Cosa ne è stato dell’Israele che conoscevamo e che rispettavamo? Quel luogo che era qualcosa di più di uno Stato, nel quale “Chi salva una vita salva il modo intero”? Sembra che quell’eterno precetto sia stato definitivamente sostituito dal gladiatorio “Mors tua vita mea”: una convinzione illusoria se 78 anni dopo la nascita, Israele non ha risolto la questione della sua sicurezza.
Celebrato come un giorno di festa, lunedì la Knesset ha approvato la pena di morte. Non era mai stata applicata in Israele. L’unica eccezione fu il processo e l’impiccagione di Adolf Eichmann, il burocrate nazista fra i principali pianificatori della “soluzione finale”.
La gravità della legge non è tanto il passaggio d’Israele fra i paesi che applicano la pena di morte. Molto peggio è come verrà applicata: su base razziale, cioè solo nei confronti dei palestinesi che attentano alla vita degli ebrei. Viceversa no: per esempio un colono o un poliziotto israeliano che uccide a sangue freddo un palestinese nei Territori, caso piuttosto frequente. Eventualmente il colpevole può essere condannato all’ergastolo. Non accade mai.
Sotto la pressione internazionale, anche italiana, Netanyahu aveva fatto qualche correzione. Non c’è la parola “palestinese”: la pena capitale, si spiega, è applicata a coloro che uccidono “con l’intenzione di negare l’esistenza dello Stato d’Israele”.
E’ il suo propugnatore, il ministro estremista Itamar Ben Gvir, a chiarire: “Lo Stato d’Israele cambia le regole”, ha dichiarato nell’esaltazione della vittoria, mentre cercava di stappare una bottiglia di spumante in aula. “ Chiunque uccide un ebreo non continuerà a respirare, né godrà delle condizioni delle prigioni” israeliane. La loro qualità è opinabile, non sono permesse ispezioni internazionali. Fra i quasi 10mila prigionieri palestinesi, 3.400 sono in “detenzione amministrativa”: a tempo indeterminato, senza processo.
I numeri dimostrano che la legge non è stata votata solo dai partiti del governo ma anche da alcuni d’opposizione. E’ il culmine di un militarismo che va oltre quello legale delle forze armate. La negazione collettiva di ciò che è accaduto a Gaza, la diffusione delle armi: un numero crescente d’israeliani non esce di casa senza il fucile mitragliatore a tracolla. Un’esibizione sproporzionata all’eventuale minaccia e alla presenza delle forze di sicurezza legali.
Può un paese che accetta tutto questo, continuare a dichiararsi “l’unica democrazia del Medio Oriente”? Lo scrittore A.B. Yehoshua sosteneva che esistono due sistemi: quello democratico dello stato d’Israele e quello dei Territori occupati, che non lo è. Ora il primo assomiglia sempre più al secondo: l’ombra dell’apartheid si diffonde anche nell’Israele che conoscevamo.