Tre anni dopo, quale è per Israele il bilancio dell’aggressione di Hamas del 7 ottobre, oltre a 1.200 morti e 251 rapiti, soprattutto civili? Il movimento islamico palestinese controlla ancora quel che resta della striscia; la legittima risposta per ripristinare la sicurezza nazionale ha assunto i contorni di una vendetta contro l’intero popolo palestinese; oggi Israele è uno dei paesi più criticati e detestati al mondo: i governi evitano d’incontrarne i leader, le opinioni pubbliche chiedono sanzioni concrete.
L’Inss di Tel Aviv è il centro studi più autorevole del paese, è vicino all’Idf: vertici e gran parte degli analisti vengono dalle forze armate. Secondo un suo sondaggio, oggi solo il 38% degli israeliani crede che la sicurezza nazionale sia migliorata dopo il 7 di ottobre.
Tre anni più tardi, cosa è servita ai palestinesi l’aggressione di Hamas? L’annientamento di Gaza, 75mila morti in gran parte civili, oltre un’altra decina di migliaia ancora sotto le macerie. Dopo tre anni di distruzioni il consenso per Hamas è crollato, come quello per l’Autorità nazionale di Ramallah. Il 64% degli abitanti della striscia e il 56 della Cisgiordania è contrario alla lotta armata e favorevole al negoziato sulla base dei due stati “in pace e sicurezza”, come affermava l’incipit della trattativa di Oslo, 30 anni fa, piena di speranza ma fallita.
Lo dice Arab Barometer il centro di ricerca sul Medio Oriente, legato all’Università di Princeton. Ma non esiste l’interlocutore necessario: la grandissima parte degli Israeliani è contraria a uno stato palestinese. Nella campagna elettorale per le elezioni del 27 ottobre, il solo riconoscere l’esistenza fisica di un popolo chiamato palestinese è indicibile per oggi partito, da destra a sinistra.
Questo solo per ricordare che il 7 ottobre 2023, i giorni, le settimane e gli anni che sono seguiti a quella data, non sono la tragedia di un popolo ma di due: israeliani e palestinesi, divisi e contemporaneamente uniti dallo stesso destino e nel medesimo odio; sovrapposti in una terra non più grande della Sicilia ma con oltre il doppio di abitanti, sulla quale la pretesa di possesso inizia da Mosè e dal Deuteronomio.
Quanto sono serviti al Medio Oriente gli eventi del 7 ottobre? La brutale aggressione di Yahya Sinwar, leader di Hamas, ha riproposto la causa palestinese che era stata dimenticata, esclusa dalle priorità della geopolitica. Ma questo, non è accaduto per merito suo quanto per la brutale reazione israeliana contro la quale il mondo arabo – suo malgrado – non poteva che schierarsi. Fino ad allora Israele si era convinto che la questione palestinese potesse essere “gestita”, non necessariamente risolta. La gran parte della diplomazia internazionale concordava.
C’è chi sostiene che da allora, dal 7 ottobre, il Medio Oriente sia cambiato, che sia iniziata una nuova fase. Non è così. L’attacco israeliano e americano all’Iran non dipende da quell’evento, probabilmente sarebbe accaduto comunque; come la decisione americana di disimpegnarsi dal Golfo.
Piuttosto, il 7 ottobre ha aggravato le annose crisi mai risolte della regione. A partire dal conflitto israelo-palestinese, oggi ancora più intrattabile di prima. La componente militare dello stato ebraico è sempre stata una necessità: oggi ha assunto le forme in un militarismo pericoloso che non risolvere i conflitti ma crea le condizioni per quelli successivi.
Pretestuosamente o concretamente, la questione palestinese è la madre di tutte le instabilità regionali. Dal 1948, quando nacque Israele a oggi, dal Maghreb allo Yemen, la “lotta per la liberazione della Palestina” è sempre stata la “cause célèbre” del Medio Oriente sunnita e sciita.
Rifiutati Hamas a Gaza e Abu Mazen, il leader novantenne dell’Autorità di Ramallah, secondo i sondaggi la grande maggioranza dei palestinesi non andrebbe a votare. Lo farebbero per Marwan Barghuti, un tempo leader dei giovani di Fatah, ma gli israeliani non hanno alcuna intenzione di liberarlo dal carcere. E’ probabile che Hamas e Abu Mazen ne siano felici.
Si vota invece in Israele. Gli israeliani non riusciranno a liberarsi di Benjamin Netanyahu: le opposizioni guadagneranno qualche seggio in più ma non abbastanza per raggiungere una maggioranza parlamentare. In qualche modo il disorientamento politico dei due popoli dopo il 7 ottobre, continua a unire israeliani e palestinesi: anche nell’impossibilità di avere i leader visionari necessari per uscire dalla loro infinita tragedia.