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Da Gilad Shalit a Marwan Barghouti

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Un giovane militare israeliano riconquista la libertà dopo 1934 di prigionia, i palestinesi ritrovano un leader. Avrebbe dovuto essere questo l’accordo politico per porre fine alla vicenda umana di Gilad Shalid, se la liberazione del carrista preso prigioniero e sequestrato da Hamas cinque anni fa a Gaza, verrà confermata e diventerà realtà.

  Per riavere il suo soldato, invece, Israele libererà un migliaio di prigionieri politici palestinesi. Ma non il più importante, Marwan Barghouti, il leader dei Tanzim, il movimento dei giovani di Fatah che ha combattuto la prima Intifada dal 1987 al ’92 e la seconda dal 2000 in poi. Barghouti è molto più di questo. Non è un palestinese della diaspora politica come Arafat e Abu Mazen, ma uno nato e cresciuto in Palestina sotto l’occupazione israeliana. Diversamente dalla vecchia guardia, parla ebraico e conosce anche personalmente i suoi avversari, li capisce più di qualsiasi altro palestinese.

Gli israeliani hanno condannato Barghouti a quattro ergastoli per terrorismo e i palestinesi lo chiamano il loro Mandela: probabilmente esagerano entrambi. Tuttavia Marwan Barghouti non è una persona comune. E’ un leader che con gli israeliani può scatenare una terza Intifada o fare la pace. Può essere un nemico o l’interlocutore del compromesso capace di spingere il suo popolo a smontare tabù esistenziali come il diritto al ritorno dei profughi e molto altro.

   Cinicamente parlando, l’accordo di ieri notte – se sarà confermato – conviene più ai palestinesi che a Israele: un soldato per 450 prigionieri, fra cui 27 donne, subito, più altri 550 entro due anni. Il ministro degli Esteri Avgdor Lieberman e tutto il suo partito ultra nazionalista di immigrati russi, è contrario; lo è anche il ministro delle Infrastrutture Uzi Landau, un vecchio arnese della destra reazionaria. E questo basta per mettere in crisi il governo di destra-centro di Bibi Netanyahu. La domanda dunque è perché abbia accettato l’accordo con Hamas che ha rapito e dal 2006 nasconde Gilad Shalit. Forse Bibi lo ha fatto perché ha dovuto cedere alle pressioni internazionali. Forse perché anche Netanyahu è stato un soldato: era nei reparti d’élite, le Sayeret Mefkal; suo fratello Yonni fu il comandante e l’unica vittima dell’operazione di Entebbe del 1976. Gli israeliani non lasciano mai un loro soldato indietro.

  Liberando mille “terroristi” per un carrista, Netanyahu rischia la stabilità del suo governo di estrema destra, contrario ad ogni compromesso. Rischia anche di rafforzare Hamas, titolare del rapimento, della gestione dell’ostaggio e della liberazione dei prigionieri palestinesi. Ma dare peso ai fondamentalisti islamici di Gaza significa anche toglierne ai moderati di Ramallah, quelli di Abu Mazen e Salam Fayyad che hanno appena presentato all’Onu la richiesta di riconoscimento. Dividere e governare anche attraverso la vita degli ostaggi, è un condizione del potere.

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  • giovanni |

    1000 terroristi? Gli israeliani non lasciano mai un soldato indietro?
    Ma chi sara mai l’idiota di turno che scrive queste cose? Capisco che voi avete capito che a forza di allagare il web delle vostre menzogne, la gente goim alla fine si adegua, ma non esagerate.

  • franco venturini |

    Le dirò, caro Tramballi, che sono contento della mancata liberazione di Barghouti. Lo vedo come una “riserva nazionale” dei palestinesi, e sarebbe stato inutile sprecarla per poi doversi confrontare con Netanyahu. Se Israele capirà che deve cambiare rotta, e se lo capirà il suo leader, allora sarà il momento di liberare Barghouti. Ma, certo, un tale momento potrebbe non arrivare mai. Caro Tramballi, i suoi blog sono sin troppo stimolanti. Congratulations

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