Colossi d’argilla

E’ difficile usare aggettivi diversi da dilettante o impulsivo, quando si giudica come Donald Trump guardi al mondo. Specialmente al Medio Oriente. Ancor più al Golfo dove, ogni giorno che passa, sono gli iraniani a dettare i tempi e i modi del conflitto. Ora usando gli Houthi senza alcuna remora: la milizia sciita yemenita, sua alleata, sta conquistando il resto del paese, ha preso possesso di Bab el-Mandeb e ora bombarda l’Arabia Saudita.

Il no del presidente Trump alla richiesta d’aiuto, è un colpo decisivo al ruolo e alla credibilità americana nel Golfo. Incapace di sconfiggere gli iraniani, ora abbandona i sauditi che nei piani originali dovevano essere, insieme a Israele, il perno delle strategie Usa nella regione: quello a Riyad era stato il primo viaggio all’estero di Trump sia nel primo che nel secondo mandato presidenziale.

Per impedire che lo facessero i russi o i cinesi, il presidente aveva annunciato un grande accordo per la creazione del programma nucleare saudita. Appena diventato principe ereditario un decennio fa, MbS, l’acronimo diventato suo nom de guerre, aveva promesso che avrebbe liberato il regno dalla “dipendenza” al petrolio. Il suo piano di riforme, “Vision 2030”, prevedeva importanti cambiamenti sociali, una gigantesca città del futuro in mezzo al deserto dell’Hejaz. Anche di ridurre il consumo di idrocarburi, producendo da fonti rinnovabili la metà dell’elettricità consumata dal paese.

I termini del programma nucleare offerto dagli americani erano molto permissivi: Riyad avrebbe avuto il diritto di produrre e arricchire l’uranio, e limitare le ispezioni degli organismi internazionali. In modo più che implicito, i sauditi avrebbero anche potuto creare un’arma atomica.

L’obiettivo era dare peso specifico a Mohammed bin Salman, il giovane principe così impegnato nel cambiare il paese, e minacciare l’Iran che rifiuta di discutere con gli americani il suo programma nucleare. L’accordo era stato siglato a Washington il mercoledì pomeriggio dello scorso 22 luglio. La mattina di giovedì 23 Trump aveva cambiato idea, dopo le proteste all’interno dell’amministrazione e degli israeliani. Secondo il presidente l’accordo doveva anche imporre ai sauditi il riconoscimento d’Israele. Era falso. La clausola non c’era perché Trump sapeva che Riyad, pur desiderandolo, l’avrebbe accettata solo se Israele avesse riconosciuto i diritti nazionali palestinesi. Cosa che Benjamin Netanyahu e il suo governo non hanno alcuna intenzione di garantire: non ora né mai.

L’Iran non sta solo dimostrando l’inadeguatezza dell’amministrazione Trump: il no all’aiuto militare contro gli Houthi e l’ingloriosa fine del nucleare saudita sono solo gli ultimi segnali. Teheran ha anche svelato quanto l’Arabia Saudita, il suo primo concorrente fra le potenze regionali, sia un colosso d’argilla.

Riyad non è del tutto incolpevole se viene bombardato dall’Iran, dagli Houthi a Sud e dalle milizie sciite filo-iraniane dell’Iraq a Nord. Non lo è l’Arabia Saudita né gli altri regni ed emirati sunniti del Golfo, se alle minacce regionali e ai tradimenti americani non sanno dare risposte comuni ed efficaci. Solo tre mesi fa sauditi ed Emirati erano andati vicini a uno scontro armato sullo Yemen, dimostrando ambizioni regionali diverse e conflittuali.

Un decennio fa, erano stati loro, assieme, ad opporsi non meno degli israeliani, all’accordo sul nucleare iraniano del 2015, promosso da Barack Obama e dagli europei. Una soluzione che oggi sosterrebbero caldamente. Nonostante l’Iran dovesse essere il grande avversario regionale, sostenuti da Emirati, Bahrein ed Egitto, i sauditi avevano isolato il Qatar con un boicottaggio economico durato quasi cinque anni, dal 2017 al ’21. L’accusa era un supposto sostegno dell’emirato al terrorismo: nella sua tradizione negoziale, il Qatar ha sempre trattato con tutti, anche con la Fratellanza islamica sunnita e l’Iran sciita.

L’Arabia Saudita e gli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – Kuwait, Bahrein, Emirati, Qatar, Oman più la Giordania – erano stati ignorati dagli americani prima dell’assalto all’Iran: Trump non era interessato al loro parere. La loro ricchezza ora è minacciata, devono rivedere i grandiosi progetti sul futuro, non più luminoso. E’ saltato anche il vertice con l’Iran previsto martedì scorso. E gli americani intendono ridurre la loro presenza, come in Europa. Ma re ed emiri continuano a sembrare più testimoni che protagonisti del lungo conflitto del Golfo.