Nato at 75: come sopravvivere a Trump

Da tre quarti di secolo la Russia, nella sua forma sovietica o autocratica, continua ad essere il grande avversario della Nato. Tuttavia la minaccia più grave al futuro dell’Alleanza non è Vladimir Putin ma l’eventualità di una seconda presidenza Trump. Il nemico non è alle porte ma dentro le mura; non è un’improbabile resurrezione dell’imperialismo russo ma un acronimo: MAGA, l’isolazionismo americano. Non era mai accaduto nei 75 anni di storia della Nato.

Contenere la Russia

Per quanto cerimoniale, la presidenza della Columbia University di New York, nel giugno 1948, era stata la prima carica civile nella vita di Dwight Eisenhower. Ma un anno prima i sovietici avevano scatenato una campagna d’intimidazione alle elezioni polacche; alla fine del ’47 il re di Romania fu costretto ad abdicare; nel febbraio del ’48 c’era stato un golpe comunista in Cecoslovacchia e nei mesi successivi, fino al maggio del ’49, Stalin aveva imposto il blocco di Berlino.

Eisenhower fu richiamato in Europa come comandante supremo, più o meno lo stesso incarico che aveva svolto sconfiggendo i nazi-fascisti sul fronte occidentale. Questa volta però, l’alleanza che guidava era più articolata. Nell’aprile del 1949 a Washington Usa, Canada e dieci paesi europei, fra i quali l’Italia, avevano aderito alla North Atlantic Treaty Organization: la Nato. Come comandante supremo alleato in Europa, Eisenhower ne sarebbe stato il primo capo effettivo. Fino al 1952, quando la Nato decise di creare la carica di segretario generale, affidandola a un civile.

La Nato era stata fondata da 12 paesi, uniti dal desiderio di una sicurezza collettiva contro l’aggressione russa”, scrive il generale David Petreus nel suo libro sulle guerre dal 1945 all’Ucraina (“Conflicts”, HarperCollins, 2023). Ora, 75 anni più tardi, “come risultato dell’invasione di Putin in Ucraina, Svezia e Finlandia hanno aderito per diventare i trentesimi paesi dell’alleanza”. Dai 12 associati del 1947 oggi la Nato ha 32 membri. Altri tre – Bosnia, Georgia e Ucraina – sono in lista d’attesa. Un successo impensabile prima dell’aggressione di Putin.

La Russia era e rimane la ragion d’essere della Nato, la minaccia ma anche l’involontario risolutore delle sue crisi esistenziali. Resta da chiarire fino a che punto sia stata la Russia a costringere l’Occidente ad armarsi; o quanto invece la creazione dell’Alleanza Atlantica e il suo allargamento abbiano contribuito negli anni a provocare l’aggressività Russa. Il dibattito storico e politico resta aperto. Due insospettabili atlantisti ma profondamente realisti come George Kennan ed Henry Kissinger hanno sempre criticato l’allargamento a Est.

Usa, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia e Portogallo, erano gli alleati originali. Seguirono Grecia e Turchia nel 1952 e Germania Occidentale nel ’55. In realtà su come contenere l’Urss, per circa un ventennio aveva deciso solo l’America: le due crisi di Berlino, quella dei missili di Cuba, la teoria della deterrenza, il “Defense First”; le strategie di “massive retaliation” in caso di aggressione, la moltiplicazione degli arsenali nucleari. Nel 1986, quando Mikhail Gorbaciov andò al potere e iniziò la trattativa sulla riduzione degli armamenti, le due superpotenze avevano accumulato più di 63mila testate.

Gli alleati europei, anche quelli del Patto di Varsavia nato nel 1955, avevano ruoli marginali: era uno scontro fra due superpotenze, non tra due alleanze. Nonostante la presunzione gollista che fece uscire la Francia dalla struttura militare integrata dell’Alleanza; nonostante qualche esempio di autonomia come l’Ostpolitik tedesca e quella italiana (Togliattigrad 1966).

