In un sistema proporzionale perfetto nel promettere instabilità politica, la pletora dei partiti in lizza non spiega cosa sia in gioco in queste elezioni israeliane. A complicarne la comprensione c’è una guerra tornata per così dire “a bassa intensità” in quel che resta di Gaza; un’occupazione sempre più brutale in Cisgiordania; un conflitto rimasto in sospeso con l’Iran e, nella sua succursale libanese, con Hezbollah. C’è chi pensa che la guerra con Teheran riprenderà prima delle elezioni, altri subito dopo.
Il canone di confronto elettorale fra centro-destra e centro-sinistra, è sbagliato. E’ più corretto dire fra estrema destra e destra, eventualmente destra-centro. Dall’implosione dei laburisti alcuni anni fa, della sinistra sono rimasti pochi resti. Ne mantiene il ricordo il Partito Democratico di Yair Golan, un altro ex generale.
In un paese in guerra, con un’economia sorprendentemente in crescita e uno shekel forte, ideologie e questioni sociali sono marginali. Ma l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader di Yashar, il primo fra i partiti d’opposizione, può essere definito di destra. Nella sua coalizione c’è un partito con due leader, uno di destra e uno di centro, chiamato appunto “Insieme”; c’è anche Yisrael Beiteinu, il “partito dei russi”, il cui leader Avigdor Lieberman non è nel governo di estrema destra solo perché odia gli ultra-religiosi e detesta Netanyahu.
Il modo più chiaro per definire la contesa è pro-Bibi contro anti-Bibi, dal nom de guerre di Benjamin Netanyahu: il nome chiarificatore che si è data l’opposizione è “Cambio”. E’ comunque Bibi, una volta di più, il protagonista di questa campagna; e sarà la sua sconfitta o la vittoria a determinare il futuro d’Israele.
I secondi protagonisti, nella forma del fantasma di Baquo, sono i palestinesi. Gli israeliani avrebbero voluto togliere dalla scena anche i palestinesi cittadini d’Israele, tentando di escluderne i partiti dalle liste elettorali. La Corte Suprema lo ha negato, salvando la democrazia israeliana dal precipitare in un nuovo apartheid. Ma degli altri palestinesi, cinque milioni di fantasmi fra Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania, cosa vogliono fare gli israeliani? Gli anti-Bibi continuerebbero le politiche di pulizia etnica? Nessuno ne ha parlato in campagna elettorale perché farlo sarebbe costato consensi.
Netanyahu sostiene che chi vota Eisenkot. vota palestinese. La speranza è che abbia ragione. Il leader delle opposizioni non ha alcuna somiglianza fisica con Yitzhak Rabin ma potrebbe averne di politiche. L’ultima cosa che Rabin desiderava era concedere uno stato ai palestinesi. Ma era un pragmatico e tentò di farlo perché dando una soluzione politica a quel problema, avrebbe garantito il futuro d’Israele. Forse anche Eisenkot potrebbe cercare di farlo, salvando il suo paese dall’isolamento internazionale.
Ma sono considerazioni di un realismo del quale non c’è traccia in questo momento, in Israele e nel resto della regione. Che scenario offrirà, dunque, questo sistema proporzionale in purezza, la notte di martedì prossimo? Sono molte le variabili che dipenderanno dal successo dei partiti arabi e da alcune piccole forze di destra e di centro. Tuttavia il meno auspicabile dalla comunità internazionale – escluso Donald Trump – è la rimonta di Netanyahu e la conferma del governo di estrema destra. I sondaggi lo danno in svantaggio di poco.
Il secondo è la vittoria di Gadi Eisenkot che non significherebbe anche la sconfitta di Netanyahu: Eisenkot deve formare una maggioranza e non sarà facile perché “Cambio”, il suo schieramento, è più eterogeneo di quello d’estrema destra.
La terza eventualità, gradualmente la più probabile: una coalizione guidata da Eisenkot con la partecipazione diretta o esterna di Netanyahu, il quale incomincerà a minarne le basi il giorno dopo l’insediamento. Perché che Israele abbia presto un governo stabile, è ancora un’ipotesi: che non si libererà di Netanyahu, una certezza.