Palestina, un popolo senza leader

Da settimane la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu era “bitakhon”, sicurezza, e quasi solo “bitakhon”: prima o poco dopo le elezioni di martedì, diceva il premier, Hamas avrebbe attaccato. Oppure sarebbero stati gli iraniani a bombardare: all’aviazione era stato anche ordinato di provocarli, volando nei cieli del vicino Iraq.

I sondaggi dicono che il moderato Gadi Eisenkot e la sua coalizione per il cambiamento, sono davanti a Netanyahu e ai suoi. Ma di poco. Minacciare il pericolo e aizzare paure, era un tentativo calcolato di riguadagnare terreno. Gli israeliani non davano segno di credergli. Fino a giovedì, a Hebron, quando Hamas è corso in soccorso di Bibi con il più efficace dei comizi: un assalto terroristico. Sembra che i due attentatori non fossero membri del movimento ma quello è il metodo e la cultura di Hamas.

A volte c’è il sospetto che il governo israeliano di estrema destra e la fratellanza islamica palestinese, appunto Hamas, siano alleati. Che quanto meno coltivino comuni interessi. Del massacro di Gaza, Hamas non è meno responsabile di Netanyahu. Più volte Yahya Sinwar, il suo capo, aveva sostenuto che ogni palestinese, donne e bambini compresi, era sacrificabile alla causa. Il concetto non è molto diverso dal ragionamento di molti elettori del governo uscente di Gerusalemme: un bambino palestinese morto oggi, è un terrorista di meno domani.

L’attentato, militarmente e politicamente suicida, è un atto di terrorismo contro gli israeliani ma anche verso la causa palestinese. Un sondaggio di Arab Barometer pubblicato dalla rivista americana Foreign Affairs, spiega che il 56% dei palestinesi della Cisgiordania e il 64 di Gaza vuole la pace con Israele sulla base dei due stati: solo il 7 e il 5 vogliono un unico stato palestinese. Se dopo il voto Israele cambiasse da un militarismo senza alternative, al dialogo, troverebbe un’opinione pubblica palestinese pronta ad ascoltare.

Se si può definire un palese atto di sfiducia, solo il 18% dei palestinesi di Cisgiordania e il 21% a Gaza voterebbe per Hamas. Verso Fatah, il partito dominante nella moderata Autorità palestinese di Ramallah, i consensi sono ancora più bassi: 12 e 19%. Infine, il 45 e il 31% non andrebbe per niente a votare, sfiduciato. La tragedia del popolo palestinese non è solo il governo israeliano; né solo Hamas che per il suo tornaconto religioso pretende di fare la guerra alla prima forza armata del Medio Oriente. E’ anche l’assenza di una leadership che la guidi.

Se davvero accadesse un doppio, difficile, miracolo – la sconfitta di Netanyahu e un nuovo governo disposto a capire che prima o poi bisognerà riprendere a parlare con 5 milioni di palestinesi – con chi negozierebbe l’eventuale nuovo esecutivo israeliano? Sapendo di perdere le elezioni previste a novembre, il presidente dell’Autorità, Abu Mazen, 91 anni (solo Paul Biya del Cameroon, 93 anni, è il capo di governo più vecchio di lui), le ha rinviate di un anno.

La scusa è che la situazione non permette di svolgere decenti consultazioni. E’ la stessa situazione che impedisce al suo popolo anche di vivere decentemente. E’ proprio la drammatica straordinarietà, sommata alla simpatia mondiale che i palestinesi non avevano mai avuto prima, che dovrebbe spingere la gerontocrazia di Ramallah a cogliere l’attimo, costi quel che costi.

La realtà è che Abu Mazen e l’Autorità che dirige, esistono per loro stessi. Marwan Barghuthi sarebbe il leader del cambiamento ma è in prigione e in Israele nessuno ha la lungimiranza politica che in Sudafrica ebbe Frederick de Klerk, liberando Nelson Mandela. Sono tuttavia molti i giovani che potrebbero guidare con intelligenza il loro popolo così disorientato ma desideroso di un futuro.

Dopo l’attentato di Hebron, l’estremista Itamar Ben-Gvir ha reagito, proponendo di riprendere la guerra a Gaza per disarmare Hamas e di smantellare l’Autorità di Ramallah. Non ha idea di quanti palestinesi gli sarebbero riconoscenti.