Aspettando il voto

Ancora fino a ieri, al seggio Ben Gurion continuavano ad arrivare da tutto il mondo. Non ci sono schede elettorali né urne perché non è un seggio elettorale intitolato al fondatore d’Israele ma l’aeroporto di Tel Aviv. Si calcola che saranno 80mila gli israeliani espatriati che non potendo esprimere il loro voto all’estero (la legge non lo prevede), avranno deciso di farlo.

Qualcuno arriverà solo oggi, voterà e se ne andrà col primo volo della sera; altri sono tornati per partecipare alle manifestazioni dello scorso fine settimana e – sperano – anche alla vittoria dei partiti che sostengono. Italia, Francia, Germania, Londra, Madrid, Stati Uniti. Si narra del viaggio di una famiglia venuta dalla Nuova Zelanda. “Fly and vote” è la coalizione di ebrei americani che ha aiutato a trovare posto negli aerei: non a pagare i biglietti perché la legge lo avrebbe vietato in tempo d’elezioni.

Ottantamila voti valgono circa due seggi con qualche resto: quasi tutti laici, per i partiti d’opposizione. Alla fine il voto di chi passa per Ben Gurion non farà una grande differenza fra Benjamin Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra, e quella del cambiamento di Gadi Eisenkot. Sono 810mila gli israeliani all’estero, aumentati in questi anni dall’involuzione militarista e religiosa del paese. Ma conta l’aspetto ideale del movimento di un Israele laico, moderato, che vuole restare nella comunità internazionale: chi vive all’estero sa quanto oggi sia diventato difficile dire “sono israeliano”.

Il seggio Ben Gurion è un simbolo del confronto decisivo fra due Israele sempre più incomunicabili. C’è sempre stata una differenza fra Tel Aviv e Gerusalemme. Ma oggi chi arrivasse nella prima e dopo qualche giorno salisse in visita alla seconda, avrebbe l’impressione di essere stato in due città di due paesi diversi.

Sabato sera a Tel Aviv il Partito Democratico, l’unica forza ancora di sinistra, erede del Labour, si era riunito in piazza Rabin. La piazza si chiamava Re d’Israele. E’ stata intitolata a Yitzhak Rabin da quando lì, la sera del 4 novembre 1995, l’allora premier fu assassinato da un giovane estremista nazional-religioso. Oggi coloro che gioirono di quell’omicidio sono al governo con Netanyahu. La manifestazione democratica – poi confluita in un’altra piazza con le altre forze del cambiamento – si era lentamente trasformata da elettorale a commemorativa: almeno per i molti anziani che in quella piazza avevano ascoltato Rabin cantare Shir LaShalom, “Una canzone per la pace”, con Shimon Peres.

Israele può ritornare a quella stagione? Potendolo, neanche allora gli israeliani avrebbero desiderato vedere uno stato palestinese accanto al loro. Ma i leader laburisti, compresi molti del Likud e la maggioranza dell’opinione pubblica, avevano aperto un dialogo come unica strada per un futuro migliore. Le elezioni di oggi forse daranno una risposta, sebbene sia forte l’impressione che l’altra sera in piazza Rabin fosse solo una ricorrenza.