Solitamente le guerre finiscono in due modi: con un vincitore e uno sconfitto, o senza vincitori. E’ quando i due nemici, incapaci di prevalere, raggiungono un compromesso fra le ambizioni iniziali e il realismo. Il conflitto fra Usa e Iran è un’eccezione, una via di mezzo fra le due opzioni naturali: entrambi si dichiarano vincitori. Per più di un mese hanno vissuto un traballante cessate il fuoco, senza un equilibrio fra guerra e pace.
Sia agli americani che agli iraniani è chiaro il costo economico della guerra e della successiva incertezza. Solo per il Pentagono, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha riconosciuto una spesa da 25 miliardi di dollari. Ma secondo la Federal Reserve ci saranno altri 200 miliardi in costi economici presenti e futuri.
Le casse iraniane sono vuote e un mese di bombardamenti hanno distrutto le infrastrutture più importanti. Il costo della guerra per il resto del mondo è sintetizzabile in una cifra: oltre 10 milioni di barili di greggio al giorno per 50 giorni, mai arrivati al mercato globale.
Ritenendosi entrambi vittoriosi, Washington e Teheran hanno continuato a credere che l’altro avrebbe ceduto per primo, non essendo in grado di sostenerne il peso economico e politico. Anche raggiunto un compromesso più solido per avviare la trattativa vera su Hormuz, sul nucleare e l’arsenale missilistico iraniani, le sanzioni americane e tutto il resto, l’anomalia di avere due presunti vincitori renderà il negoziato più ostico.
Il dubbio su chi abbia prevalso nel Golfo non è l’unica anomalia nella consuetudine dei conflitti. Le guerre in Iran e in Ucraina stanno dimostrando che i più forti non riescono a battere i più deboli. Per i primi l’obiettivo è la conquista totale; ai secondi basta sopravvivere. Un caso simile è Israele che non è riuscita ad eliminare Hamas da Gaza né Hezbollah dal Libano.
La diversa difficoltà degli obiettivi non basta a spiegare perché i più deboli non fanno vincere i più forti. L’altro motivo è il drone supportato dall’Intelligenza Artificiale: per il suo impatto è l’equivalente della mitragliatrice nella Prima Guerra mondiale, che stravolse il modo col quale i generali facevano le guerre dai tempi di Waterloo. Già dopo il primo anno, quando gli ucraini avevano fermato l’avanzata russa verso Kyiv ma non erano riusciti a completare il loro contrattacco, gli esperti avevano definito quel conflitto “La Somme incontra Blade Runner”: una guerra statica, di posizione (da luglio a novembre 1916 nelle trincee della Somme caddero più di un milioni di soldati), confusa con l’uso massiccio delle nuove tecnologie.
Gli ucraini hanno dimostrato che un drone da mille dollari può distruggere un carro T-90 russo da 4 milioni. Lo Shahed 136 iraniano vola per 1.200 miglia al prezzo di 50mila dollari: per una distanza più breve il costo scende a 20mila: il Patriot Usa che dovrebbe abbatterlo, vale 3 milioni e il suo arsenale è limitato. Nel 2025 la Lockheed Martin aveva prodotto 620 esemplari. Come un commesso viaggiatore che vede l’affare, Volodymyr Zelensky è andato subito a vendere droni ucraini a regni ed emirati del Golfo sotto i bombardamenti iraniani.
Continuando ad essere troppo costoso anche il Predator, gli americani hanno aperto una gara da un miliardo e mezzo di dollari per creare il drone meno costoso e più all’avanguardia possibile. Alcune delle 25 imprese in gara sono ucraine. E i droni iraniani venduti ai russi sono più efficaci dei caccia russi dati agli iraniani.
Senza schierare la fanteria non si cambia il regime nemico e non si vince. Ma nelle guerre del XXI secolo il potere distruttivo della tecnologia rende impossibile la vittoria di un esercito tradizionale. Per coprire i 50 chilometri fra Avdivka e Pokrovsk, nel Donetsk, le truppe russe hanno impiegato 23 mesi: 70 metri al giorno. Risultato finale: diplomazia o guerra senza fine. E’ la scelta che devono fare americani e iraniani e presto russi e ucraini.