Dalla deterrenza alla distensione

 

Fatta salva la necessità “di un’adeguata forza militare, la sicurezza e una politica di distensione non sono in contraddizione”. Quella che sarebbe stata chiamata “la Dottrina Harmel” è la prima importante evoluzione della Nato, una specie di grande riforma. Il rapporto che nel 1967 redasse il ministro degli Esteri belga Pierre Harmel, fu la via d’uscita dal gelo senza soluzione fra Usa e Urss, che stava esaurendo il senso dell’Alleanza.

Fu una specie di prova di democrazia: la Nato si evolveva lungo un doppio binario: deterrenza ma anche distensione per un’alleanza militare che tuttavia non sempre avrebbe creduto al primato di una comune identità democratica. Il Portogallo del dittatore Salazar fu tra i fondatori; la Grecia e la Turchia diventate golpiste non rischiarono mai l’espulsione.

La Dottrina Harmel aveva risolto la prima crisi dell’Alleanza. La seconda fu la fine della Guerra Fredda. Con la dissoluzione del Patto di Varsavia nel 1991 a cosa serviva la Nato? Nel 1967 la distensione aveva conseguito la stessa importanza della deterrenza; nella nuova promettente epoca “Dialogue First” prendeva il sopravvento. Tuttavia la “Partnership for Peace”, lanciata da Bill Clinton per includere la Russia di Boris Eltsin, era inadeguata. E incompleta la formula “Responsability to protect” per giustificare gli interventi in Bosnia nel 1995 e Serbia/Kosovo nel ’99.

L’allargamento a Est

Furono i paesi dell’Est, da poco liberi, a far uscire la Nato dalla sua crisi d’identità. Fra il 1955 e la fine del secolo solo un paese era stato cooptato come sedicesimo membro: la Spagna. Dal 1999 al 2004 ne entrarono altri 10: ex membri del Patto di Varsavia ed ex repubbliche sovietiche. Furono Bill Clinton e George W. Bush a favorire l’allargamento a Est. Soprattutto Bush, la cui amministrazione era piena di falchi della Guerra Fredda come Dick Cheney e Paul Wolfowitz, in cerca di nuovi nemici da combattere.

Ma non avrebbero raggiunto il loro scopo se maggioranze schiaccianti di quei paesi non avessero votato per l’adesione alla Nato. Per noi ad Occidente la Russia di Eltsin e dei primi anni di Putin, era acquisita all’ordine democratico; per loro, geograficamente vicini, prima o poi sarebbe tornata ad essere il paese che aveva segnato la loro storia. Non hanno avuto torto nel voler entrare nell’Alleanza: Moldavia, Georgia e Ucraina, i tre paesi aggrediti in questi anni da Vladimir Putin, non erano nella Nato.

L’adesione di Finlandia e Svezia sono stati la conferma di un successo: con la prima i confini della Russia con la Nato sono aumentati di 1.336 chilometri; la seconda per aderire ha rinunciato a 200 anni di comodo non allineamento. “Aggiungono solidarietà politica, profondità geografica e muscoli militari” all’Alleanza, sostiene Sten Rynning, direttore dell’Istituto danese per gli studi avanzati.

Ma se non ci fosse Vladimir Putin la Nato avrebbe un problema d’ipertrofia. Prima dell’aggressione ucraina Michael Kimmage del Centro di studi strategici di Washington, la definiva “mostro ingrassato e appesantito che si estende dall’America del Nord all’Europa orientale, dagli stati baltici alla Turchia”.

L’ombra di Donald Trump

Il vertice convocato a luglio, a Washington per i 75 anni, potrebbe essere l’ultimo atto celebrativo se a novembre vincerà Donald Trump. L’eventualità sarebbe il finale drammatico di un’evoluzione iniziata gradualmente prima di lui: il distacco dall’Europa che l’America aveva liberato due volte, prima dai nazi-fascisti poi dall’Urss. Gli Stati Uniti resteranno la prima superpotenza ancora per tutto questo secolo ma le priorità saranno diverse. Il processo l’aveva iniziato Barack Obama, è proseguito caoticamente con Trump e di nuovo moderatamente con Joe Biden.

