Make America Democratic Again

Aveva trasformato queste midterms in un voto personale, contro la tradizione e il buonsenso per un presidente in carica. E per i repubblicani che avevano seguito senza obiettare i comportamenti di Donald Trump, il risultato è stato una Waterloo alla Camera dei Rappresentanti, una grave sconfitta in Senato e un’inaspettata decimazione fra i 36 governatori in competizione. Ed è difficile non riconoscere che per i democratici sia un “blue-nami”, uno tsunami blu, il colore del loro partito.

I segnali di un risultato simile erano apparsi subito, già al primo spoglio e con le prime percentuali di voti scrutinati. Nel corso delle ore si sono progressivamente confermati e in molti casi rafforzati. I sondaggi che rischiano sempre di fallire, questa volta prevedevano senza incertezze il risultato finale. Non era difficile perché il 37% degli americani si era già dichiarato “insoddisfatto”, il 38 “arrabbiato”: sommati, facevano un dissenso del 75%. Donald Trump che prometteva di prosciugare “la palude di Washington” è diventato lui stesso palude, in quella nebbia di interessi economici personali e familiari che ha creato attorno a se. E di guerre mediorientali inutili e costose, nella regione dove aveva promesso di non farle.

Il voto di medio termine non poteva che trasformarsi in quello che era sempre stato, implicitamente durante la campagna, esplicitamente alla fine dello spoglio dei voti: un referendum su Donald Trump che Donald Trump ha superbamente voluto e perso. Nessuno dei suoi predecessori si era mai esposto in questo modo, partecipando raramente al dibattito di una campagna elettorale che tradizionalmente punisce il presidente in carica a metà della sua amministrazione.

Il voto di medio termine era stato introdotto con l’approvazione della carta costituzionale e il primo mandato di George Washington. Doveva essere una verifica per contenere i grandi poteri che il sistema repubblicano americano attribuiva al presidente, una specie di dittatore democratico. In questi primi due anni del suo secondo mandato, Donald Trump si è comportato più come un imperatore, intenzionato a ridurre la democrazia. Nessuno, prima di lui, ha firmato lo stesso numero di decreti presidenziali, nemmeno Franklin Roosevelt, in carica per oltre tre mandati e con una guerra mondiale. La media annuale prodotta da Trump nel primo e ora nel secondo termine, è di 165 decreti. La guerra all’Iran avrebbe dovuto essere proposta al giudizio del Campidoglio, come impone la Costituzione. Il monarca l’ha invece imposta con un ordine esecutivo.

In Texas era dal 1988 che non veniva eletto un senatore democratico e solo da qualche anno di meno anche un governatore. In Kansas l’ultima volta era stato nel 1932: era da 93 anni che non si riusciva a eleggere un senatore democratico. E’ accaduto anche in North Carolina, repubblicana all’80% e in South Carolina al 90. Ma come reagirà Donald Trump, secondo il quale in un’elezione esistono solo due risultati: la sua vittoria o la frode elettorale per negare la sua vittoria?

Qualche mese fa il New York Times aveva indicato sei modi con i quali Trump stava cercando di compromettere la regolarità delle midterms: trasferire l’organizzazione delle elezioni dagli stati, come prescrive la Costituzione, al controllo federale, cioè al potere presidenziale. L’aumento delle restrizioni al voto come ridurre quello postale, preferito dal 60% degli elettori democratici e solo dal 20 dei repubblicani; dimostrare di essere cittadini degli Stati Uniti e altre restrizioni per le minoranze. O, ancora, la modifica dei collegi elettorali, il gerrymandering, spezzettando aree a maggioranza democratica. Tentativi tutti falliti grazie al sistema giudiziario, meno uno: indurre sfiducia nel sistema elettorale, negando il risultato di questo voto.

Ancora oggi Donald Trump non riconosce la vittoria di Joe Biden del 2020, dopo aver provocato l’assalto dei suoi sostenitori al Campidoglio, il 6 gennaio 2021. E’ questa l’arma che Donald Trump potrebbe usare una volta di più, per negare la sconfitta di queste midterms. Nonostante questo, come per il suo amico Benjamin Netanyahu dopo le elezioni israeliane della settimana scorsa, la stagione politica di Donald Trump è ancora lontana dalla fine.