle township delle tre grandi aree metropolitane del Sudafrica: Johannesburg/Pretoria, Durban e Cape Town.

  Le preoccupazioni di Mbeki oggi non avrebbero più senso. Ciò che preoccupa la classe politica e la gente, che sta silenziosamente cambiando il coraggioso e difficilissimo modello di ridistribuzione sociale iniziato da Madiba Mandela, non sono più le faide delle gang di Kayelitsa, Alexandria o Guguletu.

  Per indicare il nuovo modello di business nero che sembrava si stesse affermando, in Sudafrica si usava una bellissima parola di origine zulu: “Ubuntu”, cioè umanità. E’ un sistema di solidarietà etica: definisce quello che sei in base a ciò che siamo tutti. Oggi la parola chiave è  “Tenderpreneur”: il funzionario o il politico che usa il suo potere per indirizzare un appalto pubblico verso un’impresa privata amica.

  (Quando racconto di queste cose in Sudafrica, in Medio Oriente, India o altrove nel mondo, non dimentico mai di essere italiano. Di venire cioè da un Paese che quanto a corruzione politica e creatività nell’evadere tasse ha un trademark inconfondibile. Ma scrivo di affari internazionali ed è dei crimini degli altri che mi occupo da giornalista. Lo faccio naturalmente senza scopi morali ed evitando di esibire qualsiasi forma d’indignazione).

  L’ultimo caso eclatante è quello di Julius
Malema, l’ex capo del movimento giovanile dell’Anc, radicale, ultra socialista,
minaccioso, conosciuto fuori dal Sudafrica soprattutto per la sua volontà di
nazionalizzare l’intera economia. Nonostante il programma politico, la vita
privata di Malema è da capitalista. L’ultimo caso che lo ha portato davanti ai
giudici è l’acquisizione di una proprietà agricola da 3,9 milioni di rand,
circa 400mila euro, forse ottenuta da un’impresa alla quale aveva fatto dei
favori. Nell’accusa c’è molta nebbia politica. Cinque anni fa anche Thabo Mbeki
si era servito di qualcosa del genere per cercare di far fuori Jacob Zuma, poi
diventato suo successore.

  Il punto non è questo. La vicenda giudiziaria
di Malema segnala la prassi nel potere sudafricano, cioè nell’Anc, di
confondere politica e business: di fare del secondo uno strumento della prima –
e viceversa – in un Paese dove i minatori muoiono a decine per salari da fame.
“Che genere di organizzazione è oggi l’Anc? In quale modo è cresciuta nel
tempo?”, si chiede Tokyo Sexwale sul Sunday Time di Cape Town. “Che genere di
base abbiamo attratto nei nostri ranghi? Quale qualità di leadership abbiamo
nelle nostre strutture?”.

 Le domande sono importanti. Ma anche Tokyo
Sexwale, incarcerato da giovane a Robben Island con Mandela, è stato premier
del Gauteng, la più importante delle province sudafricane, poi è diventato un
protagonista nell’industria dei diamanti, poi ministro e concorrente
presidenziale di Zuma. Come lui è Cyril Ramaphosa che da giovane aveva creato
il sindacato dei minatori, scritto la nuova Costituzione con il bianco Roelf
Meyer e ora è nel board di una quindicina d’imprese e multinazionali. Come loro
decine e centinaia di combattenti per la liberazione, diventati businessmen,
finanziatori e proconsoli dell’Anc.

  Non c’è storia edificante, non esiste
battaglia civile né coraggio per averla combattuta che resistono al logoramento
e alle tentazioni di 18 anni di potere quasi assoluto. A dicembre l’Anc tiene
la conferenza che eleggerà il nuovo presidente del partito, automaticamente
candidato l’anno successivo alla presidenza della nazione. Quest’anno la
convention non si terrà a Polokwane, come al solito, ma a Mangaung, “il luogo
dei ghepardi”, l’antico nome sesotho della boera Bloemfontein. E’ qui che cento
anni fa è nato l’Anc, l’unico partito al mondo con tre Nobel per la pace: Albert
Luthuli, Desmond Tutu, Nelson Maldela.

  Quasi certamente Jacob Zuma sarà riconfermato
alla guida del partito e l’anno dopo sicuramente eletto presidente del
Sudafrica per altri cinque anni, fino al 2019. Nonostante i dubbi sulla sua
moralità e le certezze della mediocrità del suo primo mandato. Per sostenere la
candidatura i sostenitori parlano di “Lula moment”. Si riferiscono al
presidente brasiliano Lula da Silva che dal 2002 al 2006 governò come Zuma ma
poi, rieletto, trasformò il suo Paese.

  E’ una speranza, non una certezza. Nkosi
Sikelel’ iAfrika, che Dio benedica anche il Sudafrica.

 

 

P.s.
Devo delle scuse ai Mdpamurge, i Carl, i Vermeer, le Doretta, gli Ellekappa, i
Tontoperonotanto, i Flaiano, i Marco e tutti coloro che faticano a vivere senza
i miei post (faccio per dire). E mi scuso con chi li legge con più distacco.
Non ho scritto per due settimane perché ero in Sudafrica e sono stato avvolto
dalla sua bellezza. Avrei potuto mandare flash sulle balene che saltavano a
trenta metri dalla spiaggia di Hermanus; sulla magnificenza del Bordeaux-blend
“Giorgio” di Giorgio Dalla Cia di Stellenbosch, che forse il mese prossimo sarà
premiato con le cinque stelle di John Platter, la bibbia dei vini sudafricani.
Potevo scrivere dell’eleganza moderna dell’azienda vinicola Delaire Graff
vicino a Franschhoek; o della vittoria degli Springoboks sull’Australia: 31 a 8
a Pretoria, stracciati. Ma sarebbe stato come cercare di addolcire col gossip le
vostre diuturne critiche. L’ambizione di questo blog, invece, è di
costruttivamente irritarvi.    

 

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  • carl |

    Grazie all’ultima trasferta del dottor Tramballi ho imparato un paio di vocaboli sudafricani.
    Nel vocabolo franglese “TENDERPRENEUR” è racchiuso tutto un programma e cioè l’informazione che il famoso dito prensile che tanta importanza ha avuto nell’evoluzione umana raccoglie ed acchiappa ancora.. Ma quello che acchiappa oggigiorno (laggiù) sono rand o altre valute o, meglio ancora, un pò di “ben di miniera”..Magari oro, diamanti et similia. Come i vecchi padroni o masters occidentali hanno insegnato a fare agli educandi zulu, ecc. La cultura del dito prensile tende a diventare sempre più globale. Si prende come non mai e ai 4 punti cardinali. “Anche questo è globalizzazione, bellezza, e tu non ci puoi fare niente..!”
    Ma Tramballi cita, sia pure africanamente, Dio.. E ci conferma che “Tutto il mondo e paese..”, sia al centro che in periferia.. Infatti in quello che attualmente è il centro del mondo, a Dio hanno dato un posto preminente sulla carta filigranata.. Ed infatti sui biglietti verdi – così facili ed abbondanti – hanno fatto stampare “In god we trust”..Chissà ? Forse anche sul rand sudafricano, evolvendo, finiranno per mettere qualcosa del genere, magari quel “Nikosi Sikelei” di cui Tramballi ci ha resi emozionalmente edotti.
    Wait and see.
    Carl

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