Fino a pochi giorni fa era impensabile che un presidente degli Stati Uniti cercasse di comprarsi – nel senso letterale del termine – il voto degli americani. La personalizzazione di tutto ciò che gli accade attorno, la scarsa consuetudine con i principi della res publica, aiutano a spiegare il tentativo di Donald Trump di monetizzare la democrazia.
Ma c’è anche una forma di disperazione nel promettere 5mila dollari a elettore se il partito repubblicano riplasmato a sua immagine e somiglianza, alle elezioni di medio termine conserverà le maggioranze al Congresso. E’ soprattutto l’incapacità di uscire dal conflitto con l’Iran e dal conseguente crollo di consensi che ha spinto a tanto il presidente della prima democrazia occidentale.
Tutto questo accade quando un’elezione diventa arma di guerra. Convincendo Trump a intervenire in Iran, l’israeliano Benjamin Netanyahu aveva garantito che ci sarebbe stato un rapido cambio di regime a Teheran. E’ accaduto il contrario: il regime non è solo sopravvissuto ma si è rafforzato ed è diventato ancor più estremista di quanto già non fosse prima.
Al negoziato Trump preferisce le grida e i “like”sul suo social; ai negoziatori di professione predilige amici e parenti. Ma è evidente che abbia bisogno di un compromesso per riaprire Hormuz e risolvere la questione del nucleare iraniano prima del primo martedì di novembre, quando in America si voterà.
Non sembra essere il problema degli iraniani. Sul nucleare, l’apertura di Hormuz, su chi conta e chi no nel Golfo, il loro atteggiamento è sempre più radicale. Non possono più correre in aiuto dell’alleato Hezbollah libanese perché non esistono più le linee di comunicazione attraverso la Siria, da quando è caduto il regime di Bashar Assad. Gli Houthi nello Yemen sono invece ancora raggiungibili dal sostegno iraniano e la milizia sciita è pericolosamente all’offensiva: sul fronte interno, contro l’Arabia Saudita, lungo le rotte del Mar Rosso.
Resistere può aumentare la crisi economica iraniana e lo scontento interno ma il regime controlla il paese più di prima e preferisce rischiare: non ci saranno vere aperture negoziali fino alle elezioni di novembre. Qualcuno alla Casa Bianca già teme che questo atteggiamento continuerà fino alle presidenziali del 2028 per incagliare l’America in un Vietnam mediorientale e logorare non solo Trump ma qualsiasi altro successore, candidato Maga.
Di fronte all’ostinazione di Teheran gli Stati Uniti potrebbero riprendere il conflitto su larga scala della scorsa primavera. Ma la Repubblica islamica scommette sull’impossibilità dell’amministrazione americana di ricominciare una guerra totale: mancano il consenso popolare, politico e gli arsenali missilistici per farlo.
La più grande potenza militare del mondo sta pericolosamente sguarnendo la sua presenza in Asia.
L’elezione usata come grimaldello dei conflitti è ormai consuetudine in questa fase della Storia, in bilico fra le incertezze di un’altra guerra fredda e la tragedia di un possibile conflitto globale. Vladimir Putin non farà alcuna concessione all’Ucraina, se mai ne farà una, fino all’anno prossimo: fino a dopo le elezioni in Francia, Germania e in molti altri paesi europei, nell’attesa di veder crescere ovunque i partiti radicali di destra, filo-russi. Continuare la guerra in Ucraina è la migliore propaganda a favore dei suoi alleati di estrema destra e contro quei governi europei che sostengono e armano la resistenza di Kyiv.
Anche Netanyahu in Israele sembra essere un grande sostenitore dell’uso dei conflitti a fini elettorali: a Gerusalemme si voterà giusto il martedì prima delle elezioni a Washington. In un paese scivolato sempre di più a destra, nel quale un pericoloso militarismo prevale su ogni ipotesi diplomatica, provocare un altro conflitto nella regione – con la Turchia o istigare una disperata terza intifada in Cisgiordania – è più efficace di cento comizi.