Il casus belli era stato posto al vertice del 2014 in Galles, quando Obama aveva deciso che entro un decennio tutti i paesi Nato avrebbero dovuto investire per la Difesa almeno il 2% del loro Pil. Allora solo tre membri lo facevano. Entro il 2024 saranno 18 e investiranno 380 miliardi di dollari.

Ma il punto non sono le spese militari. Negli anni ’50 la Nato era l’America. Ora Trump la vuole solo europea e Biden un po’ più europea. In entrambi i casi non sarà facile. L’ “autonomia strategica” della Ue – cioè come una struttura di difesa dell’Unione Europea dovrebbe integrarsi con l’Alleanza Atlantica senza collidere – è complicata. Una missione impossibile quanto una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

 

  • habsb |

    Notevole travisamento della storia dei rapporti fra Russia e Nato.
    Questi infatti non si sono deteriorati a causa della politica di Putin.
    Chi non ricorda infatti i vertici Nato-Russia come quello di Roma nel 2002, con Putin, il segretario NATO Robertson e il nostro Berlusconi come anfitrione ? Questi vertici erano il culmine di un processo di avvicinamento tra i blocchi, cominciato con Aspin, proseguito con Perry e Cohen come ministri della difesa USA.

    Poi venne Rumsfeld, personaggio che persino Nixon definiva “ruthless little bastard.” e il ritiro unilaterale americano dal trattato sui missili ABM, con annessa fornitura di tali missili orientati contro la vicina Russia, a Polonia e Romania
    Chi ha dunque sabotato i rapporti fra i due blocchi ?
    Chi ha riconosciuto nel 2008 come stato sovrano i rivoltosi del Kosovo, stracciandosi ora le vesti se i russi del Donbass vogliono fare la stessa cosa ?

  • carl |

    Ecco un sunto che mi sembra ragionevole, abbastanza equilibrato e, per quanto possibile, completo e, che dei docenti degni di questo nome, dovrebbero esporre ai propri studenti dalla terza media in su…
    Tuttavia personalmente (forse perchè anch’io sono un tantino anziano e, dunque, “precario” per natura..), non mi focalizzerei su B. e T. due personaggi che, pur essendo candidati a svolgere un ruolo politico di primo piano, sono anch’essi anziani.. Ma devo limitarmi ad un paio di spunti.
    a) Il MAGA? Di fatto potrebbe, seppur diversamente, accomunare sia l’uno che l’altro candidato, ma anche altri ed eventuali.. E certi “analisti” potrebbero perfino arrivare ad ipotizzare la possibilità che il MAGA (protezionistico & isolazionista) si tramutasse
    in una sorta di tacita emulazione del Patto Von Ribbentrop-Molotov…
    b) Non c’è due senza tre..Kennan, Kissinger & Bergoglio (“..l’occidente è andato ad “abbaiare”lle frontiere russe…).
    d) La “presunzione” gollista?
    Beh, ha accomunato anche Cina, India, Pakistan, Stato ebraico, Korea del Nord e potrebbe accomunare altri ed eventuali Paesi, per il semplice motivo che chi disponga di una “force de frappe” e degli annessi e connessi (vettori, sottomarini nucleari, ecc.) viene trattato ed ascoltato meglio e di più, ad es., dell’ONU….:o).
    Anche se il fatto di essere una superpotenza o una potenza nucleare, potrebbe rappresentare la via maestra per finire, in un men che non si dica, da una posizione geopolitica apicale nella polvere (resa, per giunta, radioattiva..)
    c) “l’autonomia strategica” europea? Estremamente complessa.. Specie in una UE i cui membri, chi più chi meno, ambiscono (per non dire esigono) conservare quell’autonomia “differenziata” di fatto pre-esistente e che, per giunta si è fatta e si sta facendo largo anche all’interno dei singoli Paesi membri..
    Immaginiamoci in un ipotetico ambito militare (differenziato)dell’Unione (differenziata)…

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