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Foibe e profughi minori. La vergogna che fatico a perdonare

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  Non ero sicuro di voler scrivere su questo argomento. Non lo sono nemmeno ora che lo sto facendo. Né lo sarò quando, nella mostruosa lingua della rete, “posterò” questo pezzo. “Pezzo” è invece una parola della lingua da giornale di carta, tra poco obsoleto quanto l’aoristo greco. Ma io resisto. Dicevo, non sono sicuro sia giusto occuparmi di questo tema perché è personale e non ho fatto questo blog per farne la piattaforma di un cicaleccio privato.

  Sono figlio di una profuga giuliano dalmata. Mia madre Giuliana Langendorff era nata a Fiume 77 anni fa ed era una patriota italiana. Il nome potrebbe far credere il contrario. Mio nonno Ludovico era austriaco, aveva combattuto la Prima guerra mondiale nella marina imperiale e quando il suo mondo crollò, decise di rimanere in Istria. Mia nonna Nives era croata ma detestava le due più importanti fazioni della sua etnia: i fascisti di Ante Pavelic e i comunisti di Tito.

  Per libera scelta decisero di diventare italiani – un anno dopo aver tolto la divisa asburgica il nonno già partecipava all’impresa dannunziana di Fiume – e di far crescere i loro figli da italiani. Progressivamente, in casa si smise di parlare tedesco e si assunse il dialetto fiumano, simile al triestino. E’ stata una lingua della mia infanzia, quella delle mie vigilie di Natale che il nonno organizzava con un misto di fiaba austriaca e magia felliniana. Mia madre ha continuato fino all’ultimo a parlare il dialetto con le sorelle. Se sento dire “me son iozà la cotola”, capisco. I speak the language.

  La famiglia di mia madre  non visse direttamente la tragedia dell’esilio improvviso, delle persecuzioni e delle foibe. Durante la guerra il nonno si era trasferito a Milano per lavoro. Ma persero la casa e tutto quel che avevano. Il loro piccolo appartamento di via Macedonio Melloni fu il primo rifugio per decine di parenti e conoscenti cacciati da Fiume. Almeno quelli che non erano finti nelle foibe e dei quali non si ebbe traccia per anni e anni.

  Non sfuggirono tuttavia all’umiliazione e all’oblio ai quali l’Italia condannò i suoi stessi profughi. Nel dopoguerra gli ebrei hanno dovuto lottare contro il tentativo di rimozione dell’Olocausto. I giuliano dalmati anche contro l’umiliazione di essere profughi. Non mi sogno di paragonare il gigantesco massacro della Shoah con le foibe, un avvenimento minore dell’odio degli uomini. Ma per ogni popolo la sua tragedia è La Tragedia.

  Gli istriani erano semplicemente dei “fascisti”. Gli attivisti del Pci andavano alla stazione Centrale per insultare i profughi, i ferrovieri della Cgil si rifiutavano di manovrare i treni che li portavano dall’esilio. Era vietato perfino usare questa parola, esilio. Per decenni il Partito comunista è stato responsabile di un comportamento vergognoso, avallato dai partitini vassalli di allora, socialisti compresi. E anche la Dc, perché gli istriani ricordavano ai governi italiani l’umiliazione degli accordi di Osimo: territorialmente non c’era alternativa, forse. Ma i profughi italiani – perché erano italiani, appassionati di esserlo più dei comunisti e dei democristiani che li umiliavano – furono abbandonati al loro destino. Ignorati.

  Non crediate che sia tutto finito. Solo l’anno scorso il Presidente Napolitano ha potuto dire che si era “posto fine a ogni residua congiura del silenzio”. Solo nel 2011. Ma c’è ancora chi continua a percepirli come fascisti. Quest’anno Napolitano ha nobilmente parlato di “visione europea che permette di superare derive nazionalistiche”. Gli italiani d’Istria non hanno mai avuto pretese revansciste, hanno perfino smesso di tornare. Mia madre non è mai tornata: si è sempre rifiutata di farlo.

  Sarebbe bello se riuscissi a trovare negli archivi un intervento di Giorgio Napolitano a un congresso del Pci di quarant’anni fa e scoprire che le nobili parole di oggi le diceva già allora. Ci voglio provare perché oggi noi italiani dobbiamo molto a Napolitano. Ma ai giuliano dalmati dite una sola volta una sola parola. Ufficialmente, a un leggio, con un microfono, i corazzieri, le telecamere che filmano e le agenzie che riportano. Perdonateci.

  Cosa vuol dire essere figlio di una profuga? Niente di particolare. Non ho mai votato Pci e ho incominciato a farlo per i partiti suoi eredi solo quando hanno tolto dal simbolo la falce e il martello. Non ho voluto seguire le guerre balcaniche degli anni Novanta perché in qualche modo mi sembrava di essere parte in causa e non avrei fatto bene il mio mestiere. Guerre da raccontare altrove, non mi sono mancate.

  Niente d’importante dunque, se non una piccola cosa. Quel velo di tristezza del quale mia madre non si è mai liberata. Perché un profugo resta profugo finché vive e a casa non torna mai più.

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  • GIULIANO GALLICCHI |

    Conosco personalmente il segretario degli esuli istriani,un uomo di 73 anni, e ancora adesso a raccontare quello che ha subito gli vengono gli occhi lucidi.I comunisti si dovrebbero vergognare

  • piero capogrosso manduria |

    Solo chi ha trascorso, in buona fede, tantissimi anni nel mondo comunista, può capire gli sbagli, gli errori, le ingiustizie ed altro ancora,commessi nel nome del cosiddetto antifascismo

  • Marina |

    Anch’io sono figlia di una profuga istriana, di Parenzo, oggi Porec. Leggere le tue parole è stato come leggere nei miei pensieri, dall’odio per il Partito Comunista alla difficoltà di ritornare in quei posti. Io vivo a Palermo e mia madre è arrivata qui perchè mio padre, siciliano, era maresciallo dell’esercito e dopo la prigionia in Sud Africa è stato assegnato a Trapani. Lei non ha mai smesso di parlare in dialetto, in ogni occasione, e ogni volta che incontrava qualcuno che riconosceva come istriano ritrovava la sua famiglia sparsa nelle città d’Italia! Quante storie di foibe e di paure mi ha raccontato!
    Grazie per le tue parole che mi hanno aiutato a mantenere vivo il senso di istrianità che c’è dentro di me nella lontana Sicilia.

  • luigi da corte |

    Bravo, la verità raccontata con delicatezza. Lo dice uno che è stato del PCI e nel tempo ha cercato da solo le risposte ai molti segni di presenza di italianità, in Istria sopratutto. In una certa sinistra, ancora oggi, di negano le foibe, l’esodo ecc. Forse vivere nella menzogna per alcuni continua ad essere di conforto. Ancora complimenti.

  • Patrizia |

    Nelle sue parole ritrovo la storia di mio padre, quella che lui, esule di Fiume, mi ha raccontanto tante, tante volte… con quel velo di tristezza negli occhi…
    E qualcosa di quel dolore rimane anche dentro di noi.
    Grazie